10 anni di lunghe lacrime.

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Il capolinea per una delle indie band più importanti di sempre.Si sciolgono gli Arab Strap. Neppure due mesi fa li ho visti per la seconda volta ( nel giro di un anno).E mi sono ripromesso di vederli alla prossima occasione: dal vivo il gruppo di Middleton e Moffat è giunto nell’ ultimo periodo ad un livello performativo altissimo.La maturazione live era sembrata ad una parte della critica, un metodo, un modo, una scorciatoia per riuscire a non far parlare dei dischi più recenti.

Infatti, se si esclude l’ ultimo “ The Last Romance” ( il titolo avrebbe potuto suggerire qualcosa…) accolto bene dai più, fan della prima ora compresi, “The Red Thread “e “ Monday at Hug & Pint” erano stati bollati duramente dalla frangia più integralista dello stream indie, come l’ evidenza di un declino costante ed inevitabile.Ma a parte il valore intrinseco dell’ ultimo album effettivamente più ispirato degli altri due, resta il fatto che gli Arab Strap fossero arrivati ad un picco di maturazione davvero notevole.La band era divenuta fondamentalmente una rock band, non più una creatura cangiante in grado di assumere ora tonalità post-rock, ora songwriting con spruzzate elettroniche, ma bensì una creatura concreta e multisfaccettata, dai vari umori, che nel tempo si sono sempre più rivelati speranzosi e oso dire, ottimisti.Tutto ciò, sicuramente a scapito di una volendo “grezza” e più diretta forma, di una estetica meno barocca è più minimale che li caratterizzava, ma a favore di una crescita compositiva innegabile.Nel comunicato il duo principale del gruppo dice: “…ci sembra il più logico e ovvio atto finale dell’avventura in studio degli Arab Strap. A tutti piacciono i lieti fine!”.Dalle loro parole non traspare alcuna divergenza interna, ma pura e semplice necessità di indagare le proprie introspezioni tramite i rispettivi progetti solisti. Il congedo vero e proprio arriverà durante l’ autunno, con l’ uscita il 23 ottobre della raccolta “ Ten Years of Tears” dove troveranno spazio b-sides, b-versions ed inediti e con la partenza di un tour europeo di addio che toccherà anche l’ Italia.Ecco a seguire delle “mini recensioni” di riepilogo dei sei album ufficiali del gruppo scozzese.“ The Week Never Starts Round Here” Chemikal Underground – 1996E’ l’esordio. I racconti bohemienne di Aidan sono in fiore, se così si può dire. Le chitarre di Malcom iniziano ad articolarsi verso un dinoccolato sound che di li a poco diverrà uno dei marchi di fabbrica degli Arab Strap. Vengono paragonati agli americani Smog, ed hanno dalla loro un singolo, “The First Big Weekend” che a dir poco lascia intendere dove il gruppo si sta muovendo. Seminale per importanza.“ Philophobia”Chemikal Underground – 1998E’ forse l’ apice più alto toccato. Ombroso e nebbioso, maledetto e intellettuale, conferma i buoni presentimenti nati con l’ esordio e li traspone su un livello generale ancora più incandescente. Ci sono “ Packs of Three”, “ New Birds”, “ Not Quite a yes”, “ One Day After School”, al di sopra delle altre, ma anche le altre. Perfetto“ Elephant Shoe”Go Beat – 1999Passaggio momentaneo su major che non intacca la sostanza. “ Cherubs” apre il disco con una malinconica ed arrendevole lascività che ti ci immergi dentro, ti ci perdi. I testi pur mantenendo la linea in puro stile Bukowski sono più “cresciuti” e le ambientazioni noir riflettono sempre al meglio la indole fumosa della band. Delicato.“ The Red Thread”Chemikal Underground – 2001Ritorno alla casa base con in tasca qualche orchestrazione in più. Disco meno claustrofobico e maggiormente aperto a soluzioni eterogenee. Delizioso il singolo “ Love Detective”, come pure l’ esperimento più elettronico “ Scenery” e come l’ iniziale “ Amor Veneris”. Disinibito.“ Monday at Hug & Pint”Chemikal Underground – 2003Il disco del pub, è il lavoro che trasporta il concept dalle relazioni amoroso/sessuali di “ The Red Thread” ai soggetti che si possono scovare all’ interno di una bettola scozzese il lunedì sera in orario di chiusura. Dodici episodi brillanti. La terza “Fucking Little Bastards” è la pietra più preziosa del disco, dove la voce narrante si piega a tratti alla melodia dilaniante e disperata della prima parte per poi ritornare sui suoi passi e riprendere il monocorde nella seconda parte della canzone, un’ esplosione di chitarre, violini e romanticità erotica. Il disco vale solo che per questa gemma.“ The Last Romance”Chemikal Underground – 2005Il disco che non ti aspetti. La maturità che non sembrava voler arrivare ( mancanza che in parte poteva essere pure punto di forza), piomba alla sesta prova su disco. Un epico epilogo per una delle band più influenti nel panorama contemporaneo. Ci salutano con un disco se non ottimista ( sia per le tematiche dei testi, sia per le melodie), per lo meno molto più positivo e sereno. Del resto, a tutti piacciono i finali a lieti fine…

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