rock the casbah 2011

rock the casbah 2011 2 - fanzine

rock the casbah 2011

09/08/2011 Mazara del Vallo (terra di sole, di mare, di controversie e pace e patria combattuta della Yoko Mandorla). E nasce tutto dall’impossibilità di credere di poter vedere qualcosa di bello, qualcosa di veramente bello nei vicoli dove sei cresciuta. E la decisione di iniziare a scrivere questa mini-raccolta di sensazioni con una “E” perché in fondo è come se avessi cominciato questo mio pensiero molto tempo fa, quando avevo lasciato questo posto per cercare occasioni migliori e far fuggire il mio cervello.

Ritornare qui a Mazara del Vallo, provincia di Trapani, codice postale 91026 (imballa la tua valigia perché le poste potrebbero perderla) e vederla diversa e luminosa pur nel buio del quartiere arabo ti fa bene al cuore. Ti fa sentire a casa, quando casa non hai mai saputo chiamarla.
La realtà della Sicilia è molto più dolce e più delicata di quanto si pensi, anche se a farti le carezze sono le chitarre elettriche e i colpi ben assestati sulle casse. Il “Rock the Casbah fest” , tenutosi il 9 e 10 agosto nel quartiere arabo dei mia controversa città, coccola gli appassionati di musica come fosse la loro nonna. La stessa che li obbliga a mangiare un boccone in più di parmigiana perché:
Figghia mia, si sempri fora, sti cosi quannu ti l’ha manciari!
In ritardo sulla tabella di marcia ma in anticipo nella mia cassa toracica, Colapesce ha aperto questa seconda edizione. Pacato nella voce come nelle sue espressioni facciali, Lorenzo Urciullo, mezzo uomo e mezzo sarda (e si che è magrolino il ragazzo), leader del progetto Albanopower ci promette grandi cose senza nemmeno proferire parola. Glielo leggi negli occhi insomma.
“Un hard disk pieno di poesie, non vale nulla se non ci sei tu” è una frase che riassume facilmente quella meravigliosa bipolarità che è il segno distintivo di questo musicista. A sentirla per intero, “Fiori di lana”, ti accorgi che Colapesce ha in sé la delicatezza di tuo padre che ti racconta una fiaba prima di andare a dormire e la sua stessa durezza, quella di chi, pur avendo un cuore pieno di sogni, non si ritrae dall’onere di raccontarti la realtà. Il suo ep ti ricorda un Battisti più morbido e un Max Gazzè meno studiato. Comprendi che di strada ne dovrà ancora fare ma ti aspetti , anzi sai già, che un suo album futuro ti darebbe motivo d’esser soddisfatto. Le canzoni sono belle, e solo pulite. Conosce certosinamente la lingua in cui scrive ma non per questo la maltratta, strizzandola come un limone per ottenerne parole più “arzigogolate” (come vuole l’aggettivo d’altronde).
Durante il cambio palco un altro talento siciliano si esibisce nel piccolo quanto accogliente palchetto del “Folk the Casbah” . Il suo nome é Pierpaolo Marino, la gente lo ha circondato creando un’intimità ancora maggiore, un ambiente più nascosto e per questo particolarissimo. Sembra tutto un enorme e armonico continuum musicale, non c’è nulla che non vada in questa serata.
E in fine il trio che aspettavo con più ansia, la curiosità di sentirli live dopo le lodi che tutta la rete aveva tessuto loro intorno. Salgono sul palco i Di Martino. Vederli suonare ti mette grinta, tensione sulle spalle, nei piedi, sulla testa! Ti confonde quando osservi le smorfie empatiche di Simona Norato, un talento infinito che passa da uno strumento all’altro come fossero giocattoli e quando apre la bocca ti rassicura immediatamente, tutta quella smania di gioco le è passata. Ti intenerisci quando poni l’attenzione sullo stile di Giusto Correnti, che è tanto bello da guardare quando picchia forte sulle casse e ti sembra che dopo voglia dar loro un bacio, quasi per scusarsi. E poi c’è Antonio, il “pupetto” lo ha chiamato Simona. Antonio che conosce e scrive le belle parole, che omaggia i grandi con rispetto (da brividi la loro cover di “Giugno ’73”) e parla al pubblico senza filtri, come se stessimo sul palco con lui. Il loro primo lavoro “Cara Maestra abbiamo perso” di primo ha ben poco. E’ il prodotto carico dell’esperienza dei Famelika
(di cui ci hanno proposto l’energica “Brucio il mio basso”) senza però rimanerne vincolato.
In questa atmosfera così bella di agio puro e totale ti viene naturale goderti e forse anche tentare di comprendere l’ironia amara di “Ho sparato a Vinicio Capossela” che come dice lo stesso Antonio Di martino:
Non è una canzone contro di lui. Semmai è contro di me.
E sentendolo così vicino a te nel suo modo di porsi e di guardarti ti lasci volentieri portare via dalla storia d’amore d’altri tempi di Marzo ’48. Finisci per appoggiare l’assunto del “Cambiare idea” perché “tutto scorre” e “siamo immersi in un profondo divenire” e ti emozioni tanto quando delicatamente dice:
“se non fossimo noi due saremo altri due, felici, come valige cadute da un aereo di linea, felici come animali d’ appartamento”. Non hai mai sentito metafore così belle sui bagagli non è vero?
E’ stato un piacere ascoltarli, e vedere il loro banchetto dei cd preso d’assolto da bambini, ragazzi e a quanto pare) anche anziani.
Alla fine della prima giornata il mio pensiero volava alla mia adolescenza da outsider, un po’ snob forse, un po’ incompresa anche, un po’ finta-vittima lo stesso. Era come se m’avessero ridato un po’ del tempo passato a casa a rimurginare e in fondo…era solo l’inizio.

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