Marco Alfaroli – Amentus Magna (Delos, 2017)


Ho conosciuto Marco, purtroppo ancora soltanto virtualmente, attraverso il social network Penne Matte, leggiucchiando un po’ gli estratti dei suoi racconti pubblicati lì sopra e sono stato subito attratto dal suo stile di scrittura semplice e dalla fervida fantasia delle sue opere. Poi ho deciso di intervistarlo, per lo stesso sito, e ho anche scoperto che è una persona piacevole, aperta, oltreché un grande artista grafico (Marco infatti è molto spesso autore anche delle copertine dei suoi libri, con un tratto pressoché inconfondibile). Potete leggere la nostra chiacchierata a questo link.

Da quello che potete capire è un autore che non disdegna affatto l’autopubblicazione, sebbene molti dei suoi scritti siano stati pubblicati da case editrici anche di rilievo nel panorama fantascientifico. Uno scrittore comunque attento all’aspetto e alla redazione dei suoi testi anche nell’ambito del self-publishing, e non lanciato allo sbaraglio su quello che da mercato emergente può rischiare di diventare luogo di approssimazione e cattiva letteratura.

Ha pubblicato il suo primo romanzo Archon, nel 2013 (Runa Editrice), e l’antologia di 24 racconti Schegge dallo spazio nel 2014. Ha illustrato, insieme ad altri disegnatori, il gioco di ruolo L’Era di Zargo (Raven, 2014), ispirato al famoso gioco da tavolo Zargo’s Lords. Ha illustrato copertine per altri autori, collaborando con Letture Fantastiche e Edizioni Imperium. Con Edizioni Imperium ha pubblicato la serie di racconti Firefighter oggi riunita in un unico ebook intitolato StarFire, pubblicato da Delos Digital. Vanta anche la presenza in diverse antologie.

La sua ultima fatica Amentus Magna, è un racconto lungo che parte da uno spunto piuttosto interessante: cosa sarebbe successo se l’Impero Romano avesse scoperto (e conquistato) anche le Americhe? Amentus Magna è infatti il nome della provincia americana dell’Impero Romano, in una interessantissima ucronia in cui Roma non è caduta nel quinto secolo, ma è ancora viva e vegeta nel 1500.

La storia si muove su due piani differenti. Da una parte le vicende del console Claudio Quinzio che dal suo castrum sta portando avanti un’annosa guerra contro i pellerossa, le popolazioni indigene e barbare che si trovano al di là del mare. Questi sono temerari guerrieri che combattono senza armatura, formidabili arcieri adorni di penne d’aquila che non temono affatto la potenza delle truppe romane, perché guidati dal Grande Spirito, una divinità che si rivelerà essere davvero poco immateriale.

Su un altro piano invece assistiamo a continue infiltrazioni dimensionali all’interno del tessuto dell’ucronia. Proprio nei territori interessati al conflitto tra romani e indiani, infatti, i soviet, grazie alla loro tecnologia multidimensionale d’avanguardia, cercano di scombinare i piani dei “fascisti” portando alle estreme conseguenze lo scontro. Geniale trovata dell’autore quella di opporre i russi del Cremlino alla popolazione di Cesare: una opposizione che si rivela ideologicamente forte e insanabile nel momento in cui i piani spazio-temporali si trovano per forza di cose a coincidere.

Il finale, tuttavia, ha il sapore dell’inesorabile, e l’autore sembra quasi goderci. Il destino che si compierà nelle ultime pagine del racconto infatti andrà al di là della potenza romana e al di là anche di quella della Grande Madre Russia…

Una cinquantina di pagine godibilissime, quindi, che rapiscono il lettore, lo dilettano catapultandolo nei meandri di piani temporali impossibili e infine, e non è una cosa scontata, lo fanno sorridere ammirando lo scontro tra due fazioni politiche che, purtroppo o per fortuna, non c’è potuto essere.

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