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Recensione : Blonde Revolver 7 Pollici

Questo sette pollici è introvabile, talmente introvabile che le Blonde Revolver non si trovano neanche nelle schede di Discogs.

Blonde Revolver

Blonde Revolver 7 Pollici

Questo sette pollici è introvabile, talmente introvabile che le Blonde Revolver non si trovano neanche nelle schede di Discogs. Talmente introvabile che, a questo punto, penso di essermi inventato tutto, sia il disco che il gruppo che il Bandcamp.


A pensarci bene, in effetti, questo disco suona ai miei orecchi talmente bene, talmente “il disco punk perfetto”, che potrebbe anche essere che sia solo una mia proiezione mentale e nulla più: è un 7”, formato ideale del punk, l’economia del suono è indirizzata sul risultato d’insieme e nessuno strumento prevale sull’altro, una cosa terribilmente primi Velvet Underground che quasi mi commuovo, il Mood rimane sospeso tra il maligno e il malsano, si cita più di una volta l’opera di Lovecraft e l’unico pezzo non originale del disco è una cover degli Urinals che, bene dirlo, può suonare banale oggi come oggi ma che per il sottoscritto non lo è mai. Perfetto.


Si parte con Ruby ed è già festa per il sottoscritto: un punk rock sparato e trascinante che, vuoi la voce, vuoi la struttura garage, ricorda delle Bikini Kill impegnate in un synth punk alla Screamers (libidine, doppia libidine, doppia libidine coi fiocchi). Già al secondo pezzo, Reanimator, posso dire di essermi già arreso all’evidenza: uno dei pezzi più belli del 2021, secondo il mio modestissimo parere, così ben impastato tra un synth che descrive paesaggi desertici e desolati, strumenti a corda e batteria che forniscono una base coesa e estremamente pesante e una voce disperata e spettrale; difficile non rimanere affascinati e posseduti. Meglio il racconto di Lovecraft, il film di Yuzna e Gordon o il pezzo delle Blonde Revolver? Da oggi la domanda si estende…
Nel proseguo le BR alzano il tiro e diventano ancora più urticanti con tre numeri di punk rock ai limiti dell’hardcore e un synth impegnato a unire certa desolazione post post all’umore maligno degli Emperor del primo ed omonimo EP (per la cronaca: ci riesce ampiamente): Pocket Rocket (un ritornello semplice ma indimenticabile), Dagon (rieccoti Lovecraft reinterpretato in un brano eccelso, ossessivo, passivo-aggressivo) e Power Play, un hardcoraccio veloce e spietato che ricalca il genere per riscriverlo come lo avrebbero riscritto gli immortali Lost Sounds di Memphis Is Dead.


Chiude il tutto la già citata cover degli Urinals: I’m a Bug, pezzo coverizzato forse anche da Claudio Baglioni e che, quindi, potrebbe, come già detto, apparire come una scelta un po’ facile e ruffiana; in realtà il sestetto di Melbourne ce la restituisce dopo un pesante trattamento di synth del malessere, post punk del demonio e solo dopo l’attenta revisione del ben noto genio di Providence che pare piacere molto alle nostre (com’è anche giusto che sia…).


Ribadisco: una delle cose migliori che mi siano capitate all’orecchio in questo 2021, peccato che io per primo solo dubiti della sua reale esistenza (lovecraftiane fino al midollo proprio)…

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