La Vipera

La Vipera

Ora è il turno di Bob. L’aria si fa più strana. Il thriller, aperto da Grazia con “Noir désir” , assume decisamente toni particolari, densi di cupa suspense… per evitare di stare sulle spine c’è solo una soluzione: leggere il finale del racconto.

La vipera, 

di Bob Accio
Illustrazione: Paola Acciarino

Prima parte del racconto.

Piove a dirotto, eh, bella questa, ci voleva proprio, MAMMA, grazie! Piove sul bagnato, ti sento riecheggiare da dentro la bara, o da sottoterra, dove finirai a breve.
Neppure di questo giorno gaio per le mie brame indipendentiste vuoi lasciarmi godere? E sia, fregiati di quest’ultima nota dolente, sguazzerò nella fanga del prato erboso coi tacchi a spillo, farò finta di svenire alla predica, dinnanzi ai pochi parenti, accogliendo a dirotto la lacrimosa pioggia su di me, coloro che ti han tenuta cara, poverini, sperando in un lauto lascito, la vergognosa eredità che hai sottratto a tuo marito, succube dei tuoi inganni moralisti e pseudoreligiosi; lo hai privato di ogni gioia della carne ed egli si sfogava con ogni sorta di intingoli cicciosi che, puntualmente, il venerdì, a sfregio, si sbafava a tuo danno sull’antico tavolo Luigi XVIII, tante sedie a presenziare e soli noi tre a desinare.

La servitù odiava la tua rigidità e le pene che le infliggevi sadicamente: eri balzata, così, ad alto rango grazie a papà, il Conte de’ Capperi, il re del cappero!
Avete monopolizzato Pantelleria coi vostri subdoli traffici e mai scorderò la lite con Depardieu; aizzasti il vecchio contro l’attore e forte del ricatto lo inducesti a sottrargli delle terre, complice il perfido notaio Birba; papà dal cuore tenero traviato e tu vipera assatanata della roba; cosa ci avrai fatto poi di tutto quell’immondo denaro, lo saprà Dio?!

Ti è piaciuto servirti d’esso per tenere tutto il parentado vincolato a te, ai tuoi insulsi capricci; illusi, se sapessero del pugno di mosche che hai lasciato ad ognuno sputerebbero nella fossa. Sai, ho sbirciato il testamento che avevi contadinamente nascosto dietro la spalliera del tuo sontuoso letto. Mi rientra chiaro nella mente il parroco, proprio questo stinco di santo che sta or celebrando le tue esequie: a lui lasci tutto il malloppo degli immobili e persino un bel gruzzolo sonante.
‘Gatta ci cova’ recitavi quando mi adocchiavi birichina e contenta, arguivo l’anticamera della privazione, detestavi le mie manifestazioni di gioia: molesta fosti, almeno quanto l’ebola!

Ed eccoci riuniti nel piccolo cimitero: tuo fratello, i figli suoi (miei coetanei), i loro bambini, il giardiniere, le serve, persino il fioraio da cui compravi spesso viole e anemoni, ed il macellaio, presente in onore del povero papà che lo aveva a cuore: giammai sospetta d’essere odiato da te, vipera velenosa!

Guardalo il parrino come finge dolore, ha vegliato sulla tua anima da viva, tu che frequentavi la canonica più di casa nostra e ci parlavi continuamente delle sue qualità cristiane. E’ giusto che si pappi tutto lui, chi potrebbe soportare l’amaro che avrà ingoiato reggendoti il moccolo. Sono sicura che sparirà ben presto da quest’isola che hai reso infausta ai più e si sputtanerà tutto il denaro alla faccia tua.
Qui lo dico e non lo rinnego, gliela farò passare amara la malsana idea che indovino nel suo sguardo, nelle sue scarpe nuove e costosissime firmate Ferragamo, razza di sfacciato, la pioggia non imbroglia l’occhio mio.

Passata è la tempesta odo augello far festa. Devo agire, non mi batterà sul tempo il prelato; una visitina nel pomeriggio è d’obbligo, sebbene quest’aria da tempesta autunnale, appena placata, martella i nervi.

“Don Camillo? Sì, sono Addolorata, non riesco a trovar pace per la perdita, ho bisogno di confessarmi urgentemente, un groppo sul petto mi opprime, devo liberarmi… La ringrazio Padre; puntuale, alle 17:00 per il tè. Grazie. Sì sì, si capisce. Arrivederci. Sia lodato e sempre”.
Ho controllato gli aerei in partenza da Trapani, Catania e Palermo, quelli che portano fuori dall’Unione Europea, sono sicura che il sacerdote ha intenzione di far perdere le sue tracce anche a nostro Signore.

Il cortile della canonica ha perduto uno degli alberelli di fico, le forti raffiche di grandine lo hanno abbattuto: triste presagio.
“Oh, povera piccola Addolarata, accomodati, presto, presto che la pioggia oggi non rispetta neppure gli ombrelli”.
“Dio la benedica, Padre”.
“Assittamuci dinnanzi o camino acceso, a perpetua havi sirbuto u tè supra u tavolino, viri? Mancia puri quàlchi viscùottu, sunnu caldi, sulu sfornati. I fici fari chista prelibatezza pi tia e poi a lassai libera ri turnari a casa. Comoda stai pi poltrona, picciridda mea?”.
Don Camillo era il tipo che stava simpatico a tutti, diplomatico e con spiccato senso della gentilezza più che della benevolenza verso il prossimo, ma eviterò di disquisire su questo, perché il tempo stringe e un unico volo AliTaglia partirà da Trapani, direzione Malta, alle 20:00, il resto dei voli e dei trasporti per la serata è bloccato dal cattivo tempo, escluso l’aliscafo Pantelleria-Trapani.

Non sapevo che pesci pigliare e mi trovavo come quelli zuppa sino al midollo, in ambiente non mio, necessitavo pure di correre alla toilette. “Ma cetto picciridda, pigghia asciuttamani ca stanno fora a potta, u sai addo stanno ca qui c’avvenivi sempe cu mamma da picciotta, giocaviddicchi e curiosavi dappettutto, ‘o ricordasti picciridda bedda?! Va’, vaaa’…”. Così feci, scivolai al cesso e mentre attraversavo il corridoio ornato di santi e madonne, malaugaratamente pe’ iddu, vidi dalla porta semiaperta dello studiolo due valige affiancate con sopra poggiati una bibbia, un cappello e un ombrello neri.
Passavo il panno profumato tra i capelli intenta ad escogitare la prossima mossa da fare, vigilissima.

Al ritorno, il prete mi accolse bisbigliando qualcosa di cortese, invitandomi a sedere. Passò mezz’ora e le chiacchiere di cordoglio volgevano al termine, presi tempo, chiesi un bicchierino di porto e il Padre mi accontentò, versandone un po’ anche per sé.

Tra il calore dello spirito che scendeva in gola e le fiamme avvolgenti del camino, qualcosa si smosse: il Padre guardava l’orologio con insistenza, una, due, tre volte… Persistei e con mimica sofferente lo esortavo a riempire un altro cicchetto, egli non rifiutò, mitigando però l’assunzione con parole da predica; inoltre, mi pregava di scusarlo che alle 18:00 partiva improrogabilmente per Palermo, officiare una funzione doveva, in quel di San Carmelo. Abbozzai un sì, poi annuii e lo punzecchiai: “Vossìa u Parrino, ma la rradio disse che i trasporti paralizzati furono e Voi v’arrischiasse pe’ ire sino a Palermo? Vulite schirzari? E stativin’a casa, rimandate tali faccende che mettono in pericolo la salute. Ca pe na missa non ditta ‘na strage deve accadere? Le strade allagate sogno, peddonate, ma tengo tantissimo a Vossìa!”. Il prete parve non scomporsi; si levò dalla poltrona e versò altro porto: era dunque nervoso? Ne chiesi pure io, fui accontentata.

Le lingue e gli occhi si fecero più lucidi e spregiudicati, Don Camillo lasciò scappare un apprezzamento in direzione del mio seno copioso e pallidissimo, dicendo che ‘sto rubizzo di Porto me l’avrebbe fatto cangiari ‘i culori – e se la rise, sghignazzò!

Sollevai d’una giusta misura, per istinto, la gonna del lutto, la quale lambiva le ginocchia, lasciando in bella mostra una coscia di seta nera accavallata sull’altra e poi, lesta l’affilata unghia, mi procurai uno strappo al tessuto finissimo che espose la esplosiva meraviglia; ora il parrino trasecolò a quella vista e cominciò a pregare stringendo le mani, rivolgendole al cielo come anche il capo. Ci dissi rimproverando: – “Oh, Don Camillo, calmatevi, assettatevi bonu!” – ributtando, stizzita, giù la gonna a coprire lo squarcio dei sensi.

“Figghiuzza bedda, facìemu sta cunfessioni, accusì posso arripigliari il mio ufficio e temminare questa terribile giornata, suvvia; dovrò ad ogni modo pernottare a Palermo, il Vescovo mi aspetta, impossibile deluderlo: cose impottanti, cose nostre!”.
Ero fritta, agitata dallo spirito; un guizzo, una genialata doveva arridermi prima di accondiscendere del tutto alla volonta del Don; disperata, inscenai uno svenimento (la mia specialità), mentre parlavo della povera mamma, e di colpo mi gettai distesa lungo il parquet, provocando nello slancio anomalo la rottura del tenue reggiseno da cui una sodissima tetta sballonzolò fuori nuda, evidenziando il provocante bocciolo pungente, tanto che il Don perse la tramontana e quale provetto rospetto s’accasciò in terra risucchiandolo nella sua bocca.

Tale reazione malata si concatenò col mio urlo acutissimo e in assetto di guerra m’aggrappai spaventata al talare stracciandolo di netto nelle cuciture poco salde, portando la metà sinistra dell’indumento, rimasta artigliata alle dita, sotto il mio corpo che si riversava adesso a fronte in giù. Solerte tastai nella tasca interna, ne estrassi un biglietto aereo, “Malta” v’era inscritto su…

Sperando di apparire pentita, mi scusai timorosa, tremante; il prete mostrava vergogna, mentre riceveva la parte scucita di abito, e appresso gli allungai pure il biglietto unito a siffatte parole straripanti di inaspettata quanto cocente meraviglia: – “E questo cos’è?” – Osservavo scientificamente il pezzo di carta rigirandolo tra le dita e vomitando veemenza su di lui continuai: – “Biglietto aereo, data ‘oggi’; partenza ore 20:00: Trapani-Malta solo andata; e riservato a lei, Don Camillo?! E che è ‘sta cavolo di messainscena del Vescovo?” – M’adirai violentemente inchiodandolo: – “Dove te ne vai Porco? Ti ho smascherato puttaniere di un Don…”  – Presa dalla follia di chi sa il fatto suo, maneggiando come una scure l’alare, a forza lo bruciai pezzo per pezzo, presentendo fiammeggianti le pupille e la lingua biforcuta che sibilava.

FIN

Prima parte del racconto.

Grazia e Bob
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