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CONFESSIONI DI UNA MASCHERA – INVERNO MMXXIII

In altre parole: si può ancora parlare male di un disco oppure dobbiamo dire che escono solo dischi belli prima che qualcuno si incazzi?

CONFESSIONI DI UNA MASCHERA - INVERNO MMXXIII

CONFESSIONI DI UNA MASCHERA – INVERNO MMXXIII

INVERNO MMXXIII

Scrivere di musica. Una passione che rischia di diventare un’ossessione. Questo l’incipit che crediamo possa meglio di tanti giri di parole introdurre quello che sarà l’argomento di questa nostra “confessione”.

Capita di tanto in tanto che ci si lasci travolgere da quelle che sono le dinamiche a noi più vicine, a discapito di quei ragionamenti ad ampio respiro con cui siamo soliti annoiarvi abitualmente. Non guardatelo però come uno sfogo, non è e non vuole essere il modo per allentare una tensione interna, ma soltanto un ragionamento che parte “da dentro”. Un modo per farvi partecipi delle paranoie che ci accompagnano quando ci dedichiamo al mestiere del recensore nel nostro tempo libero.

Stiamo sempre molto attenti nel momento in cui approcciamo un album. La paura di cadere nei cliché è costantemente dietro l’angolo, pronta a saltare fuori e trascinarci nel calderone delle banalità a suon di frasi fatte. Il fantasma del qualunquismo è una presenza costante e tangibile che aleggia silenziosa in attesa di intrufolarsi nel testo che stiamo appuntando sullo schermo. Pronto a colpire con il suo accomodante carico di luoghi comuni. Solitamente è preceduto da alcuni prodromi, tra tutti quello di riproporre con il mirabolante “copia e incolla” il testo del press kit che accompagna il disco. Sta a noi accorgerci del rischio incombente e prendere le dovute precauzioni per non ritrovarci a dover poi cestinare tutto.

L’altro grande problema che ci assale sin da subito è quello relativo alla giusta distanza, vale a dire la possibilità di non guardare le cose in modo obiettivo. La distanza intesa come l’assenza di partecipazione affettiva nell’atto dello scrivere dovuta a conoscenze nel mondo reale. Detto che, a volte sarebbe forse meglio lasciare ad altri l’incombenza di una recensione che possa poi essere (maliziosamente) vista come una marchetta, non possiamo però esimerci dall’ incensare un album che realmente ci ha rapito il cuore, anche se lo hanno realizzato persone a noi “vicine”. È proprio in virtù di questa equidistanza di cui sopra che cerchiamo di scrivere comunque, in modo quanto più serio (e professionale) possibile, dimostrando di essere al di sopra di ogni tipo di contestazione.

Sarebbe bello se fosse finto tutto qui. E invece, per ora, abbiamo solo sfiorato i temi “caldi”.

Partiamo dalla “lesa maestà”. Aspetto tutt’altro che secondario. Possiamo scrivere tutto quello che ci pare, finché non ci addentriamo nella critica pura. Guai anche solo pensare di poter dire che nella “perfezione cosmica” dell’album abbiamo trovato un difetto. Questo no, non si può fare. Pena appunto la lesa maestà. Con la conseguenza che l’artista di turno finisce per metterti nella sua lista nera, insieme a tutti coloro che si sono macchiati di comportamenti offensivi o irriguardosi. La cosa stupenda è che puoi anche aver scritto la recensione migliore di sempre ma se hai toccato “quel” nervo scoperto ogni tua parola passa in secondo piano. Resta solo il delitto di cui siamo imputati. In attesa che qualcuno decida l’entità della pena.

In altre parole: si può ancora parlare male di un disco oppure dobbiamo dire che escono solo dischi belli prima che qualcuno si incazzi?

Mentre riflettete su questa domanda, arriviamo all’ultima parte della nostra analisi. Quella che sostanzialmente ci interessa di più, perché legata alla componente più narcisistica del recensore. In pratica si assiste alla sostituzione dell’obiettivo della recensione. Dinamica che si sostanzia nel momento in cui il recensore inizia a snocciolare tutta una serie di riferimenti (colti) non tanto per farci entrare in connessione con l’album di cui intende parlarci, ma per mostrare a tutti quanti quanto si intenda di musica. Meglio ancora se di nicchia.

Il grande problema a nostro avviso sta proprio qui, nel doversi sovraesporre, cercando di infilare nella recensione cose che non c’entrano nulla. Perché parlare di altri album nel momento che dobbiamo descrivere quello che abbiamo in ascolto in quel momento? Non sono i paragoni con dischi di altri artisti a farci capire la validità di un album o l’intensità delle emozioni che proviamo quando lo ascoltiamo. Ma attenzione, il problema è nostro. Siamo noi, che non capiamo il gesto con cui il supermegarecensore, con grande parsimonia e gentilezza, ci sta dispensando cultura. Che importa se per farlo si sostituisce all’artista e al suo album. Alla fine è lui il vero protagonista della recensione. Ovviamente, anche in questo caso, guai a farlo notare. Alla lesa maestà si sommerebbe l’incidente diplomatico.

Alla luce di tutto questo viene da chiedersi chi ce lo faccia fare. Non potremmo limitarci ad ascoltare i dischi e chiuderla lì, lasciando ad altri l’incombenza dello scrivere di musica? Sarebbe tutto molto più semplice, e per certi versi, meno imbarazzante. Andremmo tutti d’amore e d’accordo, come disse il buon Pietro Pacciani nella sua poesia più conosciuta:

“Se ni’ mondo esistesse un po’ di bene

e ognun si considerasse suo fratello

ci sarebbe meno pensieri e meno pene

e il mondo ne sarebbe assai più bello”.

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