Monsternaut – Monsternaut

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I Monsternaut prendono a scarpate i cliché sulle lande norvegesi debuttando con un LP omonimo che più scuola desert rock di così non si poteva.

Sono possenti come un truck, desolati e insistenti come i primi QOTSA, consapevoli “dell’ignoranza nel portamento” della propria musica. Il “genere” musicale blandamente detto vive di stilemi che se ripresi devono essere gestiti consapevolmente, ma nessuno dice che non si possa risultare attitudinalmente originali; nella schiettezza della sua proposta, questo power-trio assorbe trent’anni di stoner rock vomitando episodi tutti a manetta di potenziometro mollando a casa ortodosse digressioni psichedeliche.
Come i nostrani Giuda col pub’n’roll, i Monsternaut tengono alta la bandiera dei riff a membro duro: hard rock con sbilanciamenti space, monolitico nella chitarra lapidante alcune volte elica di spitfire, altre rullo spiana asfalto, come un Johnny Thunders palestrato che si dà all’heavy: nel disco, peraltro fusione di due EP registrati precedentemente (2012 e 2014), le sovraincisioni si spalmano ai riffoni di sostegno senza tracimare in eclettismi tecnici avulsi, come una lucertola del deserto che corre sospinta e nascosta dalla tempesta di sabbia per poi balzare alla vista di tanto in tanto.
Ogni cadavere del rock è qui riesumato e rispolpato: le sgroppate street sporche ed impudiche di retaggio Runaways, i Green River di Seattle imberbi e intasati di droga; le lamentele strascicate di Black Horizon, a mio avviso il picco del disco, partono da Iggy Pop per poi lambire Scott Hill in Volcano (bel boogie) fino a suonare il campanello agli Hawkwind e fuggire sfrecciando in un dragster (Dog Town). La camminata in apertura mi ha immediatamente evocato l’attacco di Leighton Koizumi “Last night I was sleep in the cemetery…”. Così.
Pochi avrebbero ipotizzato una colonna sonora per testa a testa in torride autostrade o in mezzo al deserto che provenisse da un paese scandinavo, ma tant’è; difficile non immaginarsi col gruppo attorno a un tavolo tracimante lattine di birra a discorrere su Ed Roth e sui Black Sabbath.
Si spera in seguiti più audaci e meno testardi sulla proposta. Mi piacerebbe assai cannare, ma l’impressione che tutte le cartucce siano state sparate me la leverebbe solo un bel seguito confezionato con tutti i crismi della maturazione alla quale questo tipo di musica di solito dovrebbe condurre, e non è questa la sede adatta per sciorinare mezzo catalogo Nasoni Records.
Pur non avendo mai avuto il piacere personale del riscontro live, i Monsternaut dimostrano in studio di sapere come padroneggiare il genere (abusato fino al parossismo) riuscendo a premere il pedale nei punti giusti: dagli attacchi qui sonnolenti, là risoluti; quando si buttano nella jam d’accordi a metà canzone riuscendo a far galoppare il cavallo senza che debba per forza calare la palpebra; nei momenti di tensione punk e tra gli smottamenti tettonici del doom. Rubano di qua e di là, si avverte e fa piacere la sensazione, perché sennò cosa stiamo qui a parlar di genere a fare.
Eccettuando che auspichiate a spostare l’ago della bussola del mondo stoner rock (nel qual caso v’aspetteremmo coi vostri compari qui seduti al varco, vicini vicini, a braccia incrociate) attenti ystävät: se le idee languono, perseverare è diabolico.

TRACKLIST
1. Dog Town
2. Back For More
3. Mountain Doom
4. Caravan
5. Black Horizon
6. Volcanos
7. Mean Machine
8. Mexico
9. Dragons

LINE-UP
Tuomas Heiskanen – voce, chitarra
Perttu Härkönen – basso
Jani Kuusela – batteria

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