Fukushima-Alessandro Farruggia

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Fukushima-Alessandro Farruggia

Quasi tutti ci siamo convinti che ciò che è successo l’11 marzo 2011 sia stata una tragedia inevitabile e che nulla si sia potuto fare davanti all’ineluttabilità della natura (ironia della sorte vuole che i reattori di Fukushima Dai-chi siano stati costruiti sulla costa orientale del Giappone per paura di ipotetici attacchi da parte di Cinesi e Coreani del Nord).

Sembra, invece, che le cose non stiano proprio così e che gli amici del Sol Levante, noti per la loro serietà e precisione, in questo caso non siano stati del tutto ineccepibili.
La TEPCO (Tokyo Electric Power Corporation) è l’azienda che tuttora gestisce le centrali e che l’autore attacca come principale responsabile del disastro, in quanto incapace di operare una concreta attività di prevenzione.
La tesi del testo è che il disastro si sarebbe potuto evitare e, se è accaduto quello che abbiamo visto, ci sono delle mancanze per quanto riguarda la scarsa prevenzione degli impianti e una cattiva gestione dell’emergenza al momento dello scisma.

Dalle pagine di Alessandro Farruggia (Prato 1962, giornalista scientifico esperto di questioni climatiche e ambientali) emerge un quadro avvilente e angosciante, con responsabilità gravi frutto di coperture e di connivenze tra organismi preposti e autorità di controllo statali.
Fa impressione sentir parlare di certe cose in riferimento ai Giapponesi, soprattutto su una materia delicata come il nucleare, ma sembra che tacere di falle nei tubi e di temperature troppo alte negli impianti di raffreddamento degli impianti fosse abbastanza all’ordine del giorno (non solo da parte della TEPCO).
Riassumendo, gli avvenimenti che hanno principalmente coinvolto i reattori 1, 2, 3, 4 (5 e 6 risultano tutto sommato integri) si possono suddividere in 2 episodi distinti, il terremoto e lo Tsunami successivo. Dopo il sisma, i reattori di Fukushima dai-chi sono rimasti senza luce per svariati minuti, per cui i quadri elettrici che regolavano gli impianti di raffreddamento si sono spenti; non appena si è pensato di ricorrere a gruppi elettrogeni per generare corrente è arrivata l’onda anomala che ha sommerso tutto e la centrale ha cominciato a bollire pericolosamente.

A quel punto si è pensato di abbassare la temperatura, facendo sfiatare i reattori e liberando così nell’atmosfera del gas radioattivo, ma non bastando questo sistema si è cominciato a pompare migliaia di litri di acqua di mare e di acido borico per evitare che il nocciolo si fondesse.
Al di là degli annunci rassicuranti della TEPCO, una domanda sorge spontanea: che fine ha fatto l’acqua che è entrata al momento dell’inondazione, se non tornare in mare carica di radiazioni? E quei gas tossici liberati nell’aria dove sono andati a finire? Il personale della sicurezza si è giustificato dicendo che quel giorno il vento spirava da terra verso l’Oceano Pacifico, per cui nessuno avrebbe avuto conseguenze dal rilascio di sostanze pericolose .
Ad oggi, ci sono state delle esplosioni nei reattori 1, 2, 3 e 4 e sembra che la prima abbia causato una certa dose di fusione delle barre di combustibile radioattivo.
Risulta ormai certo che l’Oceano Pacifico dopo il marzo 2011 ha accumulato altissime quantità di Cesio e di Radionuclidi che hanno compromesso e contaminato alghe, pesci, sedimenti e inevitabilmente molte persone.

Se in un primo periodo l’11 marzo del 2011 a Fukushima è stato classificato come un incidente senza conseguenze particolari, a distanza di pochi mesi le autorità preposte l’hanno inserito al settimo livello, il più alto, come Chernobyl.
Ciò che il libro mette in luce senza ombra di dubbio, è che probabilmente la TEPCO e alcuni organi statali giapponesi non hanno voluto ammettere i reali danni del disastro e questo, al di là delle pecche tecniche, è sicuramente la colpa più grave.

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Fukushima. Alessandro Farruggia. I Grilli Marsilio. Marzo 2012.

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