I Fugazi, per i pochissimi (si spera) che ancora non li conoscono, sono (stati) un fondamentale combo post-hardcore statunitense che ha fatto dell’etica indie(pendente) e della fiera appartenenza alla filosofia DIY i suoi capisaldi imprescindibili. Il gruppo (l’iconico quartetto formato dal chitarrista/cantante/fondatore della Dischord Records Ian MacKaye, il cantante/chitarrista Guy Picciotto, Joe Lally al basso e Brendan Canty alla batteria) non si è mai ufficialmente sciolto, negli anni ha rifiutato diverse onerose proposte di reunion, confermando la sua coerenza e l’attitudine nel fare musica senza compromessi.
A riprova di quanto scritto in precedenza – e della credibilità del loro agire – quest’anno il combo di Washington, D.C. ha riattivato il moniker per un’iniziativa a scopo benefico, decidendo di pubblicare per la prima volta in assoluto, in formato digitale, le sessions integrali dei brani dell’album “In on the kill taker” (il loro terzo full length complessivo, originariamente uscito nel giugno 1993 sulla succitata Dischord) che i Fugazi registrarono verso la fine del 1992 insieme a Steve Albini, ma che poi vennero cestinate per reciproca insoddisfazione della resa finale sia da parte della band che dell’amato music engineer di Chicago (ai quali i nostri erano legati da una sincera amicizia, oltre a un rapporto professionale) che purtroppo ci ha lasciati nel 2024 e a cui questa operazione è dedicata. Il ricavato delle vendite sarà tutto destinato a Letters Charity, l’organizzazione non-profit di Chicago che aiuta le famiglie in difficoltà economica, a cui Steve Albini si è dedicato per tutta la vita, insieme alla moglie Heather Whinna, presidente dell’associazione. I membri dei Fugazi hanno spiegato che questa scelta è stata fatta appositamente per rendere omaggio alla figura di Albini.
La storia di “In on the kill taker” (uno dei dischi più potenti e riusciti dei Fugazi, che ottennero anche ottimi riscontri dopo la sua uscita, che vide il gruppo riuscire a organizzare, in un anno, quasi 150 concerti, oggi raggruppati in un archivio online dal quale è possibile scaricarne la registrazione integrale, e tra questi vi fu anche una data simbolica, il 7 agosto 1993, quando la band diede un concerto gratuito nella loro città, ai piedi del Washington Monument, per celebrare l’allora trentesimo anniversario della Marcia per i diritti civili promossa da Martin Luther King) nacque nell’autunno del 1992, quando i quattro musicisti, attivi dal 1987, venivano già da due acclamati long playing quali “Repeater” e “Steady diet of nothing” che avevano sancito sul campo l’importanza della band, alla quale fu conferito, da stampa alternative e pubblico “indie”, un ruolo di primissimo piano all’interno della scena del post-hardcore statunitense, ma durante il processo di scrittura del terzo lavoro sulla lunga distanza erano arrivati a una fase di stallo, con un blocco creativo che decisero di superare tentando nuove strade, cambiando ambiente e situazioni, ragion per cui si misero d’accordo con Steve Albini (col quale avevano instaurato un rapporto, rinsaldato negli anni, di vicendevole amicizia e stima, coi ragazzi rimasti colpiti dalle tecniche di registrazione di Albini, capace di catturare il suono delle band in modo diretto e viscerale, senza trucchi né artifici da studio, apprezzandone il lavoro svolto da quest’ultimo per i dischi dei Jesus Lizard e “Surfer Rosa” dei Pixies, senza dimenticare che fosse anch’egli musicista, chitarrista/frontman dei Big Black e dei Rapeman e, da lì a poco, lo sarebbe diventato anche degli Shellac) per trascorrere una settimana insieme a Chicago a casa sua e poi passare nel suo studio di registrazione, gli Electrical Audio (che all’epoca erano una appendice della casa dello stesso Albini) per incidere, nelle intenzioni, qualche canzone di rodaggio per settare le coordinate del loro nuovo (al tempo) lavoro.
Immersi in una atmosfera distesa e familiare, tra discussioni sul punk rock e sull’industria musicale, ore passate a divertirsi giocando a dadi e Albini che si dilettava a cucinare pasta fresca per allietare il gruppo, MacKaye e compagni ci presero gusto e si nutrirono di quel vivido clima di rinnovata eccitazione creativa per registrare i demo di tutti i dodici pezzi che, in seguito, sarebbero diventati le tracce di “In on the kill taker”. Tuttavia, sulla via di ritorno per Washington, i ragazzi, riascoltando il risultato su cassetta, ebbero la sensazione che mancasse qualcosa in quella musica: trovavano che le composizioni avessero poca grinta, poca personalità, non il giusto feeling né quel quid in grado di soddisfare le aspettative di tutti. Le canzoni suonavano piatte, impressione avuta anche da Steve Albini che, poco tempo dopo, comunicò le sue opinioni al gruppo e, con l’assenso di entrambe le parti, concordarono sul fatto che quei brani messi su nastro agli Electrical Audio non fossero abbastanza buoni per essere pubblicati in un eventuale nuovo album, e il risultato di quella settimana di lavoro venne accantonato e rimasto inascoltato per oltre trent’anni (anche se frammenti di versioni alternative delle tracce sono circolati per anni in maniera “clandestina” sul web, fino a quando la band ha deciso di renderle interamente disponibile sui suoi profili ufficiali).
Ma i Fugazi conservarono l’essenza del caos produttivo di quelle canzoni (sulle quali avevano lavorato per un paio di anni) e ne affinarono la potenza, per poi riprovare a re-inciderle, in maniera ufficiale, agli Inner Ear Studio di Washington, il luogo dove il quartetto aveva già registrato i primi due dischi. Facendo tesoro del lavoro fatto con Albini, i nostri calibrarono al meglio tutte le componenti sonore e, al secondo tentativo, stavolta col producer Ted Nicely in cabina di regia, non ci furono intoppi e l’album fu realizzato.
Oggi, è possibile fruire di tutti quei rough mixes grazie ai trasferimenti effettuati direttamente dai master tapes. Se la versione ufficiale di “IOTKT” risultava essere più definita e bilanciata nei suoni delle chitarre e nelle linee vocali più chiare e incisive, le “Albini sessions” riflettevano, nel sound dei Fugazi, il modus operandi di Albini, che prediligeva un suono estremamente crudo e fisico, con batterie molto presenti, chitarre sature, attrezzature (come i microfoni) posizionate in diversi punti della stanza per catturare l’energia del gruppo, con l’obiettivo di ottenere un sound sporco e denso, in una dimensione da “live in studio” che ha fatto la fortuna di tanti gruppi e ha partorito molti dischi leggendari.
Il combo aveva fatto della libertà creativa uno dei suoi punti cardine, partendo dall’energia grezza dell’hardcore punk per poi evolverne le prospettive, abbracciare nuove soluzioni e sperimentare diverse influenze. Fa sempre bene al cuore riascoltare il fuoco dinamitardo di “Facet squared“, “Public witness program“, “Walken’s syndrome“, “Great cop” e “Smallpox champion“; i cambi di ritmo, il sapiente dosaggio tra silenzio e rumore, quiete e tempesta sonica (una dicotomia che agli inizi dei Nineties era giunta al suo apice, con l’esplosione dell’alternative rock a livello mondiale) che caratterizzava gemme poderose come “Cassavetes“, “Instrument“, “Rend it” e “Last chance for a slow dance“. E tornare a divulgare quella parabola coerente e integerrima che ha sempre contraddistinto il percorso dei Fugazi, il cui approccio alla musica aveva lo scopo principale di mettere in contatto le persone, fare rete e praticare quotidianamente il Do-It-Yourself come etica di vita, auto-organizzandosi al di fuori del music business (controllo completo sulla propria arte, controllo sul prezzo dei biglietti dei live, registrare e pubblicare i dischi sulla propria etichetta solo quando si ha davvero qualcosa da dire e da dare, senza imposizioni esterne). E poi, un’uscita senza scopo di lucro, fatta per ricordare un amico e un personaggio indimenticabile per la storia del rock ‘n’ roll (che manca, tanto, e alla cui scomparsa si fa fatica ad abituarsi) non può che ricevere il nostro convinto plauso.
TRACKLIST
1. Cassavetes (Albini Session)
2. Facet Squared (Albini Session)
3. Public Witness Program (Albini Session)
4. Instrument (Albini Session)
5. Walken’s Syndrome (Albini Session)
6. Returning the Screw (Albini Session)
7. Rend It (Albini Session)
8. Great Cop (Albini Session)
9. 23 Beats Off (Albini Session)
10. Smallpox Champion (Albini Session)
11. Last Chance for a Slow Dance (Albini Session)
12. Sweet and Low (Albini Session)










