Cristiano Godano

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Cristiano Godano

Fatica e soddisfazione per una vita passata tra bobine e amplificatori, amore e commozione per la bellezza della musica, massima espressione artistica e propensione di pochi, qualche frustrazione per la mercificazione dell’arte e per la sua volatilità nell’ “epoca della sua riproducibilità tecnica”, e ancora suoni e parole, gioco e significato. Abbiamo parlato di tutto questo con Cristiano Godano (Marlene Kuntz), raggiunto telefonicamente nella sua Cuneo.

iyeNei vostri ultimi concerti avete mostrato una carica degna di una band emergente pronta a conquistare il mondo, tanto che si fa quasi fatica a credere che abbiate già un best of alle spalle. Mi viene da chiederti da cosa dipende la longevità di un gruppo come i Marlene Kuntz?
Credo che abbia a che fare con un sacco di ingredienti. Prima di tutto serve armonia nella band, reciproco rispetto, un’applicazione del principio democratico, fiducia. Serve anche la capacità di ciascuno di saper svolgere al meglio il proprio lavoro all’interno della band. In molti gruppi il cantante è nell’occhio del ciclone. È generalmente quello che si espone di più sul palco, che è al centro delle fotografie, che si occupa dei testi. Nel nostro caso, per esempio, i testi hanno grande importanza e determinano la politica del gruppo, quindi il mio ruolo diventa quello di maggiore esposizione, nel bene e nel male. Quando c’è stato qualcosa che non andava, ho letto molte volte che “Godano si è montato la testa” e stronzate del genere. Invece, se noi siamo ancora qui è perché siamo un nucleo coeso di tre persone che si conoscono bene da vent’anni.
Un altro ingrediente, come ho anticipato, è la poetica stessa dei Marlene, che fa nascere delle fantasie e crea un immaginario riconoscibile.

iyeMi fa piacere che tu abbia tirato in ballo la vostra poetica. È evidente infatti che oggi, dopo circa 15 anni di carriera alle spalle, ci sia qualcosa che vibra in modo diverso nelle sonorità e nei testi dei MK? È qualcosa che s’intreccia con l’attualità oppure attiene essenzialmente ad una vostra dimensione più privata?
Diciamo che non vibra più quel qualcosa che ha connotato la prima parte della nostra carriera, quando io ero una persona più introversa e più turbolenta dentro e questo lo manifestavo anche con degli eccessi che erano del tutto genuini in quanto rappresentavano il me stesso di allora, ma che ora non mi appartengono più tanto. Non voglio dire che sia diventato un estroverso tout cour, ma che sono semplicemente una persona più equilibrata, che ha scoperto anche gli aspetti giocosi e belli della vita. Li conoscevo anche prima, certo, ma tendevo a sotterrarli in quanto persona più giovane che aveva delle urgenze artistiche particolari e delle difficoltà di espressione. Insomma ha a che fare con la maturazione. È auspicabile per chiunque non vivere una vita sempre introversa e incazzosa ed è ovviamente (e sottolineo ovviamente) la critica che più ci viene mossa: “non siete più gli orsi di una volta”. Però, francamente a me di essere un orso tutta la vita non me ne frega un cazzo (ride, ndr). Un artista onesto deve far coincidere se stesso con il presente che vive.

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iyeA proposito di questa tua ultima affermazione, non temi che passando buona parte del tuo tempo tra il lavoro in studio e i tour possa verificarsi una scollamento tra i tuoi testi e la realtà?
In realtà, vorrei non avere questo timore, anche perché sono affascinato da proposte artistiche che mi mostrano un mondo straniato e sganciato dal reale, in quanto per me questo significa scardinare i meccanismi ed entrare in empatia con quello che io considero il talento artistico, e cioè la capacità di creare mondi nuovi. Di sicuro, e soprattutto in Italia, muoversi in questa direzione non è particolarmente furbo, purtroppo, perché il pubblico italiano ha delle fascinazioni di altro tipo. Ha bisogno di essere preso per mano e confortato dal reale. Spesso mi rendo conto che quello che piace a me, anche ad esempio in letteratura, non è ciò che piace alla maggior parte del pubblico italiano. Molti sanno che il mio scrittore preferito è Nabokov e lui non ha mai scritto nulla che avesse a che fare con il reale. Era uno scrittore estremamente metanarrativo, però chi ama questo approccio si perde nella girandola di artifici che rendono la sua scrittura molto particolare, probabilmente geniale. Questo è quello che, secondo me, si deve chiedere a un’opera d’arte. Mi spiego meglio con un esempio: se si pensa ad una successione di sole note, e se l’autore non suggerisce per esse una qualche chiave di lettura (sociale, politica, etc.), le note in sé ci comunicano comunque l’abilità di chi le ha composte e ci consegnano delle emozioni che non hanno dei significati. Non ci sono significati dietro le note, e la musica, non avendo parole, rappresenta l’estro artistico nella sua essenza, per come la vedo io. Certo, le parole evocano dei significati, ma io faccio parte di quella categoria di persone che amano l’idea che con le parole si giochi. “La poesia è una lunga esitazione fra suono e significato”, diceva Paul Valèry. Il suono ha a che fare con il gioco, e quindi mi piace mettere insieme delle parole che non solo “significhino bene” ma che “suonino bene”. Però, anche se non mi interessa, credo che la maggior parte del pubblico italiano difficilmente entra in sintonia con questo approccio. Preferisce chi lancia slogan sul palco, chi parla di disagi sociali, e cose di questo tipo.

iyeNel vostro ultimo lavoro “Ricoveri virtuali e sexy solitudini”, usi toni alquanto aggressivi. Una conferma del fatto che la rabbia e il disgusto per certa umanità sembrano essere una traccia costante dei tuoi testi. Immagino non si tratti di semplice moralismo.

In realtà, a me sembra che i testi di cui parli non occupino la maggior parte del disco. Certo, sono più evidenti perché parlano di temi importanti e affrontati in maniera diretta. Sono l’emanazione di ciò che provavo durante le registrazioni dell’album, un sentimento di frustrazione, di disillusione nei confronti di quanto sta accadendo alla musica. Credo che sia un sentimento legittimo dei musicisti, soprattutto di quelli non ricchi. A proposito di questo, va sfatata l’immagine che la gente ha di noi e cioè di persone agiate che vivono di canzoni e concerti. In realtà, per vivere di musica noi ci facciamo un gran culo, perché è sfiancante e molto impegnativo. Per questo è frustrante sapere che stai dando il massimo per fare un disco che poi, una volta uscito, verrà preso gratis dalla gente! La gente dovrebbe rendersi conto di tutto ciò ed empatizzare con questo sentimento, soprattutto se ama la musica. Ma questo, a livello culturale, non è percepito. Forse sarà recepito fra vent’anni, quando il disco sarà morto definitivamente e la musica sarà altrove. Siamo in un’epoca di transizione in cui si stanno stravolgendo certi parametri culturali. Tra l’altro, in questi mesi ho sempre sottolineato che i Marlene Kuntz non stanno assolutamente facendo i nostalgici. Siamo persone sopra i quaranta, ma non abbiamo alcuna attitudine da vecchietto che se la prendono per i bei vecchi tempi andati. Noi siamo a favore del progresso e riteniamo che Internet sia un luogo miracoloso. Credo solo che abbiamo il diritto di esternare una certa frustrazione.

iyePer quest’ultimo album avete firmato con la Sony, una major. Ci spieghi il perché di questa scelta in controtendenza rispetto a quella di alcuni noti artisti? Parlo, per esempio, di Morgan, Afterhours, e sebbene l’accostamento suoni strano, anche di Pino Daniele. Loro hanno scelto di affidarsi a etichette indipendenti.
Queste sono un po’ delle scommesse. Sono scelte che hanno a che fare anche con la natura imprenditoriale di ciascuno. Affidarsi ad un’etichetta indipendente significa gestire alcune cose in prima persona e ci sono tantissime strategie tra cui scegliere, a partire dalla promozione di un disco. Una mossa davvero importante è stata quella dei Radiohead, che fecero la sottoscrizione gratuita, ma vennero anche molto criticati da tanti gruppi, che la considerarono una mossa arrogante. Sai, sono mosse di natura imprenditoriale, ma siccome noi non abbiamo questa attitudine, avere una major disposta a pagarci determinate spese anziché pagarcele noi, ci sollevava da problematiche che non avevamo voglia di affrontare. Dipende dai musicisti insomma. Mi sembra che Manuel Agnelli parlasse dei “musicisti contabili”, no? Bhè, ci sono musicisti contabili e ci sono musicisti con la testa per aria.

iyeSto pensando al testo di “Paolo anima salva”. Con il lavoro che fai, ne avrai conosciute parecchie di persone. Sei riuscito a capire “come si può fare a rintracciare le anime che ci son simili”?
(Ride, ndr) Questo è un problema di Paolo! In realtà quel singolo, dal punto di vista radiofonico, non ha riscosso molto successo e questo mi fa pensare che le anime belle e salve, quelle più solitarie e problematiche, con le quali preferiresti essere empatico, sono poche e se ne stanno con i loro problemi, senza mischiarsi con la massa. La maggior parte della gente è ancora incline alla superficialità piuttosto che all’approfondimento, Niente di nuovo, comunque. Il mondo è sempre andato più o meno così. Quando penso all’approfondimento, penso al ruolo che in tal senso svolge Internet: l’approfondimento è “verticale” mentre Internet sta “orizzontalizzando” il nostro approccio al sapere. Ci sta “sbrigando” l’esistenza, ma ci impedisce di approfondire. Diciamo che il testo di “Paolo anima salva” è anacronistico, anzi, orgogliosamente anacronistico e commercialmente poco fruttuoso.

iyeA proposito della gente che incontri, quando ti ritrovi davanti a un fan che trepida per il semplice fatto di essere al tuo cospetto da quali emozioni sei attraversato?
Niente di strano. Sono sentimenti che ho vissuto anch’io quando ero fan dei miei beniamini. Quando mi sono trovato al cospetto di Nick Cave a 18 -19 anni ero ammutolito e non riuscivo a parlare perché avevo proiettato su di lui tutte le mie immaginazioni, tutte i miei aneliti, i miei entusiasmi.
Trovandomi oggi dall’altro lato, mi sono accorto, ad esempio, che Nick Cave non era un dio, ma una persona come tutti noi, solo per certi versi speciale, perché comunque fa un lavoro particolare. Penso che ciascuno di noi alla nascita sia dotato di un determinato talento: chi per il bricolage, chi per la cucina, etc. Poi c’è il talento artistico, al quale è rivolta un po’ più di attenzione, forse perché quello di saper comunicare sentimenti ed emozioni è un talento di pochi. Spesso mi sento dire: “vorrei anch’io saper esprimere le emozioni come le esprimi tu”. Evidentemente ho un talento che è molto apprezzato e, se questa premessa è valida, Nick Cave risulta una persona speciale semplicemente perché da anni fa qualcosa di potente dal punto di vista emotivo. Lo stesso sento di poter dire di me stesso: sono una persona per molti versi “normale” e per altri versi particolare, perché da anni resisto nel fare qualcosa di potente dal punto di vista dei sentimenti e dell’emotività.

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