Certi dischi non si limitano a descrivere uno stato d’animo o a raccontare qualcosa: lo diagnosticano. Ma non fatevi ingannare dal titolo, che pure porta la firma beffarda di Jello Biafra: qui l’ironia non è mai un rifugio. È una lente. E sotto quella lente, invece del solito reduce che rimastica il passato, c’è un uomo che punta il dito. Non contro i propri nervi, ma contro la cultura che lo circonda.
Quasi quarant’anni dopo aver contribuito a scolpire i lineamenti dell’hardcore americano più colto e politicizzato, Vic Bondi non è qui per la nostalgia. È qui per la resa dei conti — personale, storica, nazionale. Alla domanda su cosa lo tenga ancora attaccato alla musica risponde asciutto, quasi ruvido: «Un cuore che batte, un orecchio di latta e pura testardaggine». Suona come una boutade, e invece è un manifesto. Perché nel suo caso la testardaggine ha sempre significato una cosa sola: rifiutarsi di lasciare il potere senza sorveglianza.
Per capire da dove nasce quella diffidenza bisogna tornare all’infanzia. Figlio di un capitano della Marina statunitense, Bondi ha traslocato ventidue volte prima di compiere diciotto anni. «Quando cresci in ambiente militare ti sposti ogni due anni, che tu lo voglia o no», racconta. «Per quanto tuo padre possa sembrarti imponente, è sempre qualcun altro a decidere davvero, in un modo che ti colpisce direttamente, soprattutto se sei un bambino». Da lì, dice, «una sana diffidenza verso le figure d’autorità». È la scintilla di tutto il resto: la matrice di un’intera vita passata a smontare il comando, in prosa o in accordi distorti.
Quella scintilla prese fuoco a Chicago, all’alba degli anni Ottanta, con gli Articles of Faith. Nati nel 1981 come Direct Drive, virarono verso il thrash dopo che Bondi vide dal vivo la forza incendiaria dei Bad Brains — una di quelle epifanie che riscrivono una traiettoria in tre minuti. Gli Articles of Faith saldavano velocità supersonica, iniezioni di dub e muri di rumore a testi che rifiutavano il nichilismo per abbracciare la critica strutturale: due EP (What We Want Is Free e Wait) e due LP (Give Thanks e In This Life, entrambi prodotti da Bob Mould) bastarono a codificare un hardcore che era insieme intellettualmente sveglio e sonoramente frontale. Non rabbia fine a se stessa, ma rabbia con un indirizzo preciso.
Dopo lo scioglimento del 1985 la strada di Bondi non ha più smesso di ramificarsi: Jones Very, gli splendidi e sottovalutati Alloy, poi la voce dei Report Suspicious Activity (con J Robbins dei Jawbox), dei Dead Ending (con Derek Grant degli Alkaline Trio e Joe Principe dei Rise Against) e il progetto Weatherman di Tom Morello. Nel 2019 ha messo in piedi i Redshift, definiti «la surf band per l’apocalisse», il cui ultimo Chaos As Planned è del 2025. E intanto — perché la testa di Bondi non ha mai avuto un solo binario — coltivava un percorso accademico che alla militanza faceva da specchio e da affilatoio: laurea alla University of Illinois Chicago nel 1985, PhD in storia alla Boston University nel 1992, cattedre a Boston, alla UMass Boston e alla University of New Hampshire. Lo storico e il frontman, per una volta, non si sono mai contraddetti.
Se un tempo lo scetticismo alimentava l’indagine, oggi Bondi sostiene che il momento imponga di alzare il tiro. «L’attuale classe dirigente di questo Paese ha superato da un pezzo lo scetticismo e sta correndo verso la calamità grottesca, nella migliore delle ipotesi», dice. «Così è sembrato che un altro disco fosse dovuto». Ed è esattamente questo senso di necessità a pulsare dentro Vic Bondi & His Issues: non un disco che gioca a fare la musica di protesta con lo sguardo rivolto all’indietro, ma un disco piantato nel presente, dentro le sue emergenze nuove. Dopo ventisette uscite non ci sono vecchie trincee da riesumare — ci sono soltanto incendi da spegnere adesso.
Scritto a Seattle e registrato in due giorni ai Soundhouse Recording Studio, il disco è magro e volontario in ogni sua fibra: suono e formazione ridotti all’osso, per scelta e non per povertà. Cinque canzoni, undici, dodici minuti scarsi, ma affilati come lame. Immediato, avvincente, tagliato con precisione da rasoio: la produzione è essenziale ma spinge, non c’è un grammo di grasso da nessuna parte. È il classico caso in cui la fretta apparente è in realtà disciplina — l’urgenza messa in forma.
Sun God apre le danze come un pugno allo stomaco, un pezzo che corre e ti si conficca nell’orecchio al primo ascolto: hardcore ottantiano che flirta con lo street punk, angoscia e aggressività tenute però al guinzaglio da una scrittura lucida. È qui che Bondi consegna il cuore del disco, nel ponte che lui stesso indica come chiave di volta:
Questo è un momento
per la fermezza di intenti
la gentilezza manifesta
e la giustizia assoluta.
Nel 2025, tra chi scambia l’indignazione per azione e l’ironia per critica, quattro versi così suonano quasi scandalosamente sinceri. Strata abbassa i giri e cambia luce: più posata, con una sfumatura quasi country, si muove su un passo da marcia che la trasforma in un canto di protesta sporco e introspettivo allo stesso tempo — la voce di Bondi che scivola dall’abrasivo al confessionale senza perdere un grammo di peso.
Demolition Days riaccende il fuoco: basso in cattedra, chitarre che macinano, quattro minuti di punk rock che i più giovani spesso non sanno più tirare fuori con questa naturalezza, implacabile eppure sempre sotto controllo. P-I-G è il colpo secco: centocinque secondi, il pezzo più breve e forse il più potente del lotto, punk rock da manuale che ti travolge senza chiedere permesso.
E il congedo è un piccolo colpo di genio: When I’m Sixty Four prende il vezzo dei Beatles e lo trascina nel fango, chitarre vagamente retrò e attitudine da apocalisse, una cover così assorbita nel linguaggio di Bondi che se non sapessi da dove viene la scambieresti per farina del suo sacco. Molti vecchi militanti del punk si chiedono cosa voglia dire «invecchiare»: i Descendents hanno risposto a modo loro, Bondi risponde all’opposto. Per qualcuno il punk è uno stile di vita; per lui è una posizione politica. E, certo, una questione di musica — a cui continua a dare risposte diverse, purché originali, oneste, autentiche.
Alla fine i famigerati issues di Vic Bondi non sono nevrosi né vezzi. In un’epoca che scambia troppo spesso l’outrage per movimento e il sarcasmo per pensiero, Vic Bondi & His Issues rivendica qualcosa di molto più raro e molto più scomodo: la convinzione ostinata che la musica possa ancora entrare nella storia e cambiarne il corso, invece di limitarsi a farle da colonna sonora.
Undici minuti per ricordarci che, a settant’anni suonati di punk sulle spalle, c’è ancora chi suona per intervenire, non per accompagnare.
Testardo, sì. Ma è la testardaggine delle cose che contano.
Strearming Vic Bondi & His Issues
Tracklist Vic Bondi & His Issues
1. Sun God
2. Strata
3. Demolition Days
4. P-I-G
5. When I’m Sixty Four










