Il “buon costume” ha fatto chiudere il Dal Verme

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Ai sensi dell’articolo 100 del regio decreto, datato 18 giugno 1931, venerdì scorso, a Roma, è stato chiuso il circolo Dal Verme.

L’articolo in questione, al suo primo comma, prevede che “il Questore può sospendere la licenza di un esercizio nel quale siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica ed il buon costume o per la sicurezza dei cittadini”.
Difficile dire quale di questi arcaici quanto specifici “capi d’imputazione” sia quello più consono al Dal Verme, che da anni anima il quartiere del Pigneto con concerti di musicisti italiani ed internazionali, dj-set ed altri eventi, anche patrocinati da Roma Capitale e dal V Municipio, come il Festival delle Culture Indipendenti. I più maliziosi potrebbero vedere nella durata della chiusura prescritta dal Questore, 30 giorni, una strana coincidenza, visto che manca circa un mese al voto per il sindaco della capitale. Ma le motivazioni più complottistiche, si sa, lasciano il tempo che trovano. Resta però difficile capire come si sia allora arrivati ad una decisione così drastica semplicemente per “lippis et tonsoribus”, ossia perché le “frequentazioni delinquenziali” del circolo siano state, finora, sotto gli occhi di tutti.
Quello che invece è realmente sotto gli occhi di tutti, è la solidarietà che il circolo ARCI ha ricevuto: migliaia di persone hanno risposto all’appello lanciato dai gestori del locale, scrivendo e-mail al Commissario Tronca e ai suoi sottoposti, chiedendo la “Riapertura immediata del Dal Verme”. Tra questi Bill Gould, bassista e fondatore dei Faith No More, storica rock band americana, che ha voluto manifestare il proprio dissenso nei confronti di una decisione che, evidentemente, ha lasciato l’amaro in bocca anche dall’altro lato dell’Atlantico. Anche la carta stampata non si è sottratta dal commentare con durezza la decisione presa dal Questore: il 9 Maggio, Christian Raimo dipingeva, sulle pagine di Internazionale, una Roma moribonda ed indifferente, in cui si sgomberano o si chiudono cinema, palestre, teatri, librerie e circoli per lasciar spazio ad asettici centri commerciali, in cui non ci sarà più spazio per le icone della Roma passata (Pasolini, Fellini, Scola, Verdone, Magnani) ma solo per una romanità take-away, frettolosa, fasulla e sterile. Quella di Raimo è pura disperazione. La disperazione di chi Roma la vive, l’ha vista cambiare e la vede prossima alla débâcle.
Ma bisogna restare lucidi, fare le dovute distinzioni, non confondere la chiusura di locali come il Circolo degli Artisti, che poco più di un anno fa serrava i battenti per varie e pesanti accuse (tra cui l’interramento illecito di rifiuti), con quello che sta vivendo oggi il Dal Verme, la cui chiusura è stata motivata con argomentazioni che hanno del grottesco, e che poco hanno a che vedere con reati tangibili, ma solo col perbenismo ipocrita di chi vede in un circolo culturale un “pericolo per l’ordine, per la moralità pubblica ed il buon costume”.
Non ci resta che sperare che il Dal Verme riapra presto, perché se è questo il “buon costume” che ci vogliono cucire addosso, beh, hanno quanto meno sbagliato taglia.

#riapriamoildalverme

serranda

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