From my Windows – Giovedi 27 Marzo 2020

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From my Windows – Giovedi 27 Marzo 2020

– Paura di Marco Valenti

– TE LO RICORDI QUANDO CREDEVAMO CHE NON CI RIGUARDASSE? di Jennifer Muglia

 

Il nostro diario giorno per giorno.

Paura

L’idea è quella di ricontestualizzare le parole di uso più consueto che eravamo soliti pronunciare senza prestarvi troppa attenzione, adattandolo al contesto quotidiano dell’isolamento cui siamo stati costretti.

Paura – Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente.

“Ma tu non hai mai paura?” mi sento chiedere spesso.
Certo che ho paura. Chi non ne ha?
È impossibile non averne in questo periodo.
Stiamo vivendo una situazione fino a poco tempo fa inimmaginabile. E lo stiamo facendo sull’onda emotiva di chi si vede proiettato in mezzo a dinamiche assurde e per certi versi incomprensibili. Non possiamo quindi non dirci spaventati.
Anch’io ho paura, come tutti quanti voi – rispondo sempre – solo che cerco di non darlo a vedere.
Non me lo posso permettere. Me lo impongono la mia professionalità e il mio ruolo sociale. Devo darvi sicurezza, non posso far trapelare quelle che sono le mie reali emozioni.
Vi fidereste di uno che ha il terrore stampato nel viso? Credereste alle parole di chi vi guarda e non riesce a trasmettervi quella tranquillità che chiedete non appena arrivate in un letto di ospedale?
Il corpo parla. Sempre. Anche sotto tutti gli strati protettivi che siamo costretti ad indossare per difenderci e difendervi dal nemico invisibile che ci ha aggredito. Parla e dice sempre la verità. Anche quando la bocca cerca di spostare altrove l’attenzione il nostro corpo riporta tutto al proprio posto. Senza possibilità di mentire.
Ho paura ogni giorno che mi vesto e inizio il turno di lavoro. Anche se cerco di lasciarla fuori dai miei pensieri, è sempre lì, pronta a prendere le redini e portarmi dove vuole. Ho paura di non saper gestire le dinamiche sempre nuove e sempre mutevoli. Ho imparato negli anni che paura ed ansia vanno a braccetto, e che basta che non superino quel livello di guardia che ci permette di controllarle per riuscire ad avere sempre il controllo della situazione.
Facile a dirlo. Anche troppo.
Il casino è che oggi quella linea invisibile che separa l’ansia dal panico e la paura dal terrore è sempre più flebile, sempre più oscillante, sempre più difficile da tenere a bada. Ho paura ma non posso permettermi di gridarlo. Me lo tengo dentro. Perchè sono consapevole di essere un punto di riferimento per chi sta male. Perché l’aspetto emotivo spesso è molto più importante della scelta dell’antibiotico più idoneo. Perché in fondo siamo ancora esseri umani e abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia supporto considerazione e ci dica una bugia a fin di bene quando ne abbiamo più bisogno.
Ho anche paura di quello che ci stanno facendo passare.
Del bombardamento mediatico superficiale e molto poco professionale a cui siamo sottoposti. E delle conseguenze che un atto mirato come questo possa portare a tutti coloro che sono meno pronti a discriminare le notizie o semplicemente più sensibili al sensazionalismo. Non vorrei che stesse covando una sorta di immotivata rivalsa sociale fomentata dai soliti noti che non perdono occasione per creare polemiche per i propri fini. È proprio questo di cui ho paura. Che l’uomo post covid sia destinato ad una regressione. E che la speculazione di bassa lega che va a colpire quelli che sono i nostri istinti più bassi possa fare da detonatore.
Ma la paura più grande è quella che ho in casa. Dove in teoria dovrei sentirmi protetto. Dove ho dovuto chiudere mia moglie dietro ad una porta per isolarla in attesa che passino i 14 giorni del suo isolamento. Nel suo reparto ci sono stati diversi casi di positività e le hanno imposto l’isolamento.
Ho paura.
Ce l’ho ogni volta che passo davanti a quella porta chiusa. Ogni volta che mi avvicino, busso e le dico “Febbre non ne hai?”. Questi, nell’attesa della sua risposta, sono i secondi più lunghi di tutta la giornata. Sono quelli che condizionano tutto. E ogni volta che arriva quel suo “No” pronunciato con quel sorriso che mi ha fatto innamorare che non vedo ma che riconosco da dietro alla porta tutto cambia e mi sento più forte. Pronto per andare in reparto e dedicarmi a chi ha bisogno di buttarmi addosso le sue di paure.

Marco Valenti

TE LO RICORDI QUANDO CREDEVAMO CHE NON CI RIGUARDASSE?

 

Sembra difficile ricostruire come è andata, non per quanto gli avvenimenti siano lontani nel tempo, ma per quanto si sono susseguiti rapidamente. Ero qui, nell’entusiasmo ritrovato dello scrivere due righe e condividere la gioia di Sanremo e dei suoi gruppi d’ascolto. Vedevo la Cina, la vedevamo tutti, lì, lontana, diversa da noi, culturalmente, geograficamente, immersa in questo nuovo panico.
L’ironia, facile, un po’ cinica, di quando serravano le zone di quarantena per contenere il problema, quella che ancora era un’epidemia, un problema loro. Poveretti, ma ce la faranno, tanto sono miliardi solo loro.
Poi ho continuato ad andare in ufficio, e nel negozio di parrucchieri cinesi in fondo alla via, è prima comparso un cartello con scritto “i dipendenti di questo negozio non sono stati in Cina da mesi”, scomparso poi dopo pochi giorni. Non abbastanza rassicurante a quanto pare.
Stesso destino per il ristorante Eurasia, delizioso trash-ristorante (lo dico con affetto) dei Castelli Romani, sempre frequentatissimo, prima mezzo vuoto, poi con le luci spente.
Poveri cinesi, penso, ancora. Poveri loro. Mi affretto qualche giorno dopo ad andare in un altro negozio vicino all’ufficio per verificare se stesse resistendo: lo trovo aperto a compro due quaderni. Che ne so, non mi serviva niente, volevo solo vedere uno degli ultimi baluardi resistere.
Poi, eccolo, sabato 22 febbraio, giorno speciale, compleanno di una delle mie più care amiche, trasferita nella sua Calabria per lavoro, in visita a Roma. Ci vediamo, finalmente!
La aspetto in macchina per andare a fare il nostro aperitivo-combattivo, lei sale in macchina, la radio accesa annuncia i primi morti in Italia. “Che succederà?”, ci chiediamo. Un tragicomico passaggio dal “Che succede” di Morgan, al “che succederà?” a noi tutti però, stavolta.
“Sono tutti anziani”, sembra, ci rispondiamo. E non lo sapevo, ancora, che era solo un modo per tenere il problema lontano dalle possibilità tangibili della vita di tutti noi.
Sì, scusate, ma devo farlo, lo devo dire: “è solo una brutta influenza, che ci vuoi fare, succede tutti gli anni”.
L’ho sostenuto con forza, infastidita dal panico. Spaventata, era la parola giusta.
Però il lavoro cominciava a diminuire, i turisti fuggivano da Roma, hai visto mai che l’Italia diventi la Cina europea. Oh si, esatto. Eccoci.
Poi boom. La Lombardia chiude – la gente scappa sui treni la notte – guarda che co****ni irresponsabili – eccoli tutti al mare – tutti insieme ma a casa propria.
Boom. Vado al lavoro – continuo ma i miei amici già stanno tutti a casa – ecco stai a casa pure tu e speriamo bene nel decreto che ci salvi la pelle per qualche settimana.
Qualche settimana che non basterà. La chiamata che dovrò fare al padrone di casa per chiedergli di rivedere per qualche tempo l’affitto (Salve signor R.! L’avrei chiamata a breve per comunicarglielo!)
La fortuna che ho ad avere nella vita tutto, davvero ci voleva questo per rendermene conto?
Sto a casa, certo, che ci vuole. Ti dirò, niente male, posso fare un sacco di cose che non ho avuto il tempo di fare. O forse non mi va di farle, voglio rimanere un attimo ferma. Mi serve per capire cosa stia succedendo. O per costruire nuovamente una fortezza nel quale barricarmi ed evitare di perdere la testa per tutto quello che mi terrorizza: la malattia, la lontananza dalle persone amate, l’incertezza totale su quel futuro che era così facile sognare migliore finchè possibile, il lavoro, la recessione economica mondiale.
Poi i sentimenti contrastanti. In sequenza:
1)prendiamoci del tempo finalmente, che sarà mai stare a casa qualche giorno;
2) ok forse non sarà qualche giorno;
3) le persone cantano sui balconi (non qui da me, universo parallelo);
4) quelli che non lo fanno, insultano anche pesantemente, quelli che lo fanno;
5) ma che vi frega fondamentalmente, ce ne siamo sempre fregati di tutto;
6) torneremo più forti di prima e ci vorremo più bene;
7) non credo che cambierà niente tra le persone, perché sarà cambiato tutto.

Giorno 15 in casa.

Jennifer

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