Chi controlla i controllori – Brevi riflessioni su Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons

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Il genere supereroistico viene inserito nella fantascienza in maniera spesso forzata. L’avere super poteri e poter fare qualcosa in più rispetto agli altri della specie Homo sapiens sapiens è un cliché che a volte dà belle soddisfazioni intellettuali, ma tante altre delude scadendo nella solita lotta tra bene e male, difesa della popolazione, predominanza della forza, fascismi mascherati da patriottismi, ecc…
Ecco, quest’ultimo caso non è quello di Watchmen. Uno dei più grandi fumetti di tutti i tempi, forse il più grande, che mette in discussione tutti i pregiudizi sulla letteratura supereroistica, partendo però proprio da essi e frantumandone pian piano le fondamenta.

In dodici albetti da poco più di venti pagine, Moore e Gibbons ci portano in un 1985 (all’epoca un passato vicinissimo) in cui non solo esistono i supereroi, ma stanno affrontando una brutta crisi. Il più importante supergruppo degli Stati Uniti, quello dei Watchmen appunto, si è ormai sciolto da anni. Alcuni dei suoi componenti hanno abbandonato completamente la carriera dedicandosi a una vita “normale”, mentre altri hanno perseverato, illegalmente, nella lotta al crimine, divenendo fuori legge loro stessi. L’omicidio di uno di loro all’inizio della storia, il più viscido e pericoloso, chiamato “il comico”, apre a un riavvicinamento di alcuni componenti e a scoprire un complotto internazionale.
I pregi di questa miniserie a fumetti sono molti e anche solo provare a elencarli diventa faticoso, soprattutto a causa del timore di lasciare qualcosa fuori. Ma ci proviamo lo stesso…
Innanzitutto la definizione psicologica dei personaggi, per la quale Moore aveva già utilizzato come banco di prova, anni prima, il recupero di un vecchio fumetto degli anni ‘50, Miracleman, sconvolgendolo completamente. Chi ha letto almeno un comic di Moore sa che egli è bravissimo in questo. Ha usato come voce narrante quella di Rorschach, uno dei componenti del supergruppo, quello più fuori di testa, che ha deciso di perseverare nella sua attività di ripulitore della società senza scendere a compromessi. È riuscito a rendere la rassegnazione dei vigilantes in un mondo che non li vuole più, abbandonato al caos e distratto dalla guerra fredda, e in uno Stato che addirittura li rende fuorilegge. E infine, ci ha regalato uno dei personaggi più belli e complessi di tutti i tempi, il Dottor Manhattan, un uomo atomico al di là dello spazio e del tempo, la dimostrazione vivente che neanche l’onnipotenza può tutto contro l’avidità umana.

 

Per seconda cosa, ovviamente, c’è la trama. Dopo l’omicidio del Comico, Rorschach inizia a indagare su una serie di avvenimenti troppo sospetti. La minaccia nucleare della Russia è vicina e nella sua moralità psicotica tutto quadra, ma il personaggio fa spesso dubitare al lettore che questi siano solo disegni malati della sua mente. “Non lo avete ancora capito?” chiede Rorschach ai suoi carcerieri, “non sono io rinchiuso qui con voi… Siete voi rinchiusi qui con me!” In realtà gli avvenimenti daranno ragione al supereroe dalla maschera cangiante, e anche i suoi vecchi amici si convinceranno della necessità di dover spolverare la loro vecchia divisa e di dover agire.

E infine, ma non ultimi per importanza, i disegni di Gibbons. Questi hanno lo stessissimo peso della sceneggiatura di Moore, per l’economia della storia, per la definizione dei personaggi, per l’ideale che trascende la carta disegnata. Certo, dovrebbe essere sempre così, per un fumetto, e spesso lo è, ma in questo caso la simbiosi tra parola e disegno è davvero sublime. La cosa davvero interessante, poi, è la regolarità della griglia della tavola. Gli americani sono famosi nel mondo per aver sconvolto la metrica del disegno. Qui invece sono sistemati in maniera ordinata, senza rompere mai il riquadro bianco, che si ripete in maniera quasi simmetrica. Sembra quasi di essere di fronte a un vecchio fumetto d’epoca.

Watchmen è quindi un magico esempio di come il fumetto possa raggiungere vette artistiche e letterarie non comuni, non a caso è stato l’unico fumetto ad aver vinto il premio Hugo, dedicato alle opere di fantascienza e fantasy. Da esso ne hanno cavato di recente un film, che a mio parere non è affatto male (il fumetto però è ovviamente superiore), e diverse serie sequel, scritte non da Moore, e che ho paura a leggere. Se dovessi prendere coraggio e affrontarle ne parlerò qui. Per il momento mi accontento di immergermi in questi dodici albetti almeno una volta ogni sei mesi.

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