droni e distorsioni

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Negli anni ’90 a Seattle non nasceva solamente il grunge. In una specie di epidemia di pessimismo cosmico andavano sviluppandosi altri due generi musicali oscuri e controversi, dannati a rimanere legati all’Underground nelle loro forme più pure e bestiali: lo sludge e il drone.

Tutto inizia con le sperimentazioni dei Melvins (Che forse, come disse Cobain, sono davvero il passato, il presente e il futuro della musica), le quali vanno a modificare i concetti stessi di Doom e Stoner, scavando e frugando fra le budella di una musica statica e spesso flirtante con il music business. L’approccio hardcore e noise apportato dalla band del Buzzo sconvolge talmente tanto le menti dei grunger da convertirli ad una nuova fede degna del più allucinato Lovecraft, il tutto senza abbandonare il cupo minimalismo tipico della musica alternativa di quegli anni. E così, mentre i Soundgarden abbandonavano lo stoner per un approccio più acido e rock, Dylan Carlson, il miglior amico di Kurt Cobain (Tralaltro reo di avergli procurato il fatidico fucile), fondava nell’89 quell’incubo vagante che ha per nome Earth. La band in questione mise sul piatto un sound che fondeva ambient minimale con feedback allucinanti di stampo doom e distorte ridondanze grunge, risultando ad oggi la cosa più irritante e ripetitiva che si possa sentire su cd. Per alcuni anni i gruppi capaci e intenzionati ad adottare un suono simile furono quasi nulli, spaventati dall’improponibilità live di un simile mammooth sonoro. Ma d’improvviso, come d’incanto, alcune band si risolsero ad avvicinarsi a qualcosa di “simile” all’assurdo “rumore” degli Earth, dando vita ad un vero e propio movimento. Progetti come: Burzum, Skepticism, Tergothon, SunnO)) e Neurosis seppero trarre dalla lezione di Carlson del materiale sul quale ricamare suoni oscuri e ossessivi, inquieti e ronzanti. Nonostante ciò il genere più puro, il drone, rimase comunque profondamente ancorato al suo fondale “sotterraneo”, proponendo all’ascoltatore imprese epiche come brani da 72 minuti no-stop di ronzii simili ad elicotteri.

I primi a imbrigliare la potenza dei droni (Da droning: ronzare) per modellarla in un flusso “melodico” furono propio i SunnO)), nati come tribute band propio degli Earth per mano di Stephen O’Malley (Ex Burning Witch, la band doom più estrema di sempre) e Greg Andersonn (Ex Goatsnake, leggendario act stoner). Presentandosi dunque come un “supergruppo” i SunnO)) operano “evangelizzando” le masse, costituendo fin dal ’95 un vero e propio monolite della scena, una nave madre per le decine di piccole bands che desiderano venerare il ronzante amplificatore. Irrompono dunque sul grande mercato, attraverso uno split con la band di O’Malley (Benche attivi dal ’96), i Boris, seconda formazione fondamentale per il genere. Questi funamboli nipponici sono un autentico pozzo delle meraviglie per qualsiasi estimatore della musica sperimentale: capaci di spostarsi agilmente dal drone più intransigente ed estremo allo stoner rock più grezzo e sporco sono una delle formazioni più produttive e coinvolgenti degli ultimi anni. Con i Boris il drone si sposta su lidi ancora più “orecchiabili”, trasmuta e diventa culto, sperimentazione totale. Il ronzio ormai, alle soglie del ventunesimo secolo, non è più fine a se stesso, cresce, matura e si sposa con lo sludge metal, con il post hardcore, con lo stoner, dà vita ai Jesu, ai Khanate, ai Neurosis (Quelli definitivi). Nel 2009 il drone invade anche il cinema con “The Limits of Control, un film di Jim Jarmusch, grande estimatore del genere che decide di incorporare numerose tracce di SunnO)) e Boris; ma entra anche nelle pubblicità, finisce sulle riviste più pop (Come XL), si radica nell’immaginario più oscuro e ossessivo dell’umanità.

Le suggessioni esoteriche del suono sono da sempre oggetto di studio da parte della scienza e della psichiatria, ma mai nessuno riuscira a capire gli effetti del droning come chi, impugnando una chitarra elettrica, sente il ronzio prodotto dagli amplificatori entrare nelle propie vene e nella propia anima e osserva l’estasi del pubblico intrappolato nel labirinto del suono selvaggio e libero.

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