Brasilia di Franz Krauspenhaar

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La quarta di copertina lo vende come “un romanzo distopico”, eppure non siamo certi che la più recente fatica letteraria di Krauspenhaar possa davvero rientrare sotto tale categoria.
Vi si trovano sì invenzioni fantascientifiche, ma il tutto si svolge ai nostri giorni, occulto ma parallelo allo svolgimento sociale patente e quotidiano che tutti conosciamo. La trama di Brasilia non ci mostra un disastroso presente altro dal nostro per qualche diverso andamento storico rispetto a quanto effettivamente accaduto (come nelle più celebri opere distopiche), bensì un presente entro cui si agitano complotti sotterranei, nascosti alla vista dei più, diabolici e spietati, che tuttavia la bravura dell’autore rende credibilmente attuali.
Se poi si prende invece la distopia nel suo significato letterale, termine cioè usato in contrapposizione a eutopia (buon luogo), costruito a sua volta sul neologismo coniato da Thomas More utopia (non-luogo, luogo che non c’è), in questa accezione esso si attaglia alla perfezione allo spirito del libro, che narra di un vero e proprio antro infernale escogitato su questa terra da un gruppo di potenti, che tenteranno di risucchiarci dentro anche il protagonista, Ernesto Erkens Moreira.

Viene invece facile considerare Brasilia un thriller, benché in realtà sia più giusto parlarne come di un romanzo tout court, fuori dai generi, bello, duro, intenso e impressionante (del resto, a ben vedere, addirittura Delitto e castigo potrebbe tranquillamente essere catalogato tra i gialli da un improvvido ragionierino amante degli incasellamenti letterari).
La storia, in breve, è la seguente: Ernesto, giornalista italo-brasiliano, residente a Milano, viene richiamato in tutta fretta dal padre, alto diplomatico, nella retro-futuribile capitale brasiliana che dà il titolo al romanzo, dove quest’ultimo vive, anche se non per molto ancora, tenendo conto della malattia terminale che lo va divorando. Prima di morire, Juan Moreira vuole infatti confessare al figlio un intrigo internazionale che ai tempi ha promosso e di cui ora si pente, affinché questi ne dia notizia al mondo, così da sventarne i loschi piani, grazie alla sua professione. Quella che si profila sin dall’inizio è un’organizzazione senza scrupoli, di stampo satanista, che porta avanti esperimenti sia a fini commerciali, con l’intento di prolungare oltremodo la vita di chi si possa permettere le costose terapie, sia, in parallelo, sviluppando una sorta di siero utilizzabile a scopo terroristico, le cui cavie sono i disperati abitanti delle favelas. Ma per Juan ed Ernesto le cose si complicheranno ulteriormente, allorché il capo dell’organizzazione, un uomo affascinante, coetaneo del diplomatico, si accorgerà dei loro intenti e farà di tutti per sabotarli.

Il romanzo è particolarmente cupo. Un’atmosfera morbosa si respira in ogni sua pagina.
La stessa fede incrollabile che assiste il protagonista ci appare come una sorta di malattia, contratta in seguito alla perdita dell’amata madre, o almeno così lui sembra viverla, senza nemmeno trarne i classici benefici che la religione, coi suoi effetti oppiacei, solitamente sa trasmettere a chi la abbraccia: pace, consolazione, dolce stordimento.
Non è così per Ernesto, che si aggrappa al suo credo senza alcuna speranza in una salvazione finale, che di fatti non verrà.
Il rapporto padre-figlio, la vana ricerca di un appiglio vitalistico nell’esperienza erotica, la personalità abbandonica di Ernesto causata dal trauma per la perdita prematura della madre e, per finire, una solitudine quasi metafisica che aleggia per l’intero corso della vicenda sono poi gli altrettanti messaggi subliminali (simili a quelli trasmessi dalla tele Tuni descritta nel romanzo) che ne arricchiscono la trama serrata.
Lo stile è essenziale, scarno, paratattico. Un’aggettivazione ridotta all’osso. Tutto fila veloce e angosciante, senza svelare completamente i vari misteri che vengono a galla durante il disperato girovagare dei Moreira, così da provocare nel lettore un effetto finale ancor più straniante.
La scena culminante, che meglio rende la fenomenologia dei turbamenti spirituali di Ernesto, si trova verso il finale, quando il protagonista viene abbandonato solo, coi polsi legati, nel cerrado, una bassa vegetazione sterminata, senza punti di riferimento visivi, se non il verde crudo della natura e l’azzurro vitreo del cielo sopra di esso, apparentemente priva di vita, senza esseri umani, senza bestie di alcun genere, neppure insetti, una calura spossante di giorno e un freddo rabbrividente la notte. La descrizione di un inferno asettico, quasi impalpabile, inanimato entro cui Ernesto vaga e si agita in preda a uno spaesamento che tenderà a confondere con la morte stessa.

Recensione a cura di Pee Gee Daniel

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