ITALIA E ZUCCHERO, BREVE DISAMINA SUL FURORE DEL DIRE.


La Nuova Accademia greca, gente che aveva tempo per pensare tanto e che ha tirato fuori cose notevoli, professava il principio dell’inconoscibilità della realtà, ovvero l’uomo non poteva cogliere l’essenza delle cose, e di queste ultime ognuno poteva avere la visione che voleva.

Più o meno questo potrebbe essere la definizione di rap. Si può parlare di questo genere per ore, giorni e mesi e non si giungerà mai a nessuna definizione, tutti arroccati sulle proprie convinzioni. Il motivo, e dico forse perché non penso affatto di possedere la verità ma propongo uno spunto, è che il rap non ha definizione.

Il rap è nato in un posto dove alcuni ragazzi per togliersi dalla disperazione hanno cominciato a parlare sulle basi di dischi come quello dei Kraftwerk, che poi dire parlare è riduttivo, perché la musicalità di quei primi esempi del rap è immensa. E infatti il rap americano, e tutto l’hip hop che ne viene da lì è un’altra cosa rispetto al nostro. Leggendo il molto interessante libro di Paola Zukar – Rap. Una Storia Italiana – edito da Baldini e Castoldi, si può mettere in moto il cervello e cominciare a ragionare sul rap che è un gran genere sul quale meditare e farsi un’opinione propria, che alla fine è la cosa più importante.

La mitica redattrice genovese di Alleanza Latina e ora una delle più importanti manager italiane del rap, nel libro descrive l’evoluzione del genere in Italia, fino a diventare uno dei generi più potenti nell’industria musicale, o quel che ne rimane di essa. Paola scrive molto bene e ha inoltre sempre avuto le idee molto chiare, nel senso che la sua visione del rap è basata su qualità, innovazione e una buona proposta commerciale. E qui cominciamo ad addentrarci nel campo minato. Il rap in Italia viaggia su due binari : quello underground che ne viene, ma non solo, dalle posse, e quello commerciale, con musicisti che passano esclusivamente dal primo al secondo, o che stanno anche solo nel primo e ne vanno fieri.

Vere e proprie guerre di religione si sono svolte per occasionali passaggi dal primo al secondo stadio, e gli ortodossi del rap hanno gridato venduti più volte. Il problema fondamentale, come scrive bene Paola, è il nostro problema con i soldi. La nostra ipocrita società tricolore tenta di scaricare tutto e di non pagare la tasse, ma maledice chi parla di soldi e dice, io questo lo faccio per soldi. Personalmente penso che questo sia un nostro background atavico, nel senso che in fondo al nostro subconscio non vorremmo mai pagare, e che quindi se si citano i soldi bisogna tirarli fuori. Quindi guai a parlare di soldi e musica, quando poi vengono chieste cifre astronomiche da rappers cosiddetti undeground per concerti con trenta persone.

Eric B e Rakim nel loro capolavoro Paid In Full, già dal titolo e per tutto il disco dicono : zio guarda, siamo bravi e senti che bella merda che facciamo, c’è però la storia che ci devi pagare, e pagare a prezzo pieno. Noi nella nostra distorta visione della vita abbiamo piegato anche il rap ai nostri pessimi usi e costumi, ovvero la musica non deve fare male, non deve far vedere cosa c’è dietro la patina. Prendete il gangsta rap americano ed improvvisamente il ghetto non sarà più un posto così attraente, però quella di gente come Suge Knight e Death Row è un modo come un altro per uscire dal ghetto, forse l’unico, e ci sono posti come Scampia che non hanno nemmeno quello.

Come possiamo leggere dalle pagine della Zukar, il rap in Italia è stato edulcorato, e se non fosse stato per il presidente francese della Universal, non sarebbe uscito nemmeno il primo disco di Fabri Fibra per loro, poiché in Francia il rap fa parte del patrimonio nazionale come il jazz, e lui alla prima riunione in multinazionale ha detto se fossero scemi a non avere un buon disco rap in rampa di lancio. Tutto in Italia deve essere rassicurante e assai comprensibile e lineare, anche nell’underground, ogni minimo conflitto deve essere eliminato, bisogna spianare tutto. Guè Pequeno deve solo parlar di figa e soldi e quando unisce i trattini fra stato e mafia, sbam l’italiano scappa a gambe levate.

La nostra melodia deve invadere tutto e togliere l’odore di merda che ha il nostro paese, mentre il rap è libertà e opportunità di dire, di far vedere quello che sei, ma anche quello che non sei, può venire dalla strada o dal salotto, poi alla fine conta cosa fai e la qualità di ciò che fai.

Grandmaster Flash & The Furious Five – The Message

Tedua – Wasabi Freestyle

Sangue misto – SxM – 05 – Cani sciolti

Fabri Fibra – Il Rap Nel Mio Paese

COR VELENO – STO COR VELENO –

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