Brevi riflessioni su Stalker, il libro e il film

Brevi riflessioni su Stalker, il libro e il film

Ci sono casi, moltissimi, la maggior parte potremmo dire, in cui i libri sono migliori dei film che ne vengono tratti. Potrei farvi mille esempi, ma due su tutti sono piuttosto esemplari, Il signore degli anelli e It, forse perché inadattabili nella loro essenza, o forse per cattive scelte registiche (o forse soltanto perché preferisco di gran lunga leggere un libro piuttosto che vedere un film, e magari questa cosa vale soltanto per me).

Ci sono altri casi in cui il film supera il libro, e anzi, spesso, è la pellicola stessa a rendere in qualche modo “di culto” un testo scritto che non aveva ancora avuto un successo di pubblico così ampio. Anche qui gli esempi si sprecano, ma quelli che mi vengono in mente in questo momento sono Arancia meccanica e Trainspotting.

Poi ci sono le storie abusate, come Dracula, le rivisitazioni, tipo Shining, i progetti che vanno avanti parallelamente, 2001: Odissea nello spazio, e altre micro-categorie che si potrebbe stare ad analizzare per giorni e giorni.

E poi c’è Andrej Tarkovskij… e poi c’è Stalker.

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Ora, credo sia superfluo stare a spiegare perché Tarkovskij, insieme a Herzog, Pasolini e a pochissimi altri registi, sia enorme e unico nella sua produzione; se qualcuno di voi non lo conoscesse, gli consiglio di rifarsi immediatamente. Quello che qui mi interessa è spendere due parole su una delle opere più incredibili della cinematografia, tratte da un romanzo di fantascienza anch’esso molto particolare, e sicuramente lontano dalla concezione occidentale del genere.

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Il romanzo, il cui titolo originale è Picnic sul ciglio della strada, è stato scritto dai fratelli Arkadij e Boris Strugackij, ed è stato pubblicato in Russia nel 1972. La storia parte da un pretesto piuttosto semplice: un’invasione aliena silenziosa ha creato delle “zone” geografiche in tutto il mondo, nelle quali gli extraterrestri avrebbero abbandonato manufatti tecnologici incomprensibili per l’essere umano, proprio come se avessero scaricato dell’immondizia lungo una strada dopo aver fatto un picnic ed essere ripartiti. Solo degli uomini piuttosto esperti, gli stalker, riescono a penetrare nella zona e a portare fuori alcuni di questi oggetti per rivenderli. In queste incursioni rischiano la vita, poiché le regole della fisica non sono le stesse all’interno della “zona”, e per il protagonista, man mano che il tempo passa, il suo lavoro si fa sempre più difficile. La particolarità del romanzo sta in questa presa di coscienza dello stalker, nella sua crescita interiore, psicologico, ma anche nella lotta sociale a cui la sua consapevolezza porterà.

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Il film Stalker (1979) è molto più ermetico rispetto al libro. Al contrario di quest’ultimo, che si dipana in più di vent’anni, qui seguiamo una sola incursione all’interno della zona. I protagonisti sono tre, e hanno tutti lo stesso peso all’interno della storia: lo stalker, un’anima semplice e allo stesso tempo filosoficamente profonda, che si inoltra lungo la zona con metodi apparentemente illogici, lo scrittore, un intellettuale provocatore evidentemente cinico e anti-scientista, e il professore, uno scienziato i cui intenti si scopriranno solo alla fine del film. Nel loro viaggio all’interno della zona, i tre conversano tra di loro, e a volte con se stessi, trasformando la storia in una notevole riflessione metafisica sulla vita.

Le immagini aggiungono poi un valore irriducibile a tutta la narrazione. Le ambientazioni suggestive, gli scenari marcescenti, ma allo stesso tempo puri e immobili nella loro estetica, i volti dei personaggi, teatrali e drammatici anche e soprattutto durante i lunghi silenzi e, forse più di ogni altra cosa, le prolungate panoramiche di dettagli su oggetti apparentemente privi di significato, che ne richiamano, almeno in chi ha letto il romanzo, l’origine sconosciuta.

Anche la musica non è da meno. Il lavoro del musicista elettronico Eduard Artem’ev sulla colonna sonora dà il giusto risalto alle immagini meditative, trasportando lo spettatore davvero in un altro mondo.

https://www.youtube.com/watch?v=PYcGFVZ-9xQ

Siamo quindi di fronte a un’opera artistica totale, che tiene insieme non solo bellezza estetica e narrativa, ma che tocca vette filosofiche ed esistenziali talmente alte da non poter essere ignorate. Se non lo avete ancora fatto, dunque, e avete voglia di un libro e di un film di fantascienza un tantino diversi dal solito, non dovete fare altro che regalarvi questa esperienza. Fatelo per voi, fatevi un giro nella zona, ne sarà valsa la pena.

“La Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero.”

Andrej Tarkovskij. Scolpire il tempo.

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Stefano Spataro
Stefano Spataro
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Stefano Spataro (23 settembre 1985) ha una laurea in filosofia, un dottorato in Storia della Scienza e un box pieno di libri e fumetti. Attualmente è collaboratore scientifico dell'Edizione Nazionale delle Opere di Antonio Vallisneri, con la quale sta per uscire un volume da lui curato. Ha diverse pubblicazioni alle spalle, quasi tutte di carattere storico-scientifico. Nel 2015 decide di dedicarsi anche alla scrittura di genere, in particolare fantascientifico. Ha di recente terminato un romanzo e pubblicato qualche racconto. Collabora con diverse webzine per le quali realizza recensioni e articoli sulla letteratura di genere. È anche un musicista attivo da quasi dieci anni nel panorama underground italiano, sia con diverse band che in solo.

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