de Ceglia/Leporiere – La pitonessa, il pirata e l’acuto osservatore (Editrice bibliografica, 2018)


A cento anni dalla morte di Eusapia Palladino, Francesco Paolo de Ceglia e Lorenzo Leporiere portano all’attenzione del pubblico le vicissitudini di una delle più famose medium del XIX secolo. Lo fanno con il bel saggio dal titolo La pitonessa, il pirata e l’acuto osservatore. Spiritismo e scienza nell’Italia della belle époque, edito lo scorso maggio da Editrice Bibliografica, e noi di Altrimondi non potevamo sottrarci alla lettura di un libro che parla dell’altro mondo per eccellenza.

I due studiosi di Storia della scienza, con una certa acribia bibliografica, uno stile leggero e intenti profondamente divulgativi, ricostruiscono le vicende della donna, mettendo in luce aspetti della sua personalità lasciati ancora alla sfera della leggenda. Sebbene sia stata probabilmente una delle più grandi truffatrici del passato, la sua figura è senza dubbio rilevante per la storia della cultura del nostro paese.

Eusapia era una donna piuttosto volgare, sia nei modi che nell’aspetto, originaria di Minervino Murge e tuttavia è diventata famosa in tutto il mondo per la sua particolare dote: quella di mettersi in comunicazione con il mondo dei defunti. O almeno così lei sosteneva. Giunta a Napoli trovò chi, ammaliato dai suoi prodigiosi tavolini traballanti e da mani fantasma, ne fece una vera e propria diva dell’occulto. “Era intelligente e furba e non così ignorante come si era portati a credere”.

Con la nostra forma mentis possiamo immaginare che sarebbero stati solo gli sciocchi e gli ingenui a credere alle magie della pitonessa – un po’ come una sorta di Wanna Marchi d’antan. Invece con la sua disinvoltura, la bambinaia apparentemente senza lettere fu in grado di convincere alcune delle più belle menti dell’epoca dell’autenticità delle pratiche spiritiche. Si pensi ad esempio al Premio Nobel Pierre Curie, che dopo aver preso parte a delle sedute e aver goduto delle meraviglie eusapiane, si convinse della possibilità del superamento della fisica classica. Dopotutto tali dubbi emergevano anche dalle sue nuove scoperte sulla radioattività… perché quindi l’uranio sì, e i morti no?

Anche un personaggio come Cesare Lombroso, padre della moderna antropologia criminale, dovette ammettere l’esistenza di un mondo abitato dagli spiriti, dopo che nel 1892 Eusapia tenne a Milano diciassette sedute dove diede prova di fenomeni paranormali. Qui Lombroso vide coi propri occhi tavolini danzanti, luci che si accendevano all’improvviso e finanche uno spirito che sosteneva di essere la sua amata madre. Così, nel suo libro del 1909 Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici, lo scienziato e antropologo dopo aver riportato gli esperimenti dovette ammettere il limite di una visione del mondo strettamente materialista.

Ma allora, come ha fatto una donna di così umili estrazioni a mettersi in tasca geni di tale levatura? La risposta è banale: con un bel repertorio di trucchi, complici il buio, la suggestione e un po’ di psicologia spicciola.

Eppure non è questa la domanda a cui de Ceglia e Leporiere vogliono rispondere. Il loro obiettivo infatti non è mostrare la frode eusapiana (piuttosto autoevidente), quanto cercare di “comprendere come potesse una intera società rimanere impantanata in discussioni che storicamente non avrebbero portato a nulla. E soprattutto come potesse cascarci una generazione di filosofi e scienziati, a un certo punto divenuti iperspiritualisti per eccesso di materialismo. A distanza di cento anni i due storici tornano a chiedersi quindi quali fossero le cause di quello che può essere considerato un vero e proprio delirio collettivo che imperversò in Europa e in America a cavallo tra due secoli, e come mai una moda così particolare ebbe tanta eco anche negli ambienti scientifici dell’epoca e riuscì a coinvolgere personalità di una certa autorevolezza.

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