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Il Calcio Dei Ricchi Di Mario Sconcerti

Mario Sconcerti, giornalista sportivo e scrittore, racconta i suoi esordi giornalistici al fianco di Gianni Brera, quando il calcio in tv non c’era ancora e gli unici che vedevano la partita erano quelli che andavano allo stadio.

Il Calcio Dei Ricchi Di Mario Sconcerti - Recensione Libri

Oggi, in Italia, allo stadio ci vanno in pochini e la maggior parte delle persone, vede la partita da casa. Questa è una rivoluzione, un po’ perché tutti adesso commentano e giudicano le partite, un po’ perché i diritti televisivi hanno ormai relegato i risultati a una ristretta oligarchia, Inter, Milan e Juventus. Il famoso fair play finanziario, imposto da Platini, sembra un’idea giusta e condivisibile, ma dal lato pratico sembra poco attuabile e le contraddizioni non mancano, probabilmente ne vedremo i frutti tra qualche anno, quando tutti i club avranno imparato a rispettarne i limiti. Tanto per fare un esempio, sembra che siano in previsione i Mondiali in Quatar, in condizioni climatiche proibitive, ma Blatter va dove lo porta il cuore e il suo cuore segue i soldi, per cui a costo di giocare nelle vacanze natalizie, o in stadi climatizzati, sembra che nel 2018, il campionato del mondo sarà nel piccolo staterello arabo.
In Europa? Beh tra sceicchi e oligarchi (per non dire mafiosi) russi è ancora peggio, basti vedere la Champions League, dove se non hai paccate di soldi non vinci e spesso non vinci neanche se spendi centinaia di milioni di euro all’anno. I campionati esteri rappresentano una situazione analoga a quella italiana, Madrid e Barcellona, Manchester e Chelsea, adesso il Paris Saint Germain, anche se in Francia il campionato è di un livello diverso rispetto a Spagna e Inghilterra.
Sconcerti però non parla solo di soldi e di quanto era bello il calcio quando lui ha iniziato a fare il giornalista sportivo, il merito del libro, è quello di non abbandonarsi alla nostalgia del buon tempo antico, cercando invece di rimanere dentro e di capire questo mondo in continua evoluzione. L’autore parla di pallone, di schemi, di calciopoli, ma anche di uomini di sport, gente che nel calcio mette se stesso e la propria visione della vita e del mondo, Guardiola e Luis Enrique (entrambi definiti hombres vertical inconciliabili con la realtà pallonara italiana), Mourinho, Totti, Del Piero, Baggio, Valentino Mazzola, Cristiano Ronaldo e Messi.
A me, personalmente, questo mondo interessa sempre meno, di vedere giocatori miliardari, ingellati e con gli addominali scolpiti, che vivono in una realtà finta e patinata sono abbastanza stufo, senza parlare di calcio scommesse e partite truccate. Quando giocavo il terzino sinistro aveva il numero tre e l’ala destra il numero sette, di veline non se ne parlava ancora e il calcio italiano, di club, era in assoluto il migliore, Zico era all’Udinese, mentre Briegel e Elkjaer al Verona (dove vinsero l’unico scudetto).
Secondo l’autore questo calcio ricco e sempre più elitario sarà uno dei veicoli dell’unità europea, una sorta di collante, di linguaggio comune per le generazioni presenti e future, che potranno conoscersi e riconoscersi in qualcosa di condiviso.
La domanda che mi sorge spontanea è, se qualcuno non vuole riconoscersi né in questa moneta unica ingiusta e classista, né in questo calcio che cosa si può aspettare dall’Europa unita e viceversa? Ci sarà, in futuro, spazio per chi vuole giocare e vivere con regole più umane e soprattutto fuori dalla banalità e dall’omologazione?

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