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CONFESSIONI DI UNA MASCHERA – PRIMA_VERA MMXXIII

Continuo a pensare che il male assoluto sia da far coincidere con la sovraesposizione da social network. La rete ci ha reso ancor più schiavi di quanto non fossimo già. E lo ha fatto facendoci credere che stessimo conquistando quella “libertà” che da sempre cerchiamo.

CONFESSIONI DI UNA MASCHERA – PRIMA_VERA MMXXIII

Continuo a pensare che il male assoluto sia da far coincidere con la sovraesposizione da social network. La rete ci ha reso ancor più schiavi di quanto non fossimo già. E lo ha fatto facendoci credere che stessimo conquistando quella “libertà” che da sempre cerchiamo. Per ogni conquista reale (intesa come accrescimento culturale) assistiamo ad un contraltare che ci presenta una moltitudine di regressioni, soprattutto a livello intellettivo e cognitivo.

Ciò ha determinato la nascita, ma soprattutto lo sviluppo e la diffusione di una forma di autoincensazione che possiamo riassumere con quella che ci piace chiamareSindrome del Super Ego. Patologia che colpisce, purtroppo, non solo a livello musicale, ma che riguarda tutti i livelli espressivi. Da un punto di vista sintomatologico la sindrome si sviluppa con costellazione di sintomi che coinvolge non solo le esternazioni immediate, quelle reattive, ma che guarda anche, a livello cerebrale, alla costruzione dei concetti, alla scelta delle idee, dei contenuti e della sintassi.

La problematica che più spesso si presenta, è l’invalidità permanente che impedisce la costruzione di un rapporto duraturo. Inabilità che determina, di conseguenza, comportamenti che, volti al quieto vivere, devono astenersi dal far notare al mitomane la propensione al delirio di onnipotenza di cui è affetto. Questo perché il mitomane contemporaneo, in quanto tale, non è in grado di razionalizzare le osservazioni altrui, e reagisce istintivamente, finendo per offendersi molto facilmente, scattando immediatamente sulla difensiva, spesso in modo arrogante, cercando di salvaguardare un qualcosa che non solo non ci interessa, ma su cui non abbiamo mire e interessi di alcun tipo.

Il mitomane 2.0 cresciuto nell’autoconvinzione di avere sempre e comunque qualcosa da dire o da proporre, rappresenta la degenerazione più inquietante dei nostri tempi “moderni”, ed è inquadrabile come l’espressione della necessità di una mente ipertroficamente priva di equilibrio di mostrarsi compulsivamente, sempre e comunque, in ogni occasione.

Parliamo di malattia e non di perversione, partendo dall’idea che la “viralità” della comunicazione del mitomane non sia da ricondurre alla diffusione capillare di un contenuto, ma sia la caratteristica intrinseca di una patologia vera e propria. E, restando sul tema, non è per nulla casuale che il morbo si trasmetta via social, dato che, oggi più che mai, restiamo convinti del fatto che il mezzo scelto per comunicare incida sul messaggio in modo totalizzante, condizionandolo e incanalandolo in un coacervo di significati legati più intimamente al mezzo che al contenuto.

Potrebbe essere uno scherzo, se non fosse tutto così drammaticamente vero, irricevibile, inconcepibile e inimmaginabile. Qui c’è davvero poco di cui ridere. Se non di noi stessi e del nostro sterile tentativo di chiamarci fuori da questa follia dilagante, in cui tutto è uguale a tutto, ogni concetto è accettabile, in nome di un’ipotetica avanguardia liberista, libertaria e liberale. In nome di una multimedialità dilagante (leggasi invadente tecnologizzazione) che non solo ha dato voce a tutti, ma anche e purtroppo, peso e sostanza a tutti coloro che in nome di una soglia di attenzione inferiore ai dieci secondi, si improvvisano tuttologi, ovviamente laureati all’università della vita. Allo stato attuale delle cose, quindi, la fenomenologia in questione è assimilabile ad una serie di dinamiche interattive in cui soggetti incoerenti e autoreferenziali che fanno della loro incapacità di ascolto (in quanto troppo presi dall’immagine di rimando dello specchio in cui si guardano) la forza che permette loro di esprimere concetti non richiesti, privi di senso e del tutto inutili.

Ne deriva quindi, in conclusione, che in una società come quella attuale, caratterizzata da un imbarbarimento dei comportamenti e dei ragionamenti, ogni pensiero “di pancia” dell’internauta qualunque possa essere, anzi debba essere considerato alla pari del parere di chi ha fatto di quel determinato ambito la propria vita professionale. Quindi a nulla conta la crescita culturale (e come detto professionale) di ha avuto modo di confrontarsi con le menti più elevate in materia, accumulando conoscenze ed esperienze. Siamo tutti allo stesso livello. Anzi, no. I mitomani sono (da sempre) almeno un passo avanti, se non due.

Di questo degrado culturale e della differenza tra opinione e parere parleremo in una delle prossime “confessioni”.

 

 

 

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