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Good and bad news travel fast

Jon Spencer, a giugno il nuovo album

Jon Spencer ha annunciato la pubblicazione del suo terzo album complessivo da solista, che si intitola “Songs of Personal Loss and Protest” e uscirà il 12 giugno sulla sua Shove records (in collaborazione con Bronze Rat Records per il mercato europeo/britannico e Sony Japan per il mercato giapponese e asiatico). Il full length arriva a due anni di distanza da “Sick of being sick!” e, per l’iconico frontman-chitarrista garage/blues/trash/punk statunitense, rappresenta il proseguimento della collaborazione con la sua nuova backing band formata da Kendall Wind (al basso e voce) e Macky Spider Bowman (alla batteria e voce) già membri della formazione garage rock/punk newyorchese Bobby Lees. E’ stato già condiviso un primo estratto, “Knock ‘em out“, di cui è stato realizzato anche un videoclip (realizzato da Andrew Hooper). Di seguito artwork, tracklist del disco e streaming del brano. 1. Fanfare (Another Point of View) 2. Vermin Attack! 3. Hangover 4. Knock ‘Em Out 5. Give It Up 4 the Devil 6. Mr. Lion 7. Orange Slice Blues 8. Slip Away 9. Step On the Gas 10. I’m Taking Off 11. Wet & Wild 12. No More

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Ramones, in arrivo un libro per i cinquanta anni dall’Lp d’esordio

Il 23 aprile del 1976 venne pubblicato, su Sire records, il seminale album di debutto omonimo dei Ramones, disco che, sin dalla sua uscita, ha rivestito un’importanza incalcolabile , in termini di ispirazione musicale e concettuale per migliaia di band in tutto il mondo che, nel corso dei decenni a venire, hanno imbracciato strumenti e iniziato a suonare, ispirati dall’ascolto dei solchi di questo long playing (forgiato grazie alla gavetta fatta dai “quattro finti fratelli portoricani” Joey Ramone alla voce, Johnny Ramone alla chitarra, Dee Dee Ramone al basso e Tommy Ramone alla batteria, negli anni dei loro concerti iconici e fulminei al CBGB che diventò, nel quartiere Bowery a New York, nella prima metà dei Seventies, la culla del nascente movimento punk rock, che ispirò la successiva esplosione in Inghilterra e poi l’espansione a macchia d’olio in tutto il mondo) che ha ufficialmente stabilito gli standard del punk rock per come lo si è conosciuto da allora a oggi: brani di brevissima durata, tre accordi, niente assoli né virtuosismi tecnici, semplicità sonora (nella visione democratica e paritaria secondo cui chiunque potesse aspirare a suonare e fare musica, senza dover necessariamente studiare in conservatorio o concepire la musica come esclusivo vezzo riservato a gente benestante e altolocata) attitudine aggressiva, non risparmiarsi e suonare con energia dirompente anche di fronte a un pubblico di pochissime persone, look riconoscibile, presenza scenica, ritorno all’essenziale e al recupero dell’energia primordiale del rock ‘n’ roll e di una dimensione più umile e terrena della figura del musicista, l’agire per sottrazione eliminando tutto il superfluo e i barocchismi dall’impalcatura del rock mainstream istituzionalizzato, troppo incline al divismo e allo star system che aveva reso le “superstar” musicali assimilabili a icone patinate semidivine. Un Lp ormai entrato nella leggenda e nella storia del rock ‘n’ roll tutto. Quest’anno “Ramones” raggiunge lo sbalorditivo traguardo dei cinquanta anni di esistenza (un anniversario incredibile per un genere musicale spesso bistrattato e da sempre considerato un fuoco destinato a bruciare in fretta e autodistruggersi, e invece diventato una longeva rivoluzione musicale, concettuale, estetica ed etica, che continua a vivere e ispirare tanti gruppi ancora oggi) e per celebrare la ricorrenza, proprio il 23 aprile verrà pubblicato un libro dedicato ai Fast Four newyorchesi, “All good cretins go to Heaven: The enduring spirit of The Ramones“, retrospettiva scritta da Jenn L. Beckwith ed edita da DiWulf Publishing ed Earth Island Books. Il volume esplora le biografie dei membri della band di Forest Hills, Queens NY (quattro reietti della società, emarginati, quattro personalità complesse e in contrasto tra loro, ma dal cui conflitto è scaturita una alchimia musicale unica, spinta dalla passione per il rock ‘n’ roll delle origini) analizza la storia collettiva dei Ramones e del loro impatto avuto sulla genesi (innescata nel 1974) del terremoto del punk rock e il valore sociale e culturale generato da quella rivoluzione e dell’essere punk ieri e oggi, implementando il racconto con un lavoro di ricerca – curato da Gary Lynn Clevenger – che comprende aneddoti, foto, illustrazioni, ricordi e contributi esclusivi offerti dalla cerchia più stretta di appassionati e conoscenti del gruppo.

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Simon Reynolds, a giugno il nuovo libro

E’ in programma per il 18 giugno l’uscita del nuovo libro di Simon Reynolds, noto scrittore e critico musicale britannico (che vanta collaborazioni con “Melody Maker”, “Village voice”, “New York times”, “Spin”, “Mojo”, “Uncut” e altre prestigiose esperienze) rinomato per i suoi studi sul legame tra classe sociale e musica e i suoi volumi e scritti su musica elettronica, rock ‘n’ roll e la parabola del post-punk (a lui si deve l’invenzione del termine “post-rock“). Il nuovo lavoro si intitola “Still in a dream: Shoegaze, Slackers and the Reinvention of Rock, 1984–1994” e sarà pubblicato (per il momento, solo in lingua inglese, in attesa di una eventuale versione tradotta in italiano) da White Rabbit Books, e sembra rappresentare una ideale continuazione cronologica del suo best-seller “Post-punk 1978-1984“, trattando l’affermarsi di una nuova concezione, in ambito underground, del suono delle chitarre elettriche nel decennio che va dalla nascita dell’indie/guitar/noise pop, lo shoegaze, fino all’esplosione dell’indie rock su scala globale (e terminato, simbolicamente, con la morte di Kurt Cobain dei Nirvana) affrontando, tra analisi storica e interpretazione personale dell’autore, il percorso di band seminali come My Bloody Valentine, Sonic Youth, Pavement, Dinosaur Jr. e Slowdive (tra le altre) che hanno rielaborato la psichedelia per unirla alla distorsione chitarristica e la melodia pop, offrendo una valvola di sfogo contro l’alienazione giovanile di una generazione cresciuta in un’era di restaurazione politica conservativa da un lato all’altro dell’Atlantico (tra Reagan e Thatcher) e dando a vita al periodo artisticamente più florido dell’alternative rock mondiale (l’ultimo sussulto “analogico” prima dell’avvento di Internet e la rivoluzione digitale) mettendo a soqquadro il glamour del mainstream patinato.

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Melvins e Napalm Death annunciano un album collaborativo

Dopo aver suonato due volte in tour come co-headliner (nel 2016 e l’anno scorso) i Melvins (padrini/progenitori del “grunge” e del Seattle sound) e gli inglesi Napalm Death (storica band del metal estremo, tra i padrini del “grindcore”) hanno annunciato di aver dato un seguito alla loro collaborazione pubblicando anche uno studio album insieme. Il disco congiunto si intitola “Savage imperial death march” (dal nome delle due summenzionate tournée, il cui titolo si richiama agli orrori della Prima Guerra Mondiale e propone una riflessione sulle derive delle potenze imperiali e imperialiste, rievocando la brutalità delle strategie militari e l’indifferenza verso la sofferenza e le ingenti perdite umane) e uscirà il 10 aprile sulla label Ipecac Recordings. I pezzi sono stati registrati nello studio di Los Angeles dei Melvins dal cantante/chitarrista Buzz Osborne e dal batterista Dale Crover coadiuvati da Barney Greenway alla voce, Shane Embury al basso e John Cooke alla chitarra. Una anticipazione della partnership tra i due ensemble – che si conoscono e stimano da decenni – era già uscita, in edizione ultra-limitata (su Amphetamine Reptile) nel 2025 in occasione del tour omonimo (in cui la band seattleite/californiana aveva riproposto una line up con doppio batterista) ma questa nuova versione allargata è stata arricchita da due nuove canzoni e la copertina disegnata dall’artista – e moglie di Osborne – Mackie. E’ stato condiviso un primo estratto dall’imminente nuovo lavoro, la tellurica opener “Tossing coins into the fountain of fuck“. Di seguito artwork, tracklist del brano e streaming del brano. ASCOLTALO SU FRONTIERE SONORE     1. Tossing Coins Into The Fountain Of Fuck 2. Some Kind Of Antichrist 3. Awful Handwriting 4. Nine Days Of Rain 5. Rip The God 6. Stealing Horses 7. Comparison Is The Thief Of Joy 8. Death Hour

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I Sunn O))) firmano per Sub Pop e annunciano un nuovo album

I Sunn O))), celebrato progetto drone/doom/dark/avant/noise minimalista statunitense – fondato a Seattle nella seconda metà dei Nineties – che ruota intorno al duo formato da Stephen O’ Malley e Greg Anderson, hanno annunciato di aver firmato un accordo discografico con l’iconica label locale, la Sub Pop Records. I nostri – che sul finire dell’anno scorso hanno già dato alle stampe, come prima uscita per la nuova etichetta, il corposo 12″ “Eternity’s Pillars B/W Raise The Chalice & Reverential” – hanno anche comunicato di avere in programma un nuovo studio album – il decimo complessivo del combo, ed il primo per l’ormai veterana Sub Pop – omonimo, che arriva a sette anni di distanza dal precedente “Pyroclasts” (prodotto dal compianto Steve Albini) e vedrà la luce il 3 aprile. Durante le registrazioni dei dischi, l’ensemble era solito avvalersi di collaboratori, ma per l’occasione ha scelto di scrivere e incidere i pezzi suonando tutta la strumentazione (i Sunn O))) sono noti per la loro proposta sonora caratterizzata da brani mediamente lunghi e monolitici, slow tempos, assenza di ritmi e melodie, chitarre ribassate e distorte, feedback lancinanti, rara presenza di percussioni) senza contributi esterni. E’ già stato condiviso un primo estratto dal prossimo Lp, la traccia conclusiva “Glory black“. Di seguito artwork, tracklist dell’album e streaming del brano. 1. XXANN 2. Does Anyone Hear Like Venom? 3. Butch’s Guns 4. Mindrolling 5. Everett Moses 6. Glory Black

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Lords of Altamont, ad aprile il nuovo album

I veterani garage/psych rockers statunitensi Lords of Altamont hanno annunciato di avere in programma la pubblicazione di un nuovo studio album, che si intitola “Forever loaded” e la cui è uscita è prevista per il 10 aprile sulla label italiana Heavy Psych Sounds. Per il quartetto losangelino (formato da Dani Sindaco alla chitarra e voce; Jake Cavaliere alla voce e organo; Barry Van Esbroek alla batteria e voce e Rob Zimmermann al basso e voce) in pista dagli albori del nuovo millennio – in un percorso che li ha visti annoverare Michael Davis degli MC5 in una delle passate incarnazioni del gruppo, oltre al suonare anche di spalla ai Cramps e in supporto agli Who, tra gli altri – si tratta dell’ottavo lavoro complessivo sulla lunga distanza, a cinque anni dal precedente Lp “Tune in, turn on, electrify!” e tre dal live in studio “To hell with tomorrow The Lords are now!” E’ stato già condiviso un primo estratto dall’imminente full length, il singolo (nonché opener del disco) “Got a hold of me“. Di seguito artwork, tracklist dell’album e streaming del brano. 1. Got A Hold On Me 2. What’s Your Bag 3. Devil Rides 4. Rusty Guns 5. Procession For A Gorehound 6. Get Out Of My Head 7. Got You On The Run 8. Disconnection 9. I Got Your Number 10. Twisted Black

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Bob Mould riunisce i Sugar e pubblica nuovo materiale

I rumors ufficiosi (col ricongiungimento avvenuto nel giugno di quest’anno) adesso sono diventati ufficiali: gli statunitensi Sugar sono tornati dopo trent’anni di pausa. Il trio indie/alternative rock, formato ad Austin (Texas) nel 1992 dal frontman e chitarrista Bob Mould dopo lo scioglimento dei seminali Hüsker Dü (quest’anno omaggiati con un notevole confanetto celebrativo) insieme al bassista David Barbe e al batterista Malcolm Travis, aveva pubblicato una manciata di singoli, due Lp (“Copper blue” e “File under: easy listening“) un mini-Lp (“Beaster“) e una raccolta di b-sides e rarità (“Besides“) tra il 1992 e il 1995, riscuotendo un discreto hype mediatico – con frequenti airplay radiofonici e passaggi su MTV dei loro videoclip – prima del temporaneo scioglimento del progetto, con Mould che proseguì nel suo percorso da solista (che quest’anno ha visto la pubblicazione del nuovo album “Here we go crazy“). I nostri si sono ritrovati, questa estate, per registrare nuova musica ai Tiny Telephone studios di Oakland. In attesa di altri annunci in futuro, riguardo a nuovo materiale e date dal vivo (per ora confermati concerti a New York e Londra) per il momento è stato rilasciato un singolo, “House of Dead Memories“, che si rifà palesemente alla formula sonora che fece la fortuna dei Sugar nei Nineties. E’ stato realizzato anche videoclip del brano.

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E’ morto Gary “Mani” Mounfield

Un altro orrendo lutto sconvolge la comunità mondiale del rock ‘n’ roll. E’ di queste ultime ore l’annuncio della scomparsa del bassista inglese Gary Mounfield, noto anche con lo stage name “Mani“. Aveva da poco compiuto 63 anni. La notizia è stata confermata dal fratello del musicista. Per il momento, le cause della sua dipartita non sono state rese note. Nato in un sobborgo di Manchester, il 16 novembre 1962, Mounfield iniziò il suo percorso musicale nel 1987, quando si unì agli Stone Roses, band mancuniana con cui ha raggiunto fama e popolarità a livello globale (insieme al cantante Ian Brown, al chitarrista John Squire e al batterista Alan John “Reni” Wren) pubblicando l’album di debutto ufficiale omonimo nel 1989, che divenne un instant classic nel panorama indie/alternative rock (con anthem come “I wanna be adored“, “Waterfall“, “Made of stone” e “I am the resurrection“) e catapultò gli Stone Roses nella caleidoscopica scena musicale giovanile cittadina, ribattezzata “MADchester” (che, insieme ad altri ensemble come Happy Mondays, Charlatans e Inspiral Carpets, fondeva alternative rock, psichedelia, indie pop, acid house, funk e alternative dance, e aveva nella “Haçienda” di Tony Wilson il suo tempio e fulcro musicale) della quale “Mani” e compagni furono tra gli indiscussi protagonisti, facendosi promotori della “second summer of love” e diventando anche una tra le principali influenze e ispirazioni per diverse band venute dopo di loro, soprattutto alcune che, qualche anno più tardi, caratterizzarono l’arcinota stagione del “britpop” inglese e della “Cool Britannia”. Mounfield, col suo strumento dal design particolare – ispirato allo stile del pittore Jackson Pollock – fungeva da motore ritmico della band, con le sue intense linee di basso ricche di groove. Problemi legali con l’etichetta discografica portarono a svariati ritardi nell’uscita del secondo (e ultimo) studio album del gruppo, “Second coming“, che vide la luce nel 1994 ma non ripetè l’exploit del full length di debutto, trascinando gli Stone Roses a un primo disfacimento nel 1996. “Mani” e sodali si sarebbero poi ricongiunti in un reunion avvenuta nel 2011 e durata fino al 2017, che però, a eccezione di due singoli, non fruttò altri Lp di inediti, prima dello scioglimento definitivo. Dal 1996 al 2011, Mounfield si unì ai Primal Scream di Bobby Gillespie, con cui registrò gli album “Vanishing point“, “XTRMNTR“, “Evil heat“, “Riot city blues” e “Beautiful future“. Prese parte anche al supergruppo Freebass (insieme a Peter Hook e Andy Rourke). Oltre all’attività di musicista, si era dilettato anche come DJ e attore, interpretando il ruolo di se stesso in un cameo come guest, nel 2002, nel comedy drama “24 hour party people“. Qui è possibile leggere una raccolta di tributi, ricordi e commemorazioni che in queste ore sono state pubblicate da amici e colleghi musicisti che hanno conosciuto e stimato Mani.

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E’ morto Nicola Vannini

In un panorama dei necrologi musicali che, da almeno un decennio a questa parte, somiglia sempre più a una valle di lacrime, un altro triste avvenimento, in tal senso, va a funestare anche questo 2025. Nella giornata di ieri, infatti, ci ha lasciati, all’età di 65 anni, Nicola Vannini.

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Hüsker Dü, in arrivo un box set dal vivo

Continua l’opera meritoria della Numero Group, label specializzata in ristampe e restaurazioni tra gli archivi di band fondamentali del post–hardcore americano degli anni Novanta (Karate, Unwound, Codeine e altre) e in generale di altre formazioni indie rock, con l’obiettivo di ridare vita e pubblicare chicche inedite e altre registazioni perdute o dimenticate, o mai pubblicate. Tra le ultime iniziative dell’etichetta di Chicago, in materia di gemme rispolverate e recuperate, c’è l’uscita di un cofanetto dedicato agli Hüsker Dü, leggendario HC punk trio di Minneapolis, che si intitola “1985: The Miracle Year” e la cui pubblicazione è prevista per il 7 novembre. Il box set conterrà quattro Lp, incentrati soprattutto sul recupero del concerto tenuto dagli Huskers (formati dal chitarrista e frontman Bob Mould, dal bassista Greg Norton e dal compianto batterista e vocalist Grant Hart) il 30 gennaio 1985 al First Avenue di Minneapolis, riottenuto da nastri che si credevano perduti in un incendio che, nel 2011, distrusse gran parte dell’archivio del gruppo. Oggi il materiale (al quale sono stati aggiunti un bonus di altre venti tracce registrate nello stesso anno e un libro di 36 pagine che tratta della tournée del 1985 dei nostri, catturati al massimo della loro potenza sonora e all’apice della loro parabola artistica, dopo aver incendiato le scene con dischi come “Land speed record“, “Everything falls apart“, “Metal circus“, il colosso “Zen Arcade“, “New Day Rising“, e quasi in procinto di pubblicare l’album “Flip your wig“) è stato rimasterizzato da Beau Sorenson agli Electrical Audio studios di Chicago. Di seguito, artwork e tracklist completa. 1. New Day Rising (1-30-85 at First Ave) 2. It’s Not Funny Anymore (1-30-85 at First Ave) 3. Everything Falls Apart (1-30-85 at First Ave) 4. The Girl Who Lives On Heaven Hill (1-30-85 at First Ave) 5. I Apologize (1-30-85 at First Ave) 6. If I Told You (1-30-85 at First Ave) 7. Folklore (1-30-85 at First Ave) 8. Every Everything (1-30-85 at First Ave) 9. Makes No Sense At All (1-30-85 at First Ave) 10. Terms Of Psychic Warfare (1-30-85 at First Ave) 11. Powerline (1-30-85 at First Ave) 12. Books About UFOs (1-30-85 at First Ave) 13. Broken Home, Broken Heart (1-30-85 at First Ave) 14. Diane (1-30-85 at First Ave) 15. Hate Paper Doll (1-30-85 at First Ave) 16. Green Eyes (1-30-85 at First Ave) 17. Divide And Conquer (1-30-85 at First Ave) 18. Pink Turns To Blue (1-30-85 at First Ave) 19. Eight Miles High (1-30-85 at First Ave) 20. Out On A Limb (1-30-85 at First Ave) 21. Helter Skelter (1-30-85 at First Ave) 22. Ticket To Ride (1-30-85 at First Ave) 23. Love Is All Around (1-30-85 at First Ave) 24. Don’t Want To Know If You’re Lonely (11-3 SLC) 25. I Don’t Know For Sure (11-3 SLC) 26. Hardly Getting Over It (11-3 SLC) 27. Sorry Somehow (11-3 SLC) 28. Eiffel Tower High (11-3 SLC) 29. What’s Going On (11-4 Boulder) 30. Private Plane (11-4 Boulder) 31. Celebrated Summer (11-4 Boulder) 32. All Work And No Play (10-31 Long Beach) 33. Keep Hanging On (5-17 Newport, KY) 34. Find Me (5-17 Newport, KY) 35. Flexible Flyer (5-12 Washington DC) 36. Sunshine Superman (5-9 Hoboken) 37. In A Free Land (5-9 Hoboken) 38. Somewhere (5-15 Cleveland) 39. Flip Your Wig (9-17 Frankfurt) 40. Never Talking To You Again (9-19 Lausanne) 41. Chartered Trips (9-19 Lausanne) 42. The Wit And The Wisdom (9-17 Frankfurt) 43. Misty Modern Days (10-26 Seattle)

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E’ morto Jim Kimball

Un’altra orrenda notizia arriva a funestare il 2025 in termini di dipartite nel mondo del rock ‘n’ roll. Il 27 agosto, infatti, ci ha lasciati anche Jim Kimball, batterista americano molto apprezzato nella comunità underground indipendente R’N’R statunitense e non solo. Aveva 59 anni e la cause della sua morte non sono state rese note, ma la notizia è stata confermata sui social network. Cresciuto con una impostazione classica jazz, tra Michigan e, in seguito, Chicago (Illinois), fu tuttavia testimone di un periodo di profonda trasformazione, alla fine dei Seventies/inizio Eighties, nel mondo del rock, sconquassato dal terremoto sonico-estetico-etico del punk rock (e poi dal post-punk, dall’avvento dell’hardcore punk e derivati) James “Jim” Kimball si è contraddistinto per il suo drumming potente, energico, preciso e intenso, con cui si fece notare soprattutto nella sua avventura coi Laughing Hyenas, esplosiva formazione garage/noise/punk/blues rinomata, dal vivo, per la rumorosa aggressività dei loro concerti selvaggi, e registrando con loro gli album “Merry go round“, “You can’t pray a lie” e “Life of crime” (giocando un ruolo importante nello sviluppo della scena post-hardcore e noise rock, nonché nella espansione e divulgazione del movimento indie rock americano, pur non raggiungendo mai la stessa popolarità di altre band contemporanee più famose) prima di lasciare il gruppo nel 1991 per fondare i Mule insieme all’ex compagno di band Kevin Munro/Strickland: una militanza – incentrata su sonorità blues/alt.rock con venature southern/country, durata tre anni, che fruttò alcuni 7″ e un Lp omonimo, per poi chiamarsi fuori anche da questa esperienza. Kimball, successivamente, unì le forze col chitarrista dei Jesus Lizard, Duane Denison (e Ken Vandermark) per dare vita al brillante progetto free jazz/avantgarde/math rock Denison/Kimball Trio, che incise tre full length tra il 1994 e il 1998, anno in cuì suonò anche nell’album dei Jesus Lizard, “Blue” (l’ultimo prima di una pausa durata, per l’ensemble di Denison e David Yow, ben ventisei anni, interrotta, soltanto l’anno scorso, dal full length “Rack“) e sedendo dietro le pelli anche nell’Ep omonimo. Nel 1996 contribuì al disco “Boil” dell’one-man band australiano J.G. Thirlwell aka Foetus. Fornì le sue prestazioni anche su due dischi del collettivo indie/alternative rock Firewater. L’ultima sua concreta apparizione risaliva al 2023 insieme ai Ghostforest.

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Roberto Calabrò, ristampato il libro “Eighties colours”

Importante operazione di recupero effettuata dalla casa editrice umbro-emiliana Odoya che, quest’anno, ha ristampato “Eighties colours: garage beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta“, libro scritto dal giornalista e scrittore Roberto Calabrò (che vanta collaborazioni con magazines musicali come Blow up, Shindig!, Gimme Danger e Ruta 66, tra gli altri) che documenta la scena Neosixties italiana e tutte le band nostrane che, a metà Eighties, scelsero di abbracciare la sgargiante ondata di revival del garage rock degli anni Sessanta iniziata negli Stati Uniti agli inizi di quel decennio, per poi espandersi a macchia d’olio anche in Europa. Originariamente pubblicato, nel 2010, da Coniglio editore, in sole milleduecento copie, da tempo andate esaurite (e contraddistinto da una suggestiva e curata veste grafica a colori) e che all’epoca ottenne un ottimo riscontro di pubblico, nelle varie presentazioni-happening in giro per lo Stivale, oggi il libro – in versione riveduta e corretta – è stato ampliato a 416 pagine, arricchito da una nuova introduzione e una nuova sezione dedicata ai “colori degli anni Ottanta nel Ventunesimo secolo“, con interviste ai protagonisti di quella stagione giunta fino ai giorni nostri (musicisti, produttori discografici, giornalisti, promoter, fotografi e fan che hanno vissuto quel periodo in prima persona) le discografie e tutte le vicissitudini delle varie formazioni, aggiornate al nuovo millennio. Il tutto in occasione dei quaranta anni dalla realizzazione della compilation “Eighties colours“, sempre incentrata sul dare spazio ai gruppi del Sixties garage revival, e curata dalla Electric Eye records di Claudio Sorge, il cui titolo ha dato spunto e ispirazione all’omonima opera di Calabrò. Il dettagliatissimo volume – frutto di un minuzioso lavoro di archivio, durato anni, messo in atto dall’autore, con l’intenzione di rendere grazie a un mondo che gli ha cambiato la vita, ma anche rendere giustizia a sottoculture, in passato, snobbate dalla storiografia e saggistica rock ufficiale italiana – tratta di una (relativamente) piccola, ma significativa ondata giovanile che, a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, nauseata, da un lato, dalla musica pop commerciale e della patina plasticosa e sintetica propinata dal mainstream televisivo/radiofonico – folgorato dall’esplosione del consumismo di massa e l’ascesa del rampante capitalismo yuppie della “Milano da bere”, propagandati dall’establishment come modelli di società “vincente”, in cui prosperò il berlusconismo – e, dall’altro lato, che non si riconosceva nemmeno nella new wave e l’algido filone “dark” del post-punk inglese che aveva fatto breccia in Italia. Quei ragazzi trovarono rifugio nella riscoperta della musica, dell’estetica (camicie paisley, Chelsea boots e capelli a caschetto) e dell’immaginario di certi Sixties, quelli del garage rock, del beat e della psichedelia, muovendosi lontano dalla facciata scintillante dei circuiti musicali ufficiali, e spinti dal celebrare la gioia di vivere, ritornando alle radici più pure del rock ‘n’ roll, generarono, soprattutto nel fulgido quinquennio 1985-1990, un’esplosione di colori e vivacità nell’underground della penisola, dando vita a band (ed esperienze che, in certi casi, continuano ancora oggi) tra cui vanno sicuramente ricordate e menzionate Not Moving, Sick Rose, gli Avvoltoi, i Barbieri, Effervescent Elephants, i Birdmen of Alkatraz, Steeplejack, No Strange, Technicolour Dream, Four By Art, Allison Run e altri, facendo convivere l’urgenza espressiva del garage rock, la lezione del punk rock, la vitalità del beat e il fascino multicolore della psichedelia, dando forma a una energica scena sotterranea indipendente vissuta con entusiasmo e senso di comunità, caratterizzata da decine di dischi, cassette, fanzines, concerti e tour.

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