cristina dotto – narghilè in via prè

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Nel 1961 Danilo Montaldi con il suo libro più noto, “Autobiografie della leggera”, raccoglieva parte dei frutti di un lungo lavoro sulle fonti orali, andando a raccontare le storie di cinque personaggi nella Lombardia degli anni cinquanta.

Si tratta di racconti che apparentemente trattano di emarginazione, di vagabondi, prostitute, ladri, ex carcerati.In realtà Montaldi intendeva fare emergere il potenziale antagonista costituito dalle esperienze di questi ultimi della società, inserendo le loro biografie in una sorta di identificazione di un potenziale soggetto rivoluzionario. Lo scrittore utilizzava il metodo autobiografico usando il linguaggio e la sintassi proprie delle classi subalterne non inserendo così alcun filtro tra chi racconta e il lettore. Negli anni cinquanta, nell’Italia che si avviava o era già in pieno boom economico fecero scalpore quelle storie di personaggi che risultavano invisibili o che tutti facevano finta di non vedere.Quel libro e quelle storie mi sono ritornate alla mente leggendo “Narghilè in via Prè” di Cristina Dotto. Ricordo che però nasce da una serie di contrasti più che di attinenze.Le biografie qui riportate, raccolte nel breve spazio della vita di una scuola popolare nel centro storico di Genova, nelle “mille lamine dei vicoli più bui e sporchi che l’occidente possa immaginare”,sono storie di migranti che l’autrice riporta facendo da tramite con il lettore. Storie riportate fedelmente anche a costo di inserire troppi dati, troppo materiale in poco spazio, come se tutti i particolari avessero importanza e nulla potesse essere tralasciato. Certo l’autrice parla anche di sé, della città, ma a poco a poco si sottrae e lascia a chi racconta il palcoscenico, per riemergere in brevi frammenti tesi a sottolineare l’importanza delle esperienze raccontate per una sua nuova formazione politica e sentimentale. Storie ai margini si dirà, ieri gli italiani esclusi dal boom, oggi i migranti, ma questi nuovi invisibili non sembrano solo richiedere aiuto, bensì dimostrano con le loro storie di avere molto da insegnare, magari non per inseguire rivoluzioni ma per l’urgenza di incontri profondi, di scambi di esperienze e di affetti. Indicano una possibilità di riscatto per noi stessi, chissà se non sia l’inizio di un possibile riscatto per una società che trova sempre nuovi soggetti da compatire o peggio da allontanare.

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