Coyote: Estrema frontiera di Allen Steele


Coyote – Estrema frontiera è il terzo romanzo della serie. La saga racconta diverse fasi della colonizzazione di Coyote, una delle lune di un pianeta nel sistema 47 Ursae Majoris, a 46 anni luce dalla Terra.

La Terra è lontana, perché per decenni sono stati possibili solo viaggi a velocità subluce, ma lo sviluppo della tecnologia dei Portali cambia completamente la situazione. Quando un’astronave dell’Alleanza Europea raggiunge Coyote, i suoi abitanti si preparano al peggio. Sono passati vent’anni dalla ribellione. Carlos Montero non ha dimenticato quel periodo. Il Capitano Anastasia Tereshkova però dimostra intenzioni pacifiche. Anzi, intende aprire una nuova via di comunicazione tramite un Portale. Gli abitanti di Coyote sono di fronte ad un dilemma. Le apparecchiature sono vecchie, ma la priorità resta mantenere la propria indipendenza. Instaurare rapporti commerciali con la Terra porterebbe a vecchi errori. Nonostante le apparecchiature elettroniche, la vita rimane quella dei pionieri, molto dura. Le nazioni terrestri sono interessate alle risorse di Coyote.

Il romanzo è strutturato tutto su dilemmi etici e morali connessi alla politica, all’economia e all’ecologia. Sono temi molto cari alla cosiddetta fantascienza ecologica, basti pensare al nuovo lavoro di Stanley Robinson, NEW YORK 2140.

La situazione è complicata dalla presenza dei Chirreep, una specie già apparsa, che assume qui maggiore importanza. La figlia di Montero, preoccupata per la futura estinzione dei nativi, assumerà un ruolo centrale, assieme ad un ex soldato e a un robot visto nei precedenti volumi, nel tentare di contrastare gli interessi di suo padre, che vuole comunque solo le nuove tecnologie in cambio del permesso di transito ai nuovi coloni. Questi tre personaggi, già legati alle storie di Montero, al suo scontro politico col capitano Anastasia, dei suoi amici e della moglie, vanno ancora ad intrecciare un’altra sotto trama, quella di un ragazzo delle miniere, cugino della figlia di Montero, e del suo rapporto con un padre violento e alcoolizzato.

A differenza di novità come la saga di Corey, dove non si riesce a memorizzare tre personaggi, qui Steele dimostra tutta la sua maestria. Da una parte gestisce una decina di personaggi caratterizzandoli finemente. Dall’altra costruisce un grande romanzo corale della frontiera, ricordando un po’ un Cormac McCarthy della fantascienza.

Se poi pensate che non c’è un dialogo fuori posto, sia che si parli di mera violenza che di problemi filosofici, il mio consiglio è semplice: Steele resta uno dei pochi in circolazione da leggere sempre.

Mi taccio.

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