Non volevo tornare al Sud, ma…


“Non capisco se il giornalismo musicale italiano è più venduto dell’Unità, se è semplicemente superficiale o sono io che sono un’irreducibile rompicoglioni, ma sono stata al Viva! Valle d’Itria International Music Festival e la mia idea sull’evento è un po’ diversa da quella delle recensioni uscite.

Ho partecipato solo a una delle sei serate organizzate da Club To Club in Puglia, quella del 15 agosto con Lorenzo Senni e Nicolas Jaar. I report scritti trattano tutti dell’intero festival, toccando il daybyday solo di sfuggita, così quello che a me è sembrato un Ferragosto inceppato, è apparso come un seratone, vinto in partenza grazie al bel cileno.”

Quando mi sono trasferita a Milano, uno dei primi consigli che ho ricevuto è stato: “d’estate scappa” e il piano di quest’estate era fondamentalmente questo, ma sono pigra, ad agosto anche povera e sotto esame. Così, colta al balzo la palla della povertà, avevo deciso di spararmi il ventilatore in faccia, spalancare le finestre e ascoltare Galileo Galilei, che dopo qualche appuntamento al lume di citronella non sembrava dirmi altro che: “chiudi questo cazzo di libro e vai fuori. Poi, studia”. Ho resistito fino al 7 agosto.

Una cosa simile me l’aveva detta un’altra persona un annetto e più prima, quando, a Milano da qualche mese, avevo provato a tirare su il morale dal letto con un corso di Marketing, Management e Comunicazione per la Musica, tenuto nella Scuola di Produzione Artistica di Santeria Social Club. Al termine di una lezione di produzione concerti, il cui case study era il concerto di Rockin1000 a Cesena, Andrea Pontiroli aveva concluso dicendo: “e comunque queste cose non si studiano sui libri”. Chiusi i libri e tornai al sud.

Galilei è per il vedere per capire, Pontiroli per il fare per fare e io da brava secchiona mi sono data al fare e guardare insieme, prima in gita nei backstage dei festival campani, poi in gita e basta quest’estate al Viva! International Music festival.

Il Viva! è un festival “itinerante” nella zona di Locorotondo: più eventi, più giorni, più location. Per la notte di Ferragosto, al sud importante come le lenticchie a capodanno, c’erano Lorenzo Senni e Nicolas Jaar in mezzo ai trulli di Masseria Papaperta (Grotte di Castellana). Risparmio il report dei concerti perché penso che i live andrebbero visti e ascoltati non raccontati e letti, e mi soffermo due secondi su un punto: il festival era firmato da Turnè, organizzazione eventi pugliese, e Club To Club, custode del Paradiso dell’elettronica in Italia e una delle garanzie di efficienza nel variegato mondo dei music festival italiani. Fatta questa premessa non mi dilungo in sviolinate sulla cura di luci e audio e nemmeno parlo della scelta azzeccatissima della line up, perché a parlare solo bene non si migliora più, quindi passo alle perplessità:

  • i token: concerto o morte per disidratazione non è una scelta che si vorrebbe dover prendere a ferragosto;
  • Cambio palco: non mettendone in discussione la durata, accettata come necessaria a priori e sulla fiducia, come li spieghiamo i volumi della musica in sottofondo?
  • Croce rossa: mentre mi perdevo venti minuti di concerto per cercare una bottiglina d’acqua, sono incappata nella scena tragicomica di due ragazze evidentemente in bad trip accerchiate in modo inquietante dalla croce rossa che non sapeva cosa fare. Mentre decidevo se intervenire o meno, mi è apparso il Pontiroli di cui sopra che tipo Mufasa nel cielo: “se il genere del concerto richiama i drogati, preparate la croce rossa”.

Perplessità, inceppi, niente di scandaloso, ma diciamo che non ce li aspettavamo dal C2C.

Oltre alla Puglia ho toccato anche Eboli, con Galileo nello zaino che cercava di richiamarmi all’ordine, fallendo. Così per il secondo anno sono finita al Disorder, festival cazzutissimo che ti permette, con sei euro al giorno di campeggio e tre a sera per i concerti, di girare il Cilento, scoprire le Gole del Calore, il Sentiero dei Mulini, volendo il parco archeologico di Paestum e coronare la giornata con i live di artisti conosciuti e meno, per una line up eterogenea, a tratti di nicchia e non sempre così forte da attecchire sul vasto pubblico.

Sul Disorder ci sono diverse considerazioni da fare, tipo che è un festival coraggioso: portare musica piuttosto alternativa in un paesino dove ogni quarto d’ora c’è il campanile a ricordarti che il tempo passa e che cosa sarà di te lo sa solo Cristo, è una presa di posizione forte, imprendibile se non si tiene conto dei rischi, rischi tipo che l’affluenza non sia delle migliori. C’è da dire che Eboli non dimentica, e che in qualunque bar o supermercato tu sia andato durante l’edizione precedente, l’anno successivo, se torni, qualcuno si ricorderà di te e ti dirà che è contento di rivederti. Un bel punto per le good vibes del festival.

Ma la cosa del Disorder che più amo è il campeggio, una scuola di sopravvivenza e organizzazione collettiva: a due passi in salita dal main stage (accerchiato dall’anfiteatro e con vista suggestiva sui tetti della città) c’è la collina delle tende, il regno dell’hardcore.

Il festival è una piccola perla della scena campana, soprattutto per il gusto estetico: scenografie, illustrazioni e videoproiezioni accompagnano i concerti e night set permettendo una totale immedesimazione nello spirito del festival, cosa che non sempre riesce e che se riesce vuol dire che sei bravo.

Sempre per la storia del miglioramento ho solo un appunto: più attenzione ai djset. Per il resto, ci torno anche l’anno prossimo a scatola chiusa.

Colonna sonora: History Lesson di Nicolas Jaar, album Sirens (2016)

Trailer della prossima puntata:

“E’ un teatro tutto ciò, non prendetemi sul serio oppure fatelo, ma ve ne assumete la responsabilità”

Rancore tiene tra le mani un’agenda, il cappuccio nero tirato sulla visiera del berretto e le gambe che non riescono a stare ferme nemmeno un secondo. Sembra parlare da un altro mondo ed è di un altro mondo che parla, ma ci ha chiesto di tenere il segreto.

I demoni di Rancore mi si sono presentati quasi per caso e senza che nemmeno avessi ascoltato i suoi pezzi, ma subito è stato evidente che mi trovavo davanti a un artista, uno di quelli che fa sul serio.

La fotografa è Agnese Pellino.

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2 Comments

  1. bob accio
    18 ottobre 2017
    Rispondi

    L’anno prox, se lo faranno, passa al calcatronic, pure!

    • Olga
      19 ottobre 2017
      Rispondi

      Sarà fatto! 🙂

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