Lucia


Ancora un episodio condiviso da Grazia & Bob; due racconti al servizio di una storia sentimentale…

DI Grazia Ferro

Sicché di nome faccio Lucia, suor Lucia, di anni ne ho 28, ho sciolto la mia esistenza di patemi e dolori e miserie varie nel minestrone della fede insaporita con un filo di isolamento, foglie di silenzio rinfrescante come menta. Brodo leggero ma digeribile.
La vita vera, la ciccia, è altrove, dall’altra parte dei muri di preghiera, delle faccine pie, smorte, orfane del sole, senza la bellezza di una ruga appassionata.
Succede. Succede che una donna decida di sposare non già la persona che ama di più ma quella che la farà soffrir di meno, il mio lui-altro è nientepopodimeno che Dio Nostro Signore.
Capita. Capita che si va avanti avanti a finire a tanti piccoli passetti di dolore in un limbo di minime cose, minime gioie, una vita di cose minuscole al riparo dal dolore. Ma poi si paga. Come sempre, si paga per ogni cosa.
Uno squillo mi riporta alla realtà, alzo la cornetta della segreteria del convento unico filo diretto con l’esterno. Rispondo cortese e formale come mi compete.
“Si?”
“Non mettere giù, non farlo!” Una voce di uomo concitata “E ripetilo ancora quel sì, tu che quel sì lo hai detto a un altro nonostante sapessi che ti amavo.”
Renzo! Dopo tanti anni, lui?
Appoggio la schiena alla parete a sostener con tutta l’energia e la forza il crollar delle certezze, il fastidio denso del vuoto, di quella mancanza pneumatica che dilata, forgia e distrugge, che s’arruffa e precipita in pensieri sciocchi, tristi, anarchici. Un amore folletto che s’azzuffa col cervello e si inciampa nelle mille pieghette interiori, ogni pieghetta una bomba inesplosa, pronta alla deflagrazione. Stonato valzer le cui note cadono dabbasso, s’acquietano, s’impennano e tornano a bussare. E non so cosa dire, non so come spiegare, non esiste vocabolario acconcio. Per cui taccio.
“Non è stato facile rintracciarti, ma talvolta la vita ci riserva occasioni, indizi, incontri solo all’apparenza fortuiti. Ricordi cosa c’era scritto sul portone di quel vecchio palazzo del centro? Redde rationem: dammi una spiegazione.”
“Si”
Diamine, no! Non ricordo. Ma ricordo la tua rabbia di vivere, che era il tuo fascino e sarebbe stata la mia dannazione. Devo mettere giù, metter giù.
“Mi hai detto sempre di no. E adesso non riesci a dir altro che si? C’è da ridere, vero?”
E ride.
“Ti prego, sono qui sotto, davanti al tuo portone. Il tempo di un minuto, lascia che io ti veda, potrai anche non dire una parola. L’ho portata sempre con me la tua fotografia, ma il tempo con le sue mani nervose e ruvide l’ha graffiata, confusa.”
Renzo, ricordo i tuoi guizzi di poesia con cui riuscivi a riprendermi quando scappavo. Renzo hai ancora e sempre un coltello premuto contro il mio cuore.
“Promettimi che aprirai la porta, che mi lascerai entrare.”
Tremo, dire sì o dire no, una sillaba, uno sforzo che dura lo spasmo di un fiato può ribaltare un destino.
“Sì”
Dico. C’è così tanta luce in questo momento, così tanta. Avviene che ogni dolore si sfilaccia dentro un cielo carico d’azzurre possibilità, così fondo, così bello che fa venir voglia di piangere e sghignazzare e tenersi stretti stretti con qualcuno.
“Aspettami Valeria, solo un minuto. Ti amo Vale.”
Resto lì a guardare dentro la cornetta, a cercare di capire dove è andato a nascondersi il mio sogno.
Il campanello resta zitto. Tutto tace. Amen.

Illustrazione di Paola Acciarino

 

44 Condivisioni

1 Comment

  1. Bob Accio
    9 agosto 2018
    Rispondi

    Bravissima, Paola Acciarino! Grazie per aver prestatoci il tuo bel tratto!

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.