SOLOMON BURKE Ho visto un re

SOLOMON BURKE Ho visto un re 1 - fanzine

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Questa volta recensisco un libro, un tascabile che parla di musica; le vie misteriose si sono così palesate nella scelta casuale di questa carta coperta che il destino ha voluto mettere davanti ai miei piedi, la storia di Solomon Burke, il Re del Rock’n’Soul!

Per me è stata una superba rivelazione, non conoscevo il Re se non di sfuggita, ricordo in particolare la sua esibizione live negli studi RAI all’interno del programma pomeridiano condotto da Arbore, Telesforo e Nannini, “DOC”!
Erano gli anni ’80 e il Re Solomon era più che in gran forma, del resto lo è sempre stato, nonostante i problemi di peso siano aumentati a dismisura nel tempo, creandogli seri problemi, sicuramente responsabili della dipartita a settant’anni. Eppure non beveva alcolici né si drogava, però mangiava come un bue, a volontà, e la sua bevanda preferita era il ginger ale. Alla faccia!

La tempra fisica, l’amore per la musica, la fama, lo spirito, i soldi che gli servivano per sfamare l’innumerevole famiglia (si calcolano 21 procreazioni lungo la sua esistenza e svariati matrimoni), lo portavano con animo e scaltrezza a guardare insistentemente all’aspetto economico delle esibizioni, al pagamento delle royalties, nonché ad esercitare varie attività economiche parallele, ad esempio, una piccola curiosità, vendere pop-corn ai presenti nei suoi concerti; l’insieme di tali fattori lo spingeranno al top, come un motore irrefrenabile. Solomon era anche vescovo, dedito alla preghiera nella sua chiesa fondata dalla nonna, la quale ebbe, ed ancora ha, varie sedi negli States: si presume, sia ulteriore probabile ragione accessoria ad averlo legato in modo esclusivo al genere Soul, che altro non è che la individuale e particolare forma espressiva infusa fin dagli esordi all’interpretazione di canzoni rock, country, blues e R&B, mettendoci l’anima, la sofferenza, la naturale improvvisazione da predicatore, tutta roba che non si era mai sentita prima in giro e che ne faceva appunto il Re del nuovo genere, autoproclamandosi tale per via divina, così la nonna gli aveva predetto! Uomo predestinato alle folle, al successo, ma anche sacrificato alla sofferenza per varie vicende personali.

Il libro scritto da Fassio e Uliano con prefazione di Massimo Oldani, un trittico di super appassionati almost oldies but goldies, fa davvero centro come la freccia scagliata da Robin Hood; in 120 pagine si condensano splendidamente le vicende di questo omone, seguendo sì un percorso temporale, ma integrandovi le parole dello stesso Burke e delle persone che gli sono state vicino, persone cruciali per lo sviluppo e l’incedere della sua carriera: il cuore della pulsante storia.

Ne esce fuori un ritratto che a tutto tondo esprime il fenomeno Burke, partendo dalla infanzia, in cui era dedito a piccoli ingegnosi lavori, alla vita familiare, sotto l’educazione di una madre che quando menava, menava come un animale e lui fanciullo scappava dalla nonna per sfuggire le botte; fu infatti la nonna ad educarlo al gospel. Il piccolo Solomon aveva qualcosa di innato addosso riguardo l’uso della voce quale modulo espressivo non solo artistico, ma anche religioso e teatrale, la comunicazione era il suo vero forte; già da bambino teneva sermoni dal pulpito, e fu soprannominato legittimamente Boy Wonder Preacher. Ebbe il primo figlio a 14 anni. Ma eccolo giungere alla vittoria in un concorso canoro, ancora teenager, e le prime incisioni discografiche con l’Apollo che presto lo posero in rilievo sul mercato discografico, forte del giovane timbro vocale,  allora non completamente assestato, eppure tale da renderlo famoso. Seguirono, il triste vagabondaggio, conseguenza della perdita di tutto (casa, famiglia, lavoro) a causa degli scoperti brogli contrattuali che dovette subire per mano di manager ladri e ricattatori; il matrimonio, l’impresa funeraria che mise su in quel frangente, lavorando in ogni mansione della professione, una volta laureatosi in scienze funerarie. Proseguì comunque la carriera di uomo di chiesa.

Finché, finalmente, si accasa all’Atlantic, tramite un tipo ricco ed eccentrico che ne riconobbe il valore e lo convinse a riprendere l’attività canora; conosce Jerry Wexler, il boss, che aveva appena perduto Ray Charles e Bobby Darin in scuderia, e da lì nasce il mito, agli albori degli anni sessanta, periodo in cui fa coppia con l’autore Bert Berns che lo porta ad incidere i suoi più grandi successi e ricevere cospicui introiti di denaro; anche lui fu autore, per esempio la “Everybody needs somebody to love” è sua, frutto di gioventù, la cui sigla autorale dovette essere, cedendo al ricatto del produttore e del manager dell’epoca, condivisa alle loro losche firme.
La propensione alla predica, al sermone, alla battuta, alla comicità, che lo faceva coprire mille personaggi ed imitare tante voci della vita reale, le innumerevoli balle che raccontava, pur lasciando un margine di attendibilità per ogni versione cangiante di esse, i diecimila aneddoti incredibili raccontati su di lui, sono assolutamente da leggere nel book di Graziano Uliano ed Edoardo Fassio. Irrinunciabili!

Egli fu testardo, incazzoso, altezzoso, opportunista; se un albergo non fosse stato adatto al Re, bloccava tutto fino a che non avesse ottenuto soddisfazione in un alloggio migliore, principesco, adatto al suo rango, o stoppava un concerto a metà se il contratto non era rispettato. Insomma, rendeva pan per focaccia, essendo dotato in aggiunta di carisma e magnetismo. La vita le fu maestra, ma anche le necessità, le esperienze, il padre, la nonna. Fu anche uomo di cuore, capace di seppellire rancori, tendendo mani ad amici persi nel tempo, addirittura mise in piedi una fondazione per orfani. Girovago insaziabile, istrione, performer di statura come pochi al mondo, interamente testimoniato dagli interminabili ed estenuanti live, gli one-nighter show, presentati nel sud degli States, insieme a carovane di artisti bianchi e neri, calcando ogni notte un palco diverso. Avventure al limite del paradosso non mancano.

 

E su tutto la sua voce, il cantato che lo ha reso famoso in tutto il mondo, un modo unico che ha permesso di abbattere nei sixties le barriere etniche, in quanto lui cantava pezzi di country del popolo bianco, pur essendo nero, e alla gente, ascoltando quei pezzi per radio, non sarebbe mai venuto in mente che quel formidabile cantante fosse nero, a loro piaceva da matti!
Ciò che si è fatto all’Atlantic ha un valore non trascurabile per quei periodi roventi che conducevano alla parità dei diritti tra bianchi e neri – il lavoro di Martin Luther King, le lotte razziali -, essi furono certamente permeati dalla sua musica.

Il passare degli anni, la concorrenza delle nuove band dei seventies, la disco music, mostravano la difficoltà di rimanere all’apice con prodotti di qualità, il Soul stava calando gli ascolti e dischi ruffiani, ammicanti ai nuovi generi, erano episodi commerciali ai quali non si poté sottrarre.
Gli eighties e l’uscita focale del film “The Blues Brothers” riportarono in auge il Soul e pure molti artisti ormai caduti nel dimenticatoio, una su tutti, Aretha Franklin, lo scettro di regina le ritornò fulgido tra le mani; e naturalmente il nostro, che sfodererà, su suggerimento del critico musicale Peter Guralnick, suo grande amico, il doppio live “Soul Alive!”, un gran successo.
Il Soul caricaturale, se vogliamo, dei fratelli Blues fu trampolino di lancio per tante hit di artisti neri Soul che neppure durante il periodo d’oro erano state baciate dalla fortuna!

I novanta vedono il sodalizio con la Soul Alive Orchestra, una serie di discreti album e l’assegnazione del premio, nel 1995, W.C. Handy, che in futuro diventerà il Blues Music Award, quale miglior cantante Blues!
Inoltre Uliano, diventato amicone di Solomon, tanto da citarlo nel testamento, lo porta negli anni regolarmente al fortunato Porretta Soul Festival e quindi trovandocisi, altre date si sparpaglieranno per l’Italia.
Il nuovo millennio ravvisa la collaborazione con Joe Henry, produttore e songwriter attento al rock intelligente e di valore (Costello, DiFranco, Aimée Mann, Susan Tedeschi), amante del Soul Blues, ripesca stelle del passato e l’infaticabile Solomon è il primo della serie: il capitolo messo a frutto è lo stellato e prospero “Don’t GiveUp On Me” per la coraggiosa Fat Possum; la critica ne è entusiasta, meno i nostri autori e Salomon, che a domanda risponderà: “Non posso credere che hai fatto quel disco in quattro giorni” e lui “Se ce ne avessero dati sei, sarebbe stato un disastro”. Un Grammy per l’album e l’ingresso nella Rock’n’Roll Hall of Fame.
Il bello, la parte bruciante del libro, non è solamente leggere l’incedere, mi piace ripeterlo perché regale, di Solomon Burke verso il successo divino, sono a pari merito fantastiche le testimonianze vere, vive e reali, rese dagli autori del libro – vedi il capitolo “La versione di Uliani” –  attraverso le rocambolesche vicende personali, cose che si potevano solo immaginare, che li hanno portati a diretto contatto con King Salomon sino a farlo venire ad esibirsi più volte in Italia; ciò che vi è dietro queste storie è nettare per appassionati di musica quanto per quelli di romanzi.
Restano parimenti irresistibili ed encomiabili, la testimonianza di Peter Guralnick, grande musicologo, biografo di Elvis, di Burke, suo amico stretto, autore della storia del Soul “Sweet Soul Music” ed artefice della pubblicazione del doppio live album, il primo del Re, “Soul Alive!”, ed il racconto sofferente del produttore Scott Billington, che ebbe a sfangarsela di brutto preso tra due fuochi in sala d’incisione, un uragano che puntava verso lo studio in questione dislocato a New Orleans e l’uragano Solomon, che per ragioni proprie di carattere artistico, remava contro Billington in quelle sessions! Disperata e mistica confessione.

 

E’ determinante: chiunque si appresti alla lettura di “Solomon Burke: ho visto un re” guadagnerà qualcosa di molto importante, di caratteristico e confidenziale, e proverà giustamente anche un pizzico di invidia al cospetto di tanta grandiosità, ma resti chiaro, la conoscenza di questa fondamentale e gloriosa stella della musica non ha eguali.

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