Elio Franzini – Moderno e postmoderno. Un bilancio (Cortina, 2018)


Quello che mi trovo oggi a recensire è un libro tecnico, complesso, nel linguaggio e nei concetti, e per pochi. In realtà, le cose scritte al suo interno dovrebbero essere accessibili a tutti, per la loro importanza storica e intellettuale, ma al giorno d’oggi (ma forse l’ignoranza non è una prerogativa solo dell’oggi, forse è sempre stato così) sembra essere un lusso poter discorrere di categorie importanti come moderno e postmoderno, modernità e postmodernità, dando loro lo spessore filosofico di cui c’è bisogno. Perdonate questa introduzione all’apparenza elitaria, ma che vuole essere in realtà un richiamo alle coscienze, alla loro potenziale curiosità, e procediamo all’analisi di questa piccola perla che Elio Franzini e l’editore Cortina ci regalano.

L’autore è un filosofo docente di Estetica all’Università degli Studi di Milano, di formazione fenomenologica – la corrente filosofica che ha in Edmund Husserl uno dei suoi fautori e che ricerca un metodo di indagine basato sull’analisi dei fenomeni per come si presentano alla coscienza, non come soggettività empirica, ma come fondamento trascendentale di ogni esperienza possibile. Ed è proprio all’incrocio tra metafisica ed estetica che egli pone il suo “bilancio”.

Partendo dalla nascita del concetto di modernità, Franzini ne ripercorre storicamente e idealmente le peculiarità originarie, quella cartesiana in primis, e ne scolpisce le sue declinazioni successive, passando dal materialismo illuministico e dall’idealismo romantico, mettendo in evidenza in particolare quanto siano fondamentali alcuni snodi, come l’annosa disputa sei-settecentesca tra autori antichi e moderni, la nascita dell’enciclopedia illuminista, o i dibattiti ermeneutici più recenti.

Questo percorso storico ha un obiettivo fondamentale, quanto difficile: definire il termine stesso “moderno”, e quasi per riflesso, quello di “postmoderno”.

Da un lato quindi l’autore è bravissimo a intrecciare i fili di una genesi dei concetti nel passato, in un’ottica fenomenologica e non meramente storicista, dall’altro riesce a tenere unita questa visione oserei dire metafisica con il discorso fatto sull’arte. Da qui infatti nascerebbe anche la diatriba, definita “confusa” da Franzini stesso, che opporrebbe un pensiero moderno “forte” contrapposto a uno postmoderno “debole”. Dopotutto la parola “postmoderno” nasce in ambito architettonico e trova nelle arti la sua espressione più compita, anche al di là di ogni speculazione filosofica.

Nel dodicesimo capitolo, quasi a fine percorso, l’autore arriva ad accennare alla possibilità che il postmoderno non esista, che sia solo una miscelazione di caratteristiche del passato. La definisce come una “strategia”, una tecnica che ha lo scopo preciso di scardinare una tradizione forse davvero troppo forte. Tuttavia però ci pone delle domande interessanti, che a mio parere dovrebbe porsi chiunque abbia intenzione oggi di apportare un suo contributo intellettuale a qualsiasi campo artistico. “Dobbiamo dunque essere postmoderni perché non possiamo più farne a meno? Camminando nella metropoli, solo perché vi camminiamo e la abitiamo, non possiamo non esserlo?”

Probabilmente, anzi, sicuramente tutti coloro che si sono spinti al di là della modernità, parlo almeno dei grandi nomi, hanno fatto comunque i conti con una tradizione, e con il suo metodo.

Quello di Franzini non è un testo facile. Lo si capisce dalle prime righe, e l’ho già detto all’inizio. Ciò non significa però che ognuno di voi non abbia le facoltà per costruirsi gli strumenti per leggerlo, e che anzi, a parer mio, debba farlo.

Vi lascio con un passo che ho trovato molto interessante, anche a causa della mia passione per la cultura fantascientifica e che inoltre ritengo cruciale per la nostra contemporaneità:

“L’icona della postmodernità non ha un modello scientifico, storico, genetico, urbanistico e linguistico e deve quindi rivolgersi alla fantascienza, alla fiction, come accade, per esempio, in Blade Runner (1982) di Ridley Scott […] Qui, al di là della trama, non è solo lo scenario urbano a impressionare, ma l’idea, tratta da Gehlen, di ‘post-storia’: la storia come evento della ragione, come favola da raccontare, come modello formativo da imporre, come scetticismo da manifestare, come simbolo da sciogliere, è ormai qualcosa di perduto. Nasce il post-uomo […] Il sentimento, il sentire, quelle sensibilità che sembrano “umane”, sono del replicante e non dell’umano cacciatore.”

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