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Confessioni di una maschera – Gli anni del consenso

Gli anni del consenso: si tratta di un fascismo strisciante, ripulito dei suoi eccessi comici e cabarettistici del ventennio.

gli anni del consenso

Confessioni di una maschera – Gli anni del consenso

::confessioni di una maschera::

“gli anni del consenso”

marzo MMXXIV

A volte penso che parlare di fascismo nel 2024 sia anacronistico. Eppure accade che gli eventi della vita mi portino, più spesso di quanto vorrei, a contatto con fin troppi idioti che guardano con tanto di lacrimuccia al peggiore periodo della nostra storia recente. Perché, è bene precisarlo sin da subito, chiunque si rifaccia con nostalgia più o meno velata, a quei vent’anni, non può che essere un idiota. 

Capita che, sfogliando le pagine online, o ancor peggio consultando Bandcamp per scoprire qualcosa di nuovo in ambito musicale, arrivino copiosi ammiccamenti a simbologie e atteggiamenti che si rifanno agli anni bui del nostro passato. Si tratta di un fascismo strisciante, ripulito dei suoi eccessi comici e cabarettistici del ventennio. Un fascismo silenzioso che si muove senza far rumore, cercando di non attirare troppa attenzione mediatica. Ma pur sempre di fascismo si tratta.

Credo che il fascismo non se ne sia mai andato. Ha scelto di cambiare faccia, infilandosi nelle pieghe sociali, in modo da trarre il proprio sostentamento dalla pancia della gente, da quei sentimenti meno razionali, che gli hanno permesso di restare in vita. Riuscendo a fare proselitismo in modo subdolo anche in ambito musicale, trincerandosi dietro simboli esoterici e richiami al paganesimo, in nome di una fantomatica libertà di espressione che possa essere usata per giustificare la nefandezza dei propri “contenuti”. Non è infatti difficile, tra ammiccamenti in quella zona grigia a cavallo tra il neofolk, l’industrial e il black metal, incocciare album che mostrano un approccio superficiale, troppo facilmente etichettato come “provocazione. 

Attenzione però. Da un punto di vista pratico non sono fascisti, siamo noi che non siamo in grado di capire l’ironia. Siamo noi (ma noi chi, mi verrebbe da chiedere) censori a stare dalla parte del torto, in virtù e per colpa del nostro innato atteggiamento che ci porta a condannare chi non la pensa come noi. Non siamo in grado di capire “l’arte” e il messaggio da essa veicolato. In pratica siamo in perenne ricerca di streghe da mandare al rogo. Ci sarebbe quasi da ridere se non fosse tutto drammaticamente vero. 

Posizioni assurde miseramente costruite intorno al dogma secondo cui bisogna per forza abbattere il politicamente corretto, in nome di una rivalsa sociale che non ho ben capito da dove arrivi. In questa zona borderline si trova tutto e il contrario di tutto. Tra simbologie e slogan che non lasciano dubbi si è diffusa una tolleranza, che consente appunto, di etichettare come provocazione una serie di atteggiamenti che di provocatorio non hanno nulla. La provocazione nasce e si radica intorno all’uso dell’intelligenza, dell’ironia e del gusto. Tutte cose di cui queste dinamiche filofasciste sono prive.

Piccola doverosa digressione – Scelgo volontariamente di non entrare nel merito sui contenuti strettamente musicali. Sarebbe facilissimo parlare del nulla che queste realtà spacciano per “arte”. Ma preferisco andare oltre, forte della convinzione che stroncare chi non ha capacità analitica e critica per accettare e riflettere sulle parole altrui sia un esercizio del tutto inutile. 

Il mio non è e non vuole essere un intervento volto a dividere il mondo in buoni e cattivi. C’è già la storia a parlare per conto mio. Non ho nulla da aggiungere. Così come non voglio invitarvi a selezionare i vostri ascolti. A me di come spendete i vostri soldi e come impiegate il vostro tempo non interessa minimamente. Mi preme invece provare ad analizzare il quadro di insieme, per capire come sia possibile ancora oggi approcciare certe tematiche in modo così idiota. 

Sgombriamo subito il campo da equivoci. Non credo che si stia preparando un nuovo Reich, o sia in atto una cospirazione a livello continentale sovvenzionata e ordita dal Fronte Nazionale. Non vedo i fantasmi del passato. Anche perché ai fantasmi non credevo nemmeno quando ero bambino.

Vedo però un atteggiamento troppo superficiale con cui si promuovono contenuti di questo tipo. Una superficialità che diffonde l’idea che tutto sia da mettere sul medesimo piano, in modo esplicito.

Peccato però che l’assurdo diventa reale proprio nel momento in cui si finisce per porre tutto e tutti sullo stesso piano, quando si ribaltano le posizioni e gli aggrediti diventano aggressori, quando si cerca di ridimensionare la lezione della storia derubricandola a propaganda, quando insomma si affrontano le cose con superficialità e distacco. 

Guardando al ventennio di allora non posso non pensare al ventennio di oggi, che ha distrutto una nazione forse mai consapevole di esserla diventata. L’uomo solo al comando spentosi recentemente che, dagli schermi delle sue televisioni, è riuscito a mutare le abitudini di un intero paese, ci ha trascinato in un vortice di aberrazione culturale fatta proprio della superficialità di cui sopra. Il ventennio, che ha coinciso con la sua incoronazione e il suo regno, ha indirizzato le nostre teste verso una passività che, accentuata dall’avvento inarrestabile e seducente di internet, ha stravolto e riorganizzato secondo una nuova scala prioritaria le nostre giornate e i nostri pensieri.

Non posso conseguentemente non trovare aberrante l’idea che davanti a immondizie musicali (cit.) nessuno si scandalizzi più, che tutto venga archiviato alla voce “libertà di espressione”. Non posso, al tempo stesso, pensare che non sia possibile scindere l’uomo dalla sua arte – fermo restando che spessissimo di arte in queste situazioni non vi è alcuna traccia – per la paura di perdere consensi. Perché è qui che arriviamo, secondo me, al vero punto della situazione.

Viviamo nell’era del consenso virtuale. Siamo schiavi dei numeri e della pubblica e altrui approvazione. Non possiamo spingerci a dire quello che pensiamo davvero, finiremmo per rovinare quei “rapporti” che l’età dei social network ci impone di mantenere saldi e vivi. Da cosa nasce cosa, per cui il “volemose bene” è l’unica strada percorribile. 

Qui, in queste pieghe, è dove si riproduce il fascismo. Qui, dove nutriamo relazioni (virtuali) con soggetti che un tempo, in assenza di internet non ci saremmo mai nemmeno sognati di frequentare. Ma, come detto, vogliamo la libertà, per cui, che ognuno frequenti chi preferisce, io non voglio sostituirmi al vostro cervello, invitandovi ad alienare persone non grate, non è a me che dovete rispondere ma alla vostra intelligenza, sempre che ne possediate una.

Siamo tutti antifascisti, soprattutto in questi giorni che precedono il 25 Aprile. Ma poi, alla resa dei conti, negli altri mesi dell’anno, che cosa facciamo per dimostrarlo? Questo atteggiamento di non voler chiamare le cose con il proprio nome per non scontrarsi con gli altri, lasciando che ci vada bene tutto, finché però poi le cose non ci coinvolgono di persona è apertamente fascista. 

Ammetto di aver provato a entrare sull’argomento con queste persone. Cercando di capire il loro punto di vista e provando, al tempo stesso, di illustrare loro il mio. Ovviamente è stato un fallimento, su tutta la linea. Nel momento in cui si sminuisce il peso degli argomenti, spacciando per arte e provocazione il nulla, seguendo l’assurdo assioma secondo cui la libertà viene prima di tutto, è inevitabile che queste persone finiscano per apparire come incapaci di elaborare un concetto, spiegare un punto di vista, analizzare un fenomeno. Come è altrettanto ovvio che per giustificare – prima di tutto a loro stessi – le proprie idee ci si rifaccia a simboli e slogan che la storia ha condannato senza appello. Affermare senza elaborare, senza approfondire, senza contestualizzare, facendo passare tutto per “politicamente scorretto” equivale a imboccare una strada senza ritorno, in cui tutto è meritevole di attenzione e diffusione. E chi cerca di porre un freno, perché a sua volta frenato, limitato, discriminato, emarginato da tali comportamenti, diventa il censore, il nemico, l’antidemocratico.

La psicopatologia riesce, laddove tutte le mie parole non sono riuscite, a sintetizzare il quadro semplificandolo all’eccesso. E lo fa descrivendo il DOP (Disturbo Oppositivo Provocatorio), identificandolo come un disturbo caratterizzato da:

“Comportamenti che mettono in discussione ciò che gli viene detto e provocano con atteggiamenti di sfida, in particolare verso persone che rappresentano l’autorità. Rabbia e ostilità. Volontà di non rispettare le regole. Comportamenti di accusa degli altri per i propri comportamenti scorretti e volontà di irritare gli altri. Atteggiamento di rabbia verso qualcuno e vendicativo.”

Direi che è tutto fin troppo chiaro, ma mi riservo di aggiungere come si sottolinei che “La presenza di comportamenti oppositivo-provocatori è frequente durante lo sviluppo del bambino, in particolare in adolescenza”.

Se dico che questi fascistelli sono dei ragazzetti sottosviluppati, sbaglio?

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