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Recensione : Confield – Confield

I Confield sono una realtà che non può e non deve essere sottovalutata; chi ama le sonorità della dark wave che fu ha trovato una nuova band sulla quale fare affidamento, mentre chi ha storto il naso ascoltando quest’album si faccia finalmente una ragione del fatto che i nostri provengono dalla “città eterna” anziché da qualche grigia città industriale d’oltremanica.

Confield – Confield

Qualcuno potrebbe chiedersi se abbia ancora senso riproporre oggi sonorità che conobbero la loro massima popolarità negli anni ’80, quando giganti come Joy Divison e Cure, solo per citare i nomi più influenti, dettavano le linee guida del cosiddetto post-punk, che negli anni a seguire si è trasformato in un’etichetta appiccicata in maniera indistinta a band spesse volte agli antipodi, sia come attitudine che come stile musicale.

La risposta al quesito iniziale è comunque affermativa, se l’operazione viene eseguita con la competenza e la reale passione per quelle sonorità messe in campo dai romani Confield.
Qui ci starebbe il classico sfoggio di erudizione musicale citando band come Interpol o Editors tra le ulteriori influenze dei nostri, ma dal mio punto di vista non sarebbe corretto dato che anche queste ottime realtà contemporanee, alla fine, si abbeverano direttamente, così come i Confield, ai numi tutelari di questo genere.
Pertanto, è chiaro che chi vuole bollare i nostri con l’etichetta di derivativi può avere anche ragione dal punto vista strettamente teorico, ma cade in errore se pensa di liquidare quest’album come una sbiadita fotocopia di qualcosa di preesistente: i brani proposti vivono di luce propria e quel sentore di deja vu che affiora durante l’ascolto si trasforma nel piacere di riascoltare i suoni che, nel mio caso, hanno accompagnato il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, rielaborati in maniera efficace e mai banale.
In sintesi, riuscire nell’impresa di proporsi credibilmente come una versione meno ombrosa e più pop dei Joy Division non può essere certo considerata cosa da poco; brani splendidi e trascinanti come One Morning, Hidden Away (il singolo dotato di un ritornello che si stampa nella memoria in maniera indelebile), Big Big Bang, Nightbus Lovers e No Man’s Land sono i picchi di un album che non conosce particolari cedimenti, salvo forse qualche sporadica concessione a melodie di facile presa, per quanto gradevoli (One Room).
I Confield sono una realtà che non può e non deve essere sottovalutata; chi ama le sonorità della dark wave che fu ha trovato una nuova band sulla quale fare affidamento, mentre chi ha storto il naso ascoltando quest’album si faccia finalmente una ragione del fatto che i nostri provengono dalla “città eterna” anziché da qualche grigia città industriale d’oltremanica.
Se poi uno come Peter Hook, che “forse” sull’argomento dovrebbe avere un minimo di competenza, li ha scelti per accompagnarlo nel tour italiano effettuato in occasione del trentennale della morte di Ian Curtis, ci sarà stato pure qualche buon motivo …

Tracklist:
1. Shortcuts to Happiness
2. One Morning
3. Hidden Away
4. Resolution
5. Jungle Camp
6. Our Room
7. Big Big Bang
8. Nightbus Lovers
9. No Man’s Land
10. White Ribbon

Line-up:
Alessandro Bennati – bass
Gianluca Buttari – vocals
Paolo Ferrara – guitar
Gabriele Maligno – drums
Luca Mamone – guitar, synth

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