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Recensione : The Queen Is Dead Volume 212 – Sun Fall Down, Thorgrim, Obey The Sun

Alternative molto vario e di grande qualità da Milano, un assalto lo-fi punk crust sludge dagli Usa profondi e un ottimo disco di grunge metal dall'Ungheria.

Sun Fall Down, Thorgrim, Obey The Sun

Alternative molto vario e di grande qualità da Milano, un assalto lo-fi punk crust sludge dagli Usa profondi e un ottimo disco di grunge metal dall’Ungheria.

SUN FALL DOWN

“Burn” è l’album di debutto su Octopus Rising dei milanesi Sun Fall Down. Il progetto è nato nel 2022 attorno a cinque musicisti, Mauro Gilardi alla voce e chitarra, Christian Gorla alle chitarre, Daniele Granella al basso e alle tastiere, Christian Dellavedova alle chitarre e Teo Bonassi alla batteria, che hanno costruito un suono che non si lascia imbrigliare facilmente in un’unica casella. Alternative rock, grunge, dark metal anni Novanta: questi sono i materiali grezzi, ma ciò che ne risulta ha una sua precisa identità, una sua voce, spigolosa e al tempo stesso magnetica.

L’album è strutturato come un viaggio interiore attraverso le pieghe dell’animo umano, il tutto simboleggiato dalla figura di un astronauta che esplora galassie lontane le quali non sono altro che il labirinto della propria psiche. Un Prometeo del futuro che torna con il fuoco della conoscenza tra le mani. È un’idea bella, e soprattutto suona molto bene. Il suono dei Sun Fall Down è molto dinamico, attinge come detto sopra da molti generi e sottogeneri differenti, e soprattutto ha un tiro clamoroso, i ritornelli sono coinvolgenti e con melodie bellissime, il tutto sempre in perenne movimento.

Dal grunge alla new wave, dall’alternative a qualcosa di dark metal, qui dentro c’è tantissimo, colto molto bene dalla produzione, curata da Matteo Magni al Magnitude Recording Studio di Seregno,che fa un lavoro preciso e intelligente: è grezza quanto basta per restare credibile, è pulita quanto basta per mostrare bene tutto.

Si riesce a stento a credere che questo sia solo un debutto, tanto è bello e maturo questo disco, una ventata di aria fresca in un panorama stantio. “Burn” funziona molto bene anche e soprattutto per la sua capacità di non chiudersi mai in un genere solo, cercando sempre la chiave giusta per esprimersi al meglio, concependo un gran disco, freschissimo, con melodie pazzesche, andando sempre al massimo.

THORGRIM

I Thorgrim vengono da Sheboygan, Wisconsin, e “Puca” su Octopus Rising è il loro disco di esordio. Il disco è registrato in presa diretta come fosse un concerto, molto grezzo e diretto, un misto di hardcore punk, black metal, crust, doom e qualcosa dello stoner e dello sludge, un qualcosa di molto particolare. Il nome dell’album viene dal folklore celtico: il Púca è una creatura ambigua, spirito della natura e del bosco, che può essere benigno o feroce a seconda di come la tratti. Non è una scelta casuale.

I Thorgrim costruiscono la loro musica con la stessa logica: ti danno qualcosa di selvatico, di indomito, qualcosa che non puoi domare e che non ha alcuna intenzione di venire incontro alle tue aspettative. “Puca” è stato registrato live, senza metronomo, senza editing, senza trucchi. Ogni incespicata, ogni taglio, ogni contusione è parte integrante del suono.

La band ha deciso che le imperfezioni non vanno corrette ma esibite, perché sono la carne di questa musica, non le sue ferite. Il suono di questo disco è malato, il suo andamento è marcio e molto poco rassicurante, e proprio qui sta il suo valore artistico, creare per distruggere, distruggere per creare. “Puca” è un lavoro totalmente fuori dalle etichette e che piacerà moltissimo a chi ama il rumore e la saturazione dello spettro sonoro, e qui c’è tantissimo di tutto ciò e anche di più, tracce come la finale “Blood of life” o “Voyage to Saturn” sono momenti inediti di rumore e suoni bastardi, ibridi portati avanti dal virus della rabbia che pervade questo disco.

Qui dentro c’è qualcosa di potente e di malato, la colonna sonora perfetta per un’apocalisse di provincia, di quelle molto brutte e poco reclamizzate. Lavoro fuori da ogni schema e molto interessante, realmente contundente.

OBEY THE SUN

Gli Obey The Sun vengono dall’Ungheria, da Budapest per la precisione, e il loro secondo EP “Desert Ritual” uscito il 3 aprile 2026 per Eclipse Records, è una di quelle uscite che ti colpiscono prima che tu abbia avuto il tempo di prepararti, prima che tu abbia potuto metterti al sicuro. Il video di “You Lil’ Shit”, diretto da Péter “Pepe” Tóth, è la porta d’ingresso a un universo sonoro di grunge, stoner e sludge, rielaborato in una maniera molto personale e futuristica.

Nati nell’underground musicale ungherese nel 2020, gli Obey The Sun sono una band grunge metal costruita attorno a riff massicci, ritmi da catastrofe, voci crude e un’atmosfera impregnata di deserto e polvere rossa. Già dall’esordio con “L.I.R.A”. nel 2024 si era capito che avevamo a che fare con qualcosa di più di quattro ragazzi con chitarre pesanti e buone intenzioni e con “Desert Ritual” la promessa diventa realtà.

Nel disco possiamo ascoltare influenze di Alice In Chains, Black Label Society e del classico desert rock, che filtrano attraverso la musica degli Obey The Sun, senza però che il gruppo sembri mai una copia carbone di qualcuno. Il merito è anche della produzione di Attila Horváth, lo stesso che ha lavorato con Al Di Meola e Macklemore, il che dice qualcosa sulla sua versatilità, realizzata agli ASH Sound Studio, che dà al suono una naturalezza organica, grezza senza essere impastata, pesante senza essere opprimente.

Non è affatto facile — e per questo va detto chiaramente — fare stoner sludge dall’Ungheria nel 2026 senza sembrare fotocopia di qualcosa già visto e già sentito. Gli Obey The Sun ci riescono perché suonano come se avessero davvero qualcosa da dire, come se il deserto non fosse un’estetica presa in prestito ma un posto in cui hanno davvero camminato. Un disco davvero piacevole, grunge, stoner e sludge per una miscela di alto livello, un groove speciale e senza pause.

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