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Cesare Viel

Cesare Viel immagina forme di soggettività altre che interpretano l’arte come momento di scambio emozionale e di relazione con la collettività.

Cesare Viel

Cesare Viel

Come e quando è cominciato il tuo approccio all’arte?

Da adolescente, la mia insegnante di arte alle scuole medie ci chiese di copiare un’opera. Scelsi a caso, da un’enciclopedia, la riproduzione di un quadro di Matisse: “Le jeune marin”. Da quell’esperienza è iniziata per me una forte e costante attrazione per le forme.

Cos’è l’Arte ?

Difficile rispondere. In realtà non l’ho ancora veramente capito. Dipende anche dal periodo della propria vita. Da ragazzo pensavo che fosse soprattutto la sublimazione degli impulsi più energetici e segreti.

Da più adulto, ho sentito che l’arte poteva diventare anche una promessa di felicità, quasi sempre disattesa. Più in là ancora negli anni, ho pensato che potesse essere il continuo tentativo di tradurre qualcosa da un mondo in un altro più formalizzato tecnicamente e concettualmente.

Ma anche una forma di risarcimento psichico e intellettuale, e un orizzonte per l’utopia, per l’individuazione di un processo critico oltre il pensiero dominante, una messa in questione delle convenzioni culturali. Ora come ora, resta il fatto che l’arte per me genera comunque nuove ipotesi e domande, alle quali cerco di rispondere con le opere, che rappresentano in realtà ulteriori domande. Inoltre oggi mi sento di aggiungere che l’arte in fondo rende possibile uno spazio fisico e mentale dove le emozioni, il silenzio e la contemplazione possono trovare un luogo ideale.

L’arte combatte i pensieri violenti oppure è essa stessa una forma di violenza concettuale ?

Più che combatterli, secondo me, l’arte li trasforma in qualcos’altro, spostando la violenza o la disperazione e il dolore su un altro piano (simbolico) di realtà.

Le performance di un artista concettuale trasmettono una tensione emotiva con il pubblico, incredibile. Come riesci a mantenere l’equilibrio? C’è una forma di allenamento?

La performance in sé è un tentativo costante di equilibrio tra gli elementi in gioco. Ma non deve essere una manifestazione di forza o di prestazione narcisistica e atletica.

La performance per me deve fare spazio, deve far prendere aria, dentro e fuori di noi. Dovrebbe farci spostare lo sguardo, il nostro punto di vista sulla realtà. L’allenamento è basato sull’acquisizione progressiva della propria presenza in mezzo agli altri, sul senso di collaborazione tra i performer partecipanti, su un sentimento di complicità non giudicante e di rispetto reciproco.

Si tratta di un allenamento al respiro, alla pazienza, anche rispetto al tempo che passa e alla noia, e poi soprattutto alla relazione dinamica e statica dei corpi presenti nello spazio, in relazione ai pensieri che ci attraversano e agli oggetti che spostiamo, un allenamento all’attesa, alla calma e alla percezione più potente della realtà.

Come mantieni la concentrazione durante una performance?

Cercando di essere lì in quel momento con il corpo e la mente, attraverso il respiro. Questo è qualcosa di non così scontato. Dopo pochi minuti chiunque di noi tende a distrarsi e ad andare altrove. Funziona invece se accetti il più possibile tutto quello che c’è e che senti, usandolo nell’azione e inserendolo, senza forzare nulla.

Di questi passaggi probabilmente il pubblico non si accorge nemmeno, perché restano invisibili e sospesi nell’aria, ma sono comunque presenze e stati d’animo che condizionano i modi dei gesti e i tuoi movimenti nello spazio, e di conseguenza le sensazioni di chi è lì ad assistere, e che tu senti a tua volta in una sorta di circuito dinamico emozionale.

Insomma, la profondità si nasconde, o si manifesta, sempre nella superficie. L’azione in una performance è come la punta di un iceberg, da cui si può immaginare e intuire per frammenti e lampi tutto il resto che rimane, e che deve rimanere, sotto.

Sei insieme sceneggiatore, regista e attore delle tue opere, ma nessuno di queste. Cosa è un artista concettuale? Vi è una disciplina oppure la sua essenza è proprio essere al di fuori di una disciplina?

L’arte concettuale mi ha aperto orizzonti espressivi e conoscitivi impossibili da reperire attraverso le discipline artistiche tradizionali, ma l’una dimensione non cancella le altre.

Si tratta per me di un arricchimento delle possibilità del linguaggio artistico, un’apertura dei confini verso un ampliamento della libertà e della sperimentazione. Ma libertà vuol dire anche consapevolezza dei limiti e responsabilità nelle scelte.

Quindi un artista “concettuale” deve formarsi una propria disciplina lavorando nel corso del tempo, creando una propria coerenza formale, deve costruirsi un qualche “sistema” personale di pratiche espressive e di realizzazione dell’opera. In questo senso non è diverso da qualsiasi altro artista che fa del proprio lavoro una ricerca in cui crede.

Ma un artista ama l’arte? Tu?

Personalmente amo l’arte, molto meno il sistema dell’arte.

Come vedi il futuro dell’arte ?

Non lo so, non credo neanche sia così importante, penso però che nel futuro come nell’oggi la differenza la facciano la serietà e l’onestà intellettuale.

Cesare Viel

Cesare Viel, nato a Chivasso (TO) nel 1964, vive e lavora a Genova, dove insegna all’Accademia di Belle Arti. Espone in Italia e all’estero dalla fine degli anni Ottanta in gallerie private, musei e fondazioni. La sua ricerca artistica gravita intorno alle pratiche dell’installazione e della performance e intreccia mezzi espressivi come il video, la fotografia, il disegno, la scrittura, il video, l’oralità. La sua poetica è incentrata sui temi della relazione, dell’identità di genere e del rapporto tra il linguaggio e le immagini.

Nel 1991 si laurea all’Università di Genova, con una tesi su Asger Jorn e il Situazionismo. Nel 1997 è tra gli organizzatori del convegno Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa? al Link di Bologna. Nel 1998 vince a Bologna il Premio Francesca Alinovi.

Nel 1999 partecipa al progetto collettivo Oreste alla Biennale, in occasione della 48esima edizione della Biennale d’Arte di Venezia, a cura di Harald Szeemann. Nel 2008 esce una monografia sulla sua produzione performativa, Cesare Viel. Azioni 1996-2007, a cura di Carla Subrizi, Silvana Editoriale e Fondazione Baruchello, Milano-Roma. Nello stesso anno è la sua prima antologica al Museo d’Arte Contemporanea-Villa Croce di Genova. Nel 2019 il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, gli dedica un’ampia retrospettiva, Più nessuno da nessuna parte, a cura di Diego Sileo, con catalogo Silvana Editoriale. Nel 2021 è tra i vincitori della X edizione dell’Italian Council.

Tra le sue più recenti mostre personali si segnala: Corpi estranei, Fondazione Rossini, Briosco (MB), Centre Pompidou, Malaga, Villa Zito, Palermo, 2023, X edizione Italian Council; Condividere frasi in un campo allargato, Galleria Milano, Milano 2022; Fuori Base dentro Base, Base/Progetti per l’arte, Firenze 2021; Scrivere il giardino, Galleria Pinksummer, Genova 2020; Dar conto di sé, a cura di Francesca Pasini, Fondazione Remotti, Camogli (GE) 2017; Infinita ricomposizione, Galleria Pinksummer, Genova 2015; Virginia ai panni vecchi, a cura di Antonio Leone, Palazzo Branciforte, Palermo 2014; Tales and Things, a cura di Martina Adami e Maura Favero, Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, Università La Sapienza, Roma 2013; Facciamo fluire via le nostre frasi, a cura di Francesca Guerisoli, Fondazione Pietro Rossini, Briosco (MB) 2011; Solo ciò che accade, a cura di A.titolo, CeSAC-Il Filatoio di Caraglio, Caraglio (CN) 2010.

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