DRAKKAR – Intervista

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DRAKKAR – Intervista

Dopo una prima parte del nuovo millennio contrassegnata da una certa stasi seguita all’uscita di Razorblade God (2002), i Drakkar sono tornati a far sentire la propria voce in questo decennio, ben decisi a ribadire il proprio valore con album eccellenti come When Lightning Strikes (2012) ed il recente Run With The Wolf: abbiamo chiesto al chitarrista e fondatore della band milanese, Dario Beretta, di raccontarci qualche particolare in più dell’ultimo album e non solo …

iye Ciao e bentornati. Raccontaci come è nato questo vostro splendido ultimo lavoro, “Run With The Wolf”.

Ciao e grazie dei complimenti! Il disco è nato nel modo più spontaneo. Dopo aver constatato con “When Lightning Strikes” l’esistenza di un pubblico ancora interessato alla band nonostante la lunga assenza dalle scene, abbiamo deciso di continuare e di ributtarci al più presto nella creazione di un nuovo lavoro. Ovviamente i nostri tempi non possono essere quelli di una band che si mantiene con la musica, dobbiamo conciliare il tutto con le nostre vite private, ma al netto di questo possiamo dire di aver lavorato abbastanza velocemente. L’obiettivo, in ogni caso, era quello di divertirci, di fare un disco il più possibile energico e coinvolgente, senza troppi calcoli. Ne è venuto fuori un lavoro molto vario e che ci soddisfa appieno.

iye Il nuovo album, pur mantenendo la vostra vena aggressiva, più che in passato punta molto sugli arrangiamenti orchestrali: è stata una scelta ponderata oppure una naturale evoluzione nel vostro sound ?

La tua domanda un po’ mi sorprende, perché a dire il vero “When Lightning Strikes” era decisamente più orchestrale rispetto a “Run With The Wolf”: c’erano molte più tracce di tastiera sovrapposte, le varie intro con i suoni etnici… RWTW è molto più asciutto ed essenziale da questo punto di vista. Le parti di tastiera però sono molto melodiche, quindi forse risaltano maggiormente rispetto agli arrangiamenti più “sottili” del disco precedente.

iye Il vostro ottimo songwriting, del resto già esibito anche nei lavori passati, mi ha letteralmente conquistato riuscendo a mantenere un livello altissimo su tutti i brani dell’album, con picchi qualitativi non indifferenti come nelle splendide “Gods Of Thunder”, “Watcher On The Wall” e nell’epica “Call Of The Dragonblood”: se anche tu la pensi così, quali sono gli aspetti che hanno contribuito a questo ulteriore passo avanti ?

Innanzitutto sono contentissimo che ti sia piaciuto così tanto l’album. Sul songwriting, ritengo che questo lavoro sia il nostro migliore insieme a “When Lightning Strikes”: sono entrambi dischi molto maturi e curati, solo che questa volta, sfruttando l’esperienza accumulata sull’album precedente sia da noi che da Mattia Stancioiu, nostro sound engineer e producer, siamo riusciti a fare un netto passo avanti in termini di produzione. Questo ci ha permesso di valorizzare ancora di più le nostre idee e arrangiamenti, oltre che le performance dei singoli musicisti.

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iye Ad aggiungere valore al vostro lavoro, avete ospitato nomi storici della scena nazionale come Olaf Thorsen (Labyrinth e Vision Divine), lo stesso Mattia Stancioiu (Labyrinth) ed uno dei vocalist più bravi e sottovalutati della scena, Terence Holler (Eldritch): come mai la scelta è ricaduta su di loro ?

Volevamo festeggiare degnamente il ventennale della band, che cade proprio quest’anno, quindi abbiamo ritenuto di invitare come ospiti alcuni dei musicisti della nostra generazione, quella del power e progressive metal italiano che a fine anni ’90 fece tanto parlare di sé anche all’estero. Olaf e Terence sono amici con cui abbiamo condiviso tante volte il palco in quegli anni, peraltro Terence aveva già partecipato ai cori di “Razorblade God”, all’epoca, perciò è stato naturale chiedergli di partecipare in rappresentanza delle rispettive band. Per Mattia il discorso è diverso, aveva già suonato su tutto “When Lightning Strikes”, è il nostro produttore e sound engineer, io tra l’altro ho lavorato e sto lavorando di nuovo con lui anche con l’altra mia band, i Crimson Dawn … fa parte della famiglia allargata dei Drakkar a tutti gli effetti, ecco. Sottolineerei anche la presenza di Gabriels alle tastiere e arrangiamenti e di Paola Correale alla voce soprano, entrambi sulla nuova versione di “Galadriel’ Song”, oltre che l’apporto fondamentale di tutti i coristi. A questo disco hanno prestato la loro opera in tanti, rendendolo per noi ancora più speciale.

iye Il digipack è impreziosito da un secondo cd con una manciata di vecchi brani registrati con l’attuale formazione: l’avete fatto perché ritenevate che la produzione non fosse al passo con i tempi oppure, semplicemente, perché volevate dar loro una veste differente ?

Come dicevo, pensavamo fosse una bella idea per festeggiare il ventennale della band. Poi, ovviamente, c’era la voglia di dare a quei brani una produzione finalmente all’altezza, soprattutto a quelli del primo album, che fu realizzato in fretta e furia all’epoca e sul quale avevamo, com’è normale, commesso parecchi errori di inesperienza. Aggiungi a questo l’interesse del pubblico per sentire quei brani cantati da Davide anche su disco (visto quanto è differente la sua voce da quella di Luca, il nostro cantante dell’epoca) e capirai perché ci siamo imbarcati nella creazione di ben 5 bonus track. Una faticaccia, ma ne valeva la pena.

iye Tra il 2002 ed il 2012 avete pubblicato il solo Ep “Classified”, prima di tornare con “When Lightning Strikes”; quali sono stati i motivi che vi hanno costretto ad una produzione così ridotta in quel periodo?

Direi normali cambiamenti nelle nostre vite che, alternativamente per ciascuno di noi, ci hanno costretto a concentrarci su altre cose piuttosto che sulla musica. Penso poi che uno dei motivi principali sia stato l’abbandono del nostro batterista storico, Christian Fiorani, che si è trasferito in Messico. Chris era un po’ il motore della band in termini di entusiasmo, faceva da collante, e senza di lui non era più la stessa cosa. Ci abbiamo messo tanto tempo ad accettare di doverlo in qualche modo sostituire.

iye Come hai detto prima, sono ormai sono vent’anni che il monicker Drakkar è attivo nella scena: assieme a band come Labyrinth, Rhapsody, Domine ed Eldritch, siete stati parte di un movimento che, pur raggiungendo un buon livello di popolarità, non è mai definitivamente esploso. Quali sono secondo te le cause ?

Chi lo sa? Sicuramente tutti noi abbiamo, chi più chi meno, commesso degli errori dal punto di vista della gestione delle nostre “carriere” (tra virgolette), ma sono convinto anche che l’essere italiani ci abbia penalizzato. Purtroppo, nel nostro paese ci sono tanti ostacoli in più per chi vuole dedicarsi al metal, e se non si riesce a costruire una base solida in patria è molto difficile poter raggiungere un livello superiore. C’è chi ce l’ha fatta, per carità, vedi Luca Turilli, quindi tanto di cappello. Però li conti davvero sulle dita di una mano, mentre in Germania o Svezia ce ne sono a bizzeffe e molti non hanno niente di più di tanti artisti italiani rimasti confinati nell’undeground. Aggiungi a questo che il power metal, che era il genere di riferimento della nostra scena, è stato rovinato dalle case discografiche che hanno iniziato a pubblicare vagonate di gruppi senza la minima personalità, e la frittata è fatta.

iye Pochi giorni fa ho avuto il piacere di vedere all’opera gli Eldritch all’Angelo Azzurro di Genova: un concerto bellissimo, con musicisti di rara professionalità (Terence Holler si è esibito pur dovendo usare le stampelle), ma pochissimi spettatori, sinceramente una tristezza per una band di tale livello: anche voi riscontrate queste defezioni di pubblico in sede live?

Assolutamente sì. Suonare in Italia è diventata una fatica quasi mai ripagata dai risultati. In termini economici bisogna combattere anche solo per farsi riconoscere le briciole; in termini di pubblico, si vedono sempre meno persone perché mancano i ragazzi più giovani, non c’è stato ricambio generazionale. E chiaramente un gruppo con tanti anni di carriera alle spalle e tanti concerti nei tempi d’oro fa anche fatica a sopportare di dover ricominciare da zero o quasi, soprattutto perché non abbiamo più 20 anni. Per chi lavora, ogni concerto è una sfacchinata ed è normale che dopo aver fatto chilometri e chilometri per suonare davanti a 10 persone per pizza e birra ti cadano le braccia.

iye Il power metal in questi ultimi anni ha ceduto il passo ai suoni symphonic gothic, ma nell’underground continuano ad uscire band notevoli, anche e soprattutto in Italia: pensi che, a breve, possa esserci un ritorno in auge del metal classico tra il pubblico europeo e nazionale, come avvenne appunto una quindicina di anni fa?

Non ho la sfera di cristallo, quindi non saprei dire. Quando iniziammo, nel ’95, il power metal era considerato un genere praticamente morto, una vestigia degli anni ‘80 che poteva avere un moderato successo solo in Germania e in Giappone, e questo nonostante il genere avesse continuato a produrre capolavori assoluti anche nei primi ’90, pensa solo a “Livin’ In Hysteria” degli Heaven’s Gate o “The Missing Link” dei Rage. Nel giro di tre anni cambiò praticamente tutto: divenne un fenomeno commerciale, venne spremuto e in breve tempo arrivò a saturazione. Potrebbe succedere ancora, come no. La cosa positiva della scena attuale è che non essendo più una moda sono rimasti a farlo solo i gruppi che ci credono davvero, quelli che lo fanno perché davvero amano questo tipo di metal. Ci sono molti meno dischi, ma di maggiore qualità.

iye Concludendo e ringraziandoti, ti chiedo di esporci i vostri progetti futuri.

Adesso cercheremo di fare qualche data per promuovere “Run With The Wolf”, nonostante le difficoltà di cui accennavamo prima, poi si vedrà. Le idee per proseguire non mancano, vedremo quali si concretizzeranno. Di certo i responsi avuti finora dal disco son così positivi che ci spingono a continuare.
A presto e grazie dello spazio che ci avete concesso!

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