Dal minimo al massimo


Grazia & Bob proseguono nel loro intento testuale aggiungendo due nuovi racconti al lavoro fatto in tandem; Grazia apre le danze con “OMAGGIO MINIMO” e Bob le chiude con “DAL MINIMO AL MASSIMO”, annodando due spezzati fili comuni che assecondano, come il precedente episodio, le loro visioni stilistiche.

 

di Bob Accio

Elio era giunto al punto in cui ci si chiede “Cazzo sto facendo?” e d’abbrivio smise di ciucciare bottiglie alcolemiche, preferendo dissetarsi di fresca acqua comunale alla piazza, giù in centro, tanto più che la calda stagione permetteva di veder svolazzare velette spiegate su belle gambe sexy, e a ufo.
Era tutto un movimento gratuito di signorine sode dal grugno indaffarato, ad esse riservava il proprio sguardo clinico estatico, valutandone col ciglio destro alzato, forme, portamento, classe, bellezza, nudità; in un taccuino separava, stilando una sorta di report da fine settimana, quelle che meritavano attenzione dalle altre che non gli piacevano.
Aveva un sistema di catalogazione che lo faceva sentire importante giurato, anzi, il Presidente della Giuria Miss Milano.
Figo poter esserne il patrono: se il brutto e vecchio Mirigliani aveva mantenuto la carica in età geriatrica, perché non avrebbe potuto lui nel pieno della guizzante maturità?
L’attività feriale era senza dubbio molto rilassante e non coinvolgeva sentimentalmente, d’altronde Laura era stata, ora lo ammetteva, un colpo di testa, come quelli che regalava il grande Facchetti, svettante vecchia gloria dell’Inter F.C.; il papà gliene raccontava delle belle quando era bimbo, benché Elio appartenesse all’epoca di Prohaska e Juary, cioè, quando le frontiere calcistiche furono aperte al mercato straniero, giusto seguito della vittoria azzurra del mondiale di Spagna ’82.

Che ricordi! Affiorava la pelle d’oca su quella pellaccia che cominciava a perdere smalto, i capelli che sparivano velocemente, anche se li rasava a zero, e aveva messo su pure l’orecchino; si tuffava in bagni di sole tombali presso il centro estetico “Orpello” una volta settimana e portava al polso pure l’orologio trendy acquistato piattaforme cinesi on line; altresì aveva dilapidato riserve bancarie per una 2 ruote enduro, sentendosi tutt’altro che un duro.
“Altro che lettere d’amore” – bofonchiava rassegnato. Dopo divorzio dalla moglie, datato 2007, s’era incaponito nella lettura, lasciando il tempo ai libri, sinché quella Laura, dolce insipida ben tornita ragazzona prossima al diploma, non gli infarcì di ardore le giornate lavorative battendo a martello sui delicati sensi. Ohi!
Diavolo vestito da santa. Antitesi generatrice d’arte. Sacro e profano sovrapposti. Unica sirena dogmatica dell’acquario in cui viveva quotidianamente, tra una miriade di pesciazzi, nonché silfide colpevole d’aver fatto decadere tutti i volumi dagli scaffali del suo cervello, di colpo bruciati in un falò: Sartre, Foscolo, Kierkegaard, Caproni, Nin, Valduga, Boccaccio, Dante, Petrarca, Cortazar, Drummond de Andrade… Fogli sparsi, strappati al legaccio, mischiati in palle di carta da gettare a canestro nel cestino, coriandoli letterali di vocaboli sospiranti, adesso rianimati dalla ribalta e iniettati di lascivia lavica; ecco chi era quel demone sorgivo lauretano.

Come tutti, Signor Elio s’era adeguato a trend comuni, calzando l’era della pubblicità e ritrovandosi anonimo ri-prodotto sullo scaffate del supermarket, confezionato, bell’uguale d’un barattolo di tonno (a dir il vero, niente super ma tanto normal, neh!).
Quel pugno di week end passati sulle panchine della trafficata piazza erano giunti agli sgoccioli e l’estate scemava, “Agosto, amor mio non ti conosco” fu la frase di fine che tratteggiò sotto l’archivio vacanziero; poi, facendo scivolare distrattamente ‘sto catalogo giù-da-basso la panchina, col fare di chi voglia sbarazzarsi di un oggetto imbarazzante, ripose sulla testa rossa berrettino team Ferrari nero, con visiera sporgente sulla nuca e, finalmente, si mosse dalla panchina, sputando silente disillusione e stille di sudore occipitale.
Risoluto, volle spedire la raccomandata che aveva in tasca, ufficializzava il trasferimento nella nuova sede impiegatizia di Enna; s’era convinto che in quel luogo antropologicamente diverso avrebbe potuto terminare, lontano dal caos, la sua attività di bibliotecario sino alla pensione, godendo di un regime economico decisamente rilassante: confabulava – “Enna non è certo cara quanto Milano, e trovandomi potrei esplorare l’isola di nonna Alice e nonno ‘Ntoni rispettando i loro desideri di emigran…”
Strattonato per la cinta borchiata pendente dalla vita dei pantaloni, non terminò il pensiero, qualcosa lo frenava, pareva incagliarlo alle assi di ferro della panchina; fece per liberarsi ed incontrò la flessuosa mano di Laura, ben scoperta dai pantaloncini corti e dalla t-shirt sbretellata: “Elio, hai perso qualcosa.” – proferì sorridendo con gli occhi – e gli allungò profumata busta da lettera, condita di cuoricini rossi ed asterischi.
L’Elio, preso da visione miracolosa, la guardava su-di-fisso; un attimo sincero di tristezza aprì l’abisso della rinuncia e timidamente abbassò lo sguardo; Laura, e che non si dica che non avevesse gran cuore, senza bisogno di levarsi, essendo alta 1,90 cm., lo carezzò in viso baciandolo proprio con quel rosso pachino, bocciolo foriero di solitarie insalatine piccanti, e scioltolo dal trappoloso maleficio temporaneo, lo invitò scartare letterina.
Balbettava, lui, “Am-a-amo-mo-more mi-o,…” , singhiozzando.

 

ILLUSTRAZIONE DI MARANGONI DAVIDE

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