Il pollo/non-pollo, o le fallacie di Cartesio (Prima parte)


Il pollo/non-pollo, o le fallacie di Cartesio (Prima parte)
Racconto di Daggo Roschi

1

Il capannone della EggEhog si ergeva davanti agli occhi assonnati di Skenderbey.

L’enorme fabbrica di uova, fiore all’occhiello della ricerca biozootecnica toscana, produceva ogni giorno circa sei milioni e settecentomila uova, un numero sufficiente a coprire da solo il fabbisogno giornaliero dell’intera regione e il tutto, come ci tenevano a far sapere i numerosi cartelloni appesi un po’ ovunque per gli uffici e nei dintorni, in maniera totalmente incruenta.

I bioconvertitori ovicoli, la definizione è da libri di testo, sono organismi efficaci. Macchine progettate per assolvere un’unica semplice funzione: trasformare sostanze non metabolizzabili dagli esseri umani in uova.

Almeno in astratto, il principio non è nuovo. Risale al neolitico: l’uomo, allora come adesso, non potendo digerire una materia prima (ad esempio l’erba) la faceva processare a un organismo (le mucche) e poi utilizza il processato per alimentarsi (latte e carne).

C’è però una differenza fondamentale tra la versione con bovino e quella moderna: una mucca si muove, ha bisogno di spazio, prova dolore e può digerire un numero limitato di sostanze. Ha quindi numerose esigenze incompatibili con l’industrializzazione moderna: è una creatura inefficiente, inconciliabile con il suo lavoro.

I bioconvertitori invece sono macchine perfette: piccoli e tiepidi pseudoellissoidi lanuginosi, con un prolungamento su una punta per l’alimentazione e un buco sull’altra per gli escreti. All’interno degli armadi a nido d’ape raggiungono una densità produttiva di cinquecento pezzi a metro quadro, si alimentano in maniera continuativa grazie all’intubamento, hanno un metabolismo studiato ad hoc e solo un primitivo sistema nervoso. Espletano esclusivamente funzioni basali: sono incapaci di provare dolore e privi di esigenze etologiche.

I bioconvertitori sono la risposta più moderna e umana ai bisogni del mercato delle uova.

 

2

Una fila coesa di armadi alti quattro metri iniziava a scorrere ordinatamente lungo i binari incassati nel pavimento del capannone.

Skenderbey osservava paziente, il sistema di scaffalature compattabili stava creando un passaggio che potesse percorrere.

Quando gli armadi alla sua destra si arrestarono, sbilanciò leggermente il corpo in avanti: il carrello elevatore robotizzato recepì il suo messaggio corporeo e si avviò cautamente attraverso il corridoio buio. Una tenue luce diffusa (irradiata dal suo giubbotto in fotopolimeri) illuminò i corpi aponici ed anedonici dei bioconvertitori che, a loro volta, proiettarono tenui ombre all’interno delle celle esagonali che li alloggiavano.

Tubi di plastica trasparente, della grandezza di un mignolo, gli sfilarono identiche accanto. Tutti attraversati dalla solita mistura giallognola, ognuno sfociando nel ventriglio di un bioconvertitore.

È vuoto, pensò.

Guardandosi attorno, attraverso gli artificiosamente limitati occhiali per realtà aumentata che era costretto a indossare sul lavoro, il mondo gli appariva anomalo e povero. Non c’erano scritte sospese nell’aria né cornici informative sui volti delle persone. Solo un ambiente nudo e spoglio.

A un tratto, attraverso le lenti, nella monotona ripetitività del corridoio vide qualcosa di diverso: un esagono si era illuminato virtualmente di rosso.

Su. L’elevatore cominciò ad alzarsi.

Il più delle volte, quando si va a controllare un bioconvertitore problematico, l’intoppo è semplicemente un intasamento del tubo di alimentazione. Skenderbey, che oramai era del mestiere, iniziò a comprimere con i polpastrelli il piccolo coagulo che impediva al pastone di scorrere nel tubo. Questo, pian piano, si frantumò.

È molto importante che questo genere di controlli siano il primo lavoro fatto la mattina e l’ultimo ogni sera.

Gli tornavano spesso alla mente le parole del mese di formazione. I bioconvertitori EggEhog hanno una massa grassa di deposito pari all’otto per cento del loro peso e, se lasciati senza rifornimenti, consumano l’accumulo nell’arco di mezza giornata, poi il loro metabolismo inizia subito a intaccare gli altri tessuti dell’organismo.

Terminata l’operazione cominciò ad abbassare la rampa. Qualcosa di innatteso però attirò il suo sguardo, il dito gli si staccò istintivamente dal controllore per il movimento verticale. Inclinò ancora una volta il corpo e il motocarrello, recependolo, indietreggiò di alcuni metri lungo il corridoio. Si fermò davanti alla cella di un bioconvertitore, la guardò e allungò la mano come avrebbe fatto se avesse voluto stubare l’apparecchio e si congelò.

Lentamente, molto lentamente, portò l’indice sinistro sulla montatura degli occhiali.

– Contatta: Giulien Gregori – furono le uniche parole che gli uscirono.

Passarono pochi lunghi istanti.

– Che succede Derbey?

La voce della sua diretta superiore, grazie al meccanismo di conduzione ossea presente nella montatura degli occhiali, arrivò chiaramente ai suoi orecchi interni.

– C’è un bioconvertitore che ha avuto un’embriogenesi con un’apoptosi fortemente incompleta. Ha due occhi praticamente formati, un abbozzo di becco e… – non fece in tempo a finire.

– Che problema c’è? – La voce era scocciata.

– Se lo muovo gli occhi presentano nistagmo optocinetico e, quando l’ho sfiorato, la pelle si è coperta di brividi.
La Gregori non rispose subito, le ci volle un po’ per capire cosa stesse dicendo.

– Ben fatto Derbey, mandiamo un tecnico fisiologo alla postazione.

 

3

Le fabbriche di uova sono ormai da tempo una realtà industriale.

Non è però sempre stato così.

Al tempo in cui l’EggEhog ancora non esisteva, quando l’ingegneria genetica sugli animali da reddito era svolta pubblicamente solo negli stati asiatici, c’era gente che avversava qualunque organismo migliorato.

Maiali antinquinamento – non se ne parla.

Pecore a crescita rapida – niente da fare.

Vitelli piangi sale – vietati, solo acqua dolce per la zootecnia europea.

Gli organismi ricombinanti erano avversati in quasi tutte le loro forme ma, quelli maggiormente osteggiati dall’allora opinione pubblica, erano proprio gli animali decerebrati.

Suo padre, a cui da ragazzo piaceva andare a lavoro curiosando con gli occhiali attivi in modalità profilo, ricordava ancora con ilarità un gruppo di contestatori della sua gioventù. La storia era venuta più volte fuori a cene e feste varie.

I dissidenti erano piuttosto normali e portava sopra le teste frasi a effetto flottanti:

“NO-ZOMBIE”

“UN ANIMALE NON È UNA PIANTA”

“MEGLIO MORTI CHE NON MORTI”

La particolarità, quello che aveva reso l’esperienza memorabile, era che avevano bucato la rete del metamedia locale, occupando gli spazi pubblicitari di altri con il loro materiale informatico: tutt’intorno a loro, per le vie della città, grazie a un qualche programma, pascolava una mandria di maiali, maiali vampiro. Alcuni avevano anche la mantella.

Skenderbey però, ricordi paterni a parte, non sapeva niente di quei tempi. Lui era di tutta un’altra epoca. Era cresciuto mangiando uova prodotte in fabbrica e, se non glielo avessero detto altri, non si sarebbe mai chiesto spontaneamente da dove provenissero, così come non si interrogava circa la provenienza della curcuma, delle zucchine o della ricotta che metteva nella carbonara vegetale.

Se ci pensava però, ricordava ancora la prima volta in cui era stato fatto parte dell’origine delle uova, o quantomeno quella che lui ricordava essere la prima volta: le uova vengono dagli animali come i frutti dalle piante e, come dai frutti possono nascere delle piante, dalle uova possono nascere gli animali. Le uova che mangiamo noi però non sono fatte dagli animali ma dalle fabbriche di uova.

La voce che parlava era quella di Pamela, la sua maestra delle scuole di base e, sulla lavagna che la maestra stava usando per spiegare, c’era un animazione che faceva vedere le uova di gallina da cui usciva un pulcino e quelle dei capannoni che invece diventavano delle frittate.

Fosse stato per lui, probabilmente, la questione sarebbe finita lì.

Per sua madre invece, donna che aveva chiaro come un posto di lavoro in fabbrica per il suo primogenito fosse troppo poco (quanto aveva ragione!), la cosa, insieme a moltissime altre, meritava di essere approfondita accuratamente. Non appena ebbe dodici anni fu informato proprio da lei che l’anno seguente avrebbe frequentato proficuamente (quanto aveva torto!) la scuola di scienze sperimentali e Skenderbey, ragazzino ingenuo e senza piani per il futuro, non ebbe niente da obiettare.

Fu così che passò i seguenti sei anni imparando a memoria numerose materie utili (ma purtroppo al contempo incomprensibili per la sua mente) che, se padroneggiate a dovere, avrebbero potuto assicurargli un buon futuro. Tra queste ricordava ancora con terrore: algebra, biochimica, fisiologia, meccanica, chimica organica e programmazione.

Purtroppo per lui però, il piano di sua madre, non portò i risultati sperati: zuccone com’era si ritrovò, dopo un diploma non eccelso e tre semestri fallimentari a informatica, a fare il tecnico manutentore in una biofabbrica di uova.
Forse pretese più basse l’avrebbero portato altrove, ma ormai la sua strada era tracciata.

 

4

A tenere sveglio Skenderbey, alle [87,29] della notte, non erano solo le reminescenze dell’infanzia.

Il giorno dopo, alle [30,00] in punto, sarebbe dovuto rientrare un’altra volta a lavoro e, dopo la giornata che aveva passato, non avrebbe voluto dormire meno di 40 centigiorni.

L’immagine di quell’abbozzo di gallina però non riusciva a lasciargli la mente. Poteva pensare ad altro, cercare di distrarsi, ma appena tentava di addormentarsi il ricordo si ripresentava.

La cosa peggiore poi, il vero problema, era che l’immagine non tornava mai da sola. Insieme ricompariva la reminiscenza tattile: i filamenti tegumentari che lo sfioravano, eretti sulla pelle del bioconvertitore dal riflesso orripilatorio.

Quell’animale lo aveva toccato (non è un animale, è un bioconvertitore!)!

Lui lo aveva spaventato, facendogli venire la pelle d’oca e l’animale (NON E’ UN ANIMALE!) aveva risposto, provocando in lui lo stesso riflesso orripilatorio. A ripensarci sentiva ancora adesso i capelli drizzarglisi in testa.
Poi, per concludere il sipario del terrore, l’animale l’aveva guardato.

 

5

Finito il turno di lavoro, grazie all’uscita anticipata accordatagli dalla Gregori, Skenderbey era andato nella zona dei tecnici fisiologi: voleva indagare come stesse la gallina che aveva trovato negli scaffali e tentare di sciogliere il nodo che gli impegnava lo stomaco dalla mattina.

Il destino dell’animale gli fu comunicato dal dott. Sasha Gherardi.

Era stato smaltito.

Inizialmente non voleva credere alla cosa:

– Ma… quell’animale… era vivo…

Quando lo aveva detto, il tecnico fisiologo, lo aveva guardato in maniera indecifrabile. Oltre a una vena di empatia, nei suoi occhi, aveva scorto un qualche tipo di emozione che non sapeva leggere: – Il bioconvertitore era effettivamente vivo signor Kaya, così come lo siamo io, lei, la sua flora intestinale e lo sono le piante di cipresso fuori dal capannone. Quello che è importante dal nostro punto di vista è che non soffrisse. Le due condizioni non sono equivalenti: la prima non implica ovviamente la seconda ma, purtroppo, l’uso che facciamo della parola vita nel linguaggio comune porta spesso a sovrapporre i significati. Identificazioni più linguistiche che reali, ma le posso assicurare che il biocon…

– Io l’ho visto, quell’animale! Che sta dicendo? Come può una cosa del genere essere … – …legale. La frase gli esplose in bocca ma riusci a trattenersi dal finirla. Cosa diavolo stava farfugliando quell’uomo?

Il tecnico, per niente sorpreso, riprese cautamente a parlare, sempre pacato, anche se lievemente spazientito dall’interruzione. – Signor Kaya è chiaro che è rimasto vittima della sua stessa empatia: lasci che mi spieghi, assecondi i miei pensieri. Le parlerò tecnicamente: il suo cervello ha risposto in maniera supererogativa a uno stimolo facciale e questo l’ha portata a rappresentarsi il bioconvertitore come un animale dotato di stati mentali. È del tutto normale in realtà, il sistema visivo umano dispone di meccanismi innati che ci fanno identificare come vivo tutto ciò che ci pare avere un viso. Euristiche connaturate, particolarmente responsive, che nella storia biologica della nostra storia di specie hanno avuto un’idonea funzione adattiva. Meglio non dilungarci sull’argomento. In ogni caso, il fatto che in un contesto ordinario questi meccanismi portino a una corretta interpretazione, non significa che essi siano infallibili.

Sasha fece una piccola pausa nella sua spiegazione, come se volesse trovare le parole giuste. – Le è mai successo di immaginare che in una stanza vuota ci fosse qualcuno signor Kaya?

Skenderby annuì.

– Si tratta di un errore analogo. Si rassereni: il bioconvertitore è stato scansionato ed è risultato idoneo secondo la legge. Il sistema nervoso, pur essendo più sviluppato della norma a causa di una qualche anomalia esogena, è disorganizzato e non funzionale per quel che riguarda le strutture neurologiche d’interesse della normativa. Mi preme chiarirglielo in maniera limpida: il bioconvertitore non è stato smaltito per porre fine alla sua sofferenza ma per evitare turbamenti a lei e agli altri addetti ai lavori. Il motivo per cui gli organismi della fabbrica sono sprovvisti di annessi anatomici del visus, come occhi e becco, di ali, zampe e altre vestigia funzionali è che la legge vuole tutelare il personale addetto alla manutenzione da eventuali inquietudini, proprio come quella che ha appena subito. Il bioconvertitore in esame era anomalo, ma comunque ricadente nei limiti di legge sul dolore da un punto di vista neurologico, la sua inadeguatezza era nei confronti della normativa sindacale. Le strutture che l’hanno impressionata non hanno alcun legame con la capacità del bioconvertitore di sentire, cerchi di capirlo, almeno non così come mi pare la intenda lei.

Sasha quindi lo guardò con fare conclusivo e poi termino la sua predica: – Non se la prenda, è una questione molto soggettiva e il componente in esame era effettivamente alquanto impressionante. Mi sorprende che chi lo ha posizionato non abbia espresso le sue stesse perplessità ma sa, come le dicevo, è un fatto molto personale.

 

CONTINUA…

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