Campo Archimede di Thomas M. Disch


Ora, tu che leggi conosci i miei sogni: vedi se puoi interpretarli per me, o per te, o per i tuoi vicini. Ma stai attento a non confondere il loro significato, perché invece di far del bene, farai del male a te stesso sbagliando nell’interpretare quest’incubo demoniaco.

L’incipit di Campo Archimede (Camp concentration, 1968), sebbene sia una citazione da The pilgrim’s progress di John Bunyan, è una dichiarazione d’intenti. Sin dall’inizio di questo romanzo infatti il suo autore, il prolifico Thomas M. Disch, non fa altro che mescolare i piani del sogno e della realtà nella soggettività del protagonista in modo da condurre il lettore in un mondo onirico e affascinante per quanto moralmente buio e repellente.

Ma andiamo con ordine. Il libro è ambientato durante una guerra, probabilmente una proiezione della guerra del Vietnam, durante la quale gli Stati Uniti sono coinvolti in azioni non proprio cristalline verso gli stati neutrali. A differenza del Vietnam però, questa guerra è di tipo batteriologico e gli States hanno come maggiore antagonista, ovviamente, la Russia sovietica. Il protagonista, Luis Sacchetti, un obiettore di coscienza, nonché poeta e cattolico non praticante viene rinchiuso in carcere per le sue idee, e successivamente trasferito presso Campo Archimede, un campo di concentramento dove si svolgono esperimenti di tipo, diremmo oggi, biotecnologico.

È lui a raccontarci in prima persona quello che gli sta accadendo, a descrivere la sua situazione e gli scambi con i suoi interlocutori, dissidenti come lui oppure guardie, dottori e talvolta anche una psicologa. Gli esperimenti consistono nell’infettare i detenuti con il batterio della pallidina, una mutazione della sifilide, con l’intento di trasformarli in esseri superintelligenti, anche a discapito della loro breve vita.

Non sono stati pochi, nella storia, i casi in cui genio e sifilide sono andati a braccetto. Due nomi su tutti: Nietzsche e Caravaggio. E non è un mistero che Disch abbia attinto a piene mani da questi casi per dare un taglio ben preciso al suo romanzo. L’autore è molto bravo a far emergere da una sola personale prospettiva tutto quello che serve al lettore per la buona fruibilità della storia: la follia che aumenta, il decadimento del corpo e allo stesso tempo le intuizioni acutissime che iniziavano a emergere.

“E senza nessuna possibilità di sfuggirgli, si ritorna sempre a un unico, singolo fatto: la morte. Oh… se il tempo non fosse un elemento così fluido! Allora la mente potrebbe afferrarlo e tenerlo stretto. L’angelo sarebbe allora costretto a rivelarsi nel suo vero aspetto eterno. Ma in tal senso, nel mezzo di questi momenti faustiani, il dolore prenderebbe il sopravvento e il mio unico desiderio sarebbe quello che il tempo accelerasse di nuovo. E così continua, avanti e indietro, su e giù, dal caldo al freddo, e poi rimbalza”.

Quando il danno sarà fatto e la pallidina si diffonderà all’esterno, non per colpa dei detenuti ma per mano dei carcerieri stessi, sarà compito di Sacchetti e dei suoi compari ormai intellettivamente superiori trovare una soluzione. E ciò sarà l’evidente dimostrazione che l’esperimento ha funzionato.

Un libro che consiglio vivamente a tutti gli appassionati di distopie e elucubrazioni mentali claustrofobiche. Non solo fantascienza quindi, ma anche riflessioni ciniche e ironiche sull’avanzamento della società tecnocratica, quello più becero e crudele. La scrittura sperimentale e anarchica di Disch, poi, ha il pregio di lasciare al lettore quello spiraglio di immaginazione necessario per poter trarre le sue conclusioni, che siano di speranza oppure che accettino il destino ineluttabile dell’uomo e la sua autodistruzione.

Edizioni italiane:

Thomas M. Disch, Campo Archimede, traduzione di Gian Paolo Cossato e Sandro Sandrelli (anche presentazione), collana Galassia nº 160, e collana Bigalassia nº 16, La Tribuna, 1972.

Thomas M. Disch, Campo Archimede, traduzione di Gian Paolo Cossato e Sandro Sandrelli, collana Classici Urania nº 147, Arnoldo Mondadori Editore, 1989.

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