Gli haikai illustrati di Spinosa & Mazzone

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Gli haikai illustrati di Spinosa & Mazzone

di Ivan Mosca

La poesia occidentale è morta quando, col Romanticismo, si è liberata del canone e persino del verso. Possiamo ben dire che si è evoluta in canzone oppure è regressa a prosa, che tuttavia a sua volta è stata soggetta a mode e altri ritorni spiraliformi, nei quali il discorso si è fatto di volta in volta più o meno spezzato (Manzoni), più o meno ritmato (Gadda), più o meno sonoro (Marinetti).

Ormai da un secolo, l’haiku di origine giapponese è entrato a far parte della poesia italiana in modo indiretto (da Ungaretti a Zanzotto), rendendola asciutta, levigata eppure incompleta, tagliata, celante il significato al di là dell’angolo della pagina.

Gli haikai sono componimenti poetici dotati di regole precise, diciassette more in tre versi di cinque, sette e cinque l’uno, chiodi senza quadro che ci ricordano idee e impressioni fugaci, pensieri semischiusi e intrinsecamente imperfetti. A fronte di questa imperfezione nei contenuti, almeno in giapponese, mantengono una forma pulita e precisa, sempre identica e sempre ciclica. In italiano, le more non possono che tradursi in sillabe, ma i bordi del suono stampato prendono una forma sghemba, si slabbrano in sdrucciole e dittonghi contati con le dita. Pertanto, non può che assumersi come libera la scelta di Claudio Spinosa (Samsara, 2014) di renderne imperfetta anche la forma, svincolando l’haiku dall’aura di mistero che ne circonda l’origine orientale. Come in questo, cesellato a picconate:

Mordo il cuscino
Muore il mattino
Urla il vicino.

Quando Spinosa abbandona le coppie solite e assolate di parole poetiche, attraverso i versi il quotidiano s’intrufola nello sguardo magico dell’haiku, introducendo l’emozione di basso rango nella purezza estetica dell’originaria contemplazione del senso del vuoto tra le pieghe del pieno. La struttura della vita quotidiana torna e ritorna:

Prezzemolo fresco
Sulla pelle asciutta
Mosche in combutta.

Una delle caratteristiche più solenni dell’haiku è l’incompletezza, la richiesta di collaborazione da parte del lettore, che deve concludere il lavoro immaginativo aperto dall’autore. Attraverso l’illustrazione degli haikai di Spinosa, l’architetto della rappresentazione Enrico Mazzone avrebbe
potuto definire e quindi imprigionare la forza dell’immaginazione scritta in immagini statiche, che nulla da fare avrebbero lasciato al lettore. Le triadi di versi vengono invece accompagnate da Mazzone, che compone pittogrammi simbolici aperti a varie modalità interpretative, corredando
quindi il testo senza sigillarne il senso, come in Haiku n. 3:

Soffice neve
parabrezza copertoSbatte
la porta.

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