Hallelujah!: le frontiere del punk, tra dissacrazione e synth

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Hallelujah!: le frontiere del punk, tra dissacrazione e synth

Intervista a Scoia, cantante e tastierista del gruppo veronese-trentino Hallelujah!.

Nuovi suoni e nuove tendenze prendono piede in questo ultimo e complicato periodo. Prima che la pandemia Covid-19 prendesse piede, i veronesi/trentini Hallelujah!, formati da Federico Grella al basso, Laura Campana alla batteria, e Scoia, nome d’arte di Giacomo Berardo, alla voce e synth, hanno pubblicato Wanna Dance per la Maple Death il 21 Febbraio di quest’anno, un lavoro che unisce dissacrazione punk e rumorismo con le tastiere e senza l’utilizzo della chitarra, superando i paradigmi dei generi sopracitati con la conferma di un suono volgare e lo-fi; infatti la chitarra viene simulata tramite un Korg MS20, e i suoni di quest’ultimo vengono riprodotti fuori sincrono attraverso un vecchio registratore a due tracce, con l’aggiunta di feedback prodotti da un microfono a contatto. Lo stesso Scoia infatti è solito ribaltare le regole, a cominciare dal suo precedente progetto, il duo Virus, in cui un chitarrista e batterista allo stesso tempo, ovvero Francesco Zorzella, dà struttura musicale ai pezzi, mentre Scoia, con disinvoltura, biascica e sbraita parole in inglese con qualche inserto di sintetizzatore. Il progetto, che ha pubblicato lavori nella prima metà degli anni ’10 (quasi tutti per l’etichetta di Scoia Depression House), ha fatto sì che quelle energie creative e viscerali si sublimassero negli Hallelujah!, più ordinati e strutturati, ma comunque caotici e innovativi: in altre parole punk.

Il gruppo nasce dall’incontro tra Laura e Scoia nel 2015 a seguito di un concerto dei Virus nella zona di Trento (dov’era di casa la Campana), e quindi dalla volontà della prima di mettere su una band. Da lì a poco il gruppo recluta il chitarrista Mirko Marconi e Federico, e si battezza “Hallelujah!”, esclamazione esibita al momento dal cantante per lo stupore della nascita di un nuovo convoglio di idee. Da lì la band pubblicherà un EP omonimo nell’anno della loro nascita, e due split rispettivamente con Holiday Inn (2016) e gli Inutili (2017), per poi dopo diverso tempo, in seguito all’abbandono di Marconi, pubblicare il primo full lenght Wanna Dance; tutti dischi che uniscono pop e sperimentazione, un garage punk diretto e che deriva in sonorità cosmiche, ma ne parleremo più avanti. Infatti il gruppo ci ha concesso un’intervista, confermando o negando alcune interpretazioni, ma anche intrattenendo vestendo i panni di personaggi, molto probabilmente, non tanto così irreali. Quindi, ringrazio gli intervistati per la loro disponibilità, e leggiamo le loro testimonianze sulla loro musica, passata e presente.

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Cover di Wanna Dance (2020); artwork di Conal Blake e disegno di Laura Campana

Parliamo del vostro ultimo album Wanna Dance. Apprezzato molto anche all’estero e recensito da riviste come Wired e Quietus, descrivete il vostro lavoro un mix di Homostupids, Electric Eels e degli Scientists che hanno in mente Alan Vega dei Suicide. Aldilà delle contaminazioni, facendo una buona generalizzazione, noise/synth punk, esplorate anche altri territori vicini al rock teutonico dei ’70 e edulcorati dall’abrasività distopica di Unit Soundtrack dei Chrome (in Minpony e Alter Ego sono evidenti ritmi motorik) e contaminato dall’hardcore sarcastico pieno di feedback dei Flipper (caratteristiche le distorsioni in questo senso in Pink Socks e Champagne). In più non mancano aperture al rock ‘n’ roll (la titletrack Wanna Dance), con un po’ di hip hop accennato (Scream). So che apprezzate anche l’afrobeat di Fela Kuti, ma aldilà di questo si evince una certa apertura mentale, un punk ad ampio respiro, con la consuetudine di essere corrosivo e trasparente pur non servendosi di alcuna chitarra. Quindi, durante le registrazioni e nel processo di pre-produzione, quanto è contato per voi l’aspetto cerebrante nonostante l’attitudine punk, o perlomeno quello camaleontico? In più come nasce l’idea di creare un disco che si basa in gran parte sui synth? Non sentivate la necessità di sostituire Mirko Marconi con un altro chitarrista?

Hallelujah!: “Sinceramente nemmeno ce ne siamo resi conto , il disco è stato parecchio istintivo e l’aspetto camaleontico a cui credo tu ti riferisca viene semplicemente dal fatto di non avere una chitarra.
Ci abbiamo messo parecchio tempo per decidere il da farsi dopo l’uscita di Mirko dalla band e l’unica soluzione per noi era andare avanti in tre e provare a reinventarci, aggiungendo un synth MS20 al posto della chitarra di Mirko.
Quindi l’idea di creare un disco fatto in gran parte da sintetizzatori fu solamente una sfida con noi stessi e un modo per rimetterci in gioco in una maniera originale per un gruppo punk”.

Per quanto riguarda i feedback presenti nell’album, so che li generate attraverso un microfono a contatto costruito da voi stessi. È un’idea molto originale che conferisce il consueto tocco rumorista senza alcuna chitarra, come abbiamo prima accennato. Sarei curioso di sapere cosa o chi vi ha ispirati in merito.

Hallelujah!: “Ci ha ispirati Francesco , l’altro ragazzo che suonava con Scoia nei Virus. Lui è veramente in gamba e sa il fatto suo; è una persona che non sa stare ferma e si diverte un sacco a sperimentare cose nuove; consigliamo vivamente Omino, il suo progetto solista”.

È molto interessante il vostro pezzo Your Duck, un chiaro pastiche di I Wanna Be Your Dog degli Stooges. Attraverso loop e accordi suonati a mano delle tastiere e un minimalismo elettronico con un cantato trascinato viene offerta questa nuova versione del capolavoro di Iggy Pop e soci, nel quale quelle energie proto punk vengono sublimate in un’altra forma di sporcizia e rudezza, profanando ulteriormente, e con ammirazione, quel testo a suo modo già decadente. Quindi da dove nasce l’idea di rifare il succitato classico uscito nel 1969, e qual è il vostro intento?

Hallelujah!: “Dovevamo rompere il cazzo ai puristi punk, quindi I Wanna Be Your Dog faceva proprio a caso nostro. Il pezzo è nato quasi per caso come anche l’idea di cantarci sopra la famosa canzone di Iggy trasformandola in I Wanna Be Your Duck. La nostra piu’ grande soddisfazione è vedere la ‘scena’ schifata, e speriamo di esserci riusciti”.

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Foto degli Hallelujah!. Da sinistra a destra: Scoia, Federico Grella, Laura Campana e Andrea al secondo synth. Foto di Carolina Martines.

Mi vorrei ricollegare alla prima domanda facendo un discorso più generale. Ho notato un certo leitmotiv nel vostro stile, che è l’elemento spaziale. Già nel vostro precedente EP omonimo è presente il riverberato pezzo finale Space, dai toni cosmici come da titolo. Inoltre l’ampio utilizzo dei synth che permea la vostra discografia, e che è più evidente nei pezzi di Wanna Dance, mi fa venire spesso in mente il Sun Ra elettronico, ovviamente per vie generali e nonostante la diversità di genere; infatti questo vostro approccio che unisce cosmicità distorta e attitudine punk mi fa ricollegare più specificatamente ad un’altra chiusura, ovvero Starship del live Kick Out The Jams pubblicato dagli MC5 (non a caso del ’69, quando uscì il pezzo degli Stooges che ispirò la succitata Your Duck, come detto prima); in ogni modo non vorrei imporre troppo questa mia congettura, e lascio la parola a voi: cosa vi ha realmente influenzati in merito e quanto considerate preponderante questo vostro aspetto?

Hallelujah!: “Amiamo particolarmente Sun Ra, e solo sentire il suo nome in questa intervista ci imbarazza e ci lusinga allo stesso tempo. Detto questo credo che non sia stata la nostra fonte di ispirazione almeno per questo disco ma è bello il fatto che ogni persona possa vedere dentro la nostra musica varie influenze.
Per quanto riguarda l’elemento ‘spaziale’ , si è vero hai ragione, non sappiamo il perché ma spesso ci partono questi viaggi cosmici. Sono semplici improvvisazioni senza una struttura e ci piace poi lasciarli così come sono, senza ritocchi”.

Scoia, una domanda per te su un tuo progetto già citato. Mi sono piaciuti molto i tuoi Virus (poi divenuti Vairus): un progetto ormai inattivo nel quale tu canti e suoni il synth, mentre Francesco Zorzella detto Cesco suona insieme chitarra e batteria, e a ben pensarci questo elude da qualsiasi schema generale; un garage ai minimi termini, sgraziato e sporchissimo, e pieno di energie abrasive. Ho apprezzato molto anche i precedenti Kill Kalasnikov, che ti vede anche in veste di bassista e a cui faceva parte anche Cesco alla chitarra. C’è quindi qualche recondita speranza di ripristinare almeno uno dei due progetti?

Scoia: “Mi fa molto piacere e ti ringrazio. Porto un bellissimo ricordo di entrambe le band e ho un buonissimo rapporto con tutti gli amici che hanno suonato con me. Detto questo al momento trovo impossibile resuscitare nessuna delle band sopra citate, ma chi lo sa. Magari a 50 anni ci metteremo a fare del liscio se esisterà ancora”.

Ragazzi, mi risulta che avevate in progetto delle date questo Aprile qui in Italia, che ovviamente sono state annullate per via dell’epidemia Covid-19. Avevate per caso in cantiere una futura uscita discografica? Io spero che le cose migliorino per tutti, e sarebbe interessante sapere cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo album, che sarà altrettanto figo. Quindi, in bocca al lupo e in salute.

Hallelujah!: “Sì, purtroppo le date sono saltate tutte e credo che la situazione non si sbloccherà tanto in fretta, fare questo disco è stato un parto e al momento non abbiamo nulla in programma , peccato perché volevamo solo concentrarci sui concerti, bere e drogarci. Il prossimo disco? Probabilmente sarà country… ahahah. Grazie a te per questa intervista, e un grosso abbraccio virtuale a tutti”.

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Hallelujah! live al Frekout di Bologna nel 2018. Foto di Elisa Piatti

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