Indie shoegaze, italiano, prog metal djent da Borgomanero e thrash metal tecnico con un immaginario cyberpunk dagli Usa.
ALL YOU CAN HATE
“Afterglow” su Vina Records è il nuovo disco degli All You Can Hate, gruppo romano di musica con tanti riverberi.
Ci sono EP che sembrano nati per essere ascoltati in una stanza buia, con la luce del monitor che illumina solo metà del viso. “Afterglow” degli All You Can Hate è uno di questi: un lavoro che non si limita a suonare, ma racconta, con una maturità che stupisce per una band ancora giovane. Se il precedente “Nothing Lasts Forever” era un manifesto di disincanto generazionale, questo nuovo EP è la fotografia di ciò che rimane dopo il crollo: la cenere ancora calda, la luce che persiste anche quando la fiamma si è spenta.
Gli All You Can Hate non si accontentano di fare musica: vogliono dire qualcosa, e lo fanno con una coerenza invidiabile. “Afterglow” non è solo un titolo, è un manifesto: la persistenza della luce nel buio, quel momento sospeso in cui qualcosa è finito ma continua a brillare, anche solo per un istante. È la transizione tra adolescenza e maturità, tra illusione e consapevolezza, tra amore e odio. La copertina, con le sue forme evanescenti e tonalità morbide, è la traduzione visiva di questo concetto: un’evoluzione estetica che riflette quella sonora. Non più il blu freddo e tagliente del primo EP, ma sfumature più calde, quasi come se la band avesse imparato a convivere con le proprie ombre.
Le loro sonorità sono un mix ben dosato di indie rock, post-punk e shoegaze, con ritmi che oscillano tra la malinconia e l’urgenza. Non è musica da ballare, ma da ascoltare con le cuffie, gli occhi chiusi e la sensazione di essere sul ciglio di un precipizio.
I testi di “Afterglow” sono un pugno nello stomaco. Parlano di isolamento sociale, dipendenza dai social, desiderio di cambiamento, senso di impotenza. Sono onesti, crudi, senza filtri. Non c’è retorica, non c’è auto-compiacimento: solo la nuda verità di chi si sente perduto in un mondo che non offre risposte.
“Afterglow” non è un disco che ti colpisce al primo ascolto, è un lavoro che cresce con te, che ti accompagna nei momenti di dubbio, di malinconia, di rabbia, un EP onesto, maturo, coraggioso, che non ha paura di mostrare le proprie ferite.
FROZEN SAND
Dopo ben nove anni dalla pubblicazione di “Fractals: A Shadow out of Lights”, i Frozen Sand tornano non già con un semplice sequel ma con il tassello finale, “Fractals: A Light Among Shadows” non è quindi un disco isolato ma il capitolo conclusivo di un percorso narrativo ambizioso che ha richiesto centinaia di bozze pre-produzione, continui riarrangiamenti e infinite sessioni di registrazione. La costruzione della trama del disco è impressionante nella sua architettura: 12 personaggi diversi, provenienti da luoghi e periodi temporali distinti, uniti da emozioni ed esperienze condivise. È questa la genialità del progetto – non una semplice successione di brani, ma paralleli esistenziali che si intrecciano attraverso il tempo.
Le tematiche esplorate toccano gli angoli più oscuri e reconditi dei sentimenti umani: identità perdute, domande esistenziali, guerre interiori e possibilità di rinascita. Il suono è la commistione fra prog metal, djent, post metal e alternative metal, Tool, Protest The Hero e TesseracT giusto per citarne alcuni. La costruzione musicale ha tanti strati, tutto è studiato ed approfondito molto bene, si sente il grande lavoro che c’è dietro e dentro questo lavoro, la musica è gigantesca come le storia, tanto che ad offerta libera sul loro bandcamp c’è anche l’audio libro in inglese che completa il disco.
Il gruppo di Borgomanero compie un’operazione ambiziosa ma molto ben riuscita, coniuga lo spirito e la complessità del prog metal con la dinamicità del djent, l’epicità del metal epico con la freschezza del metal alternativo. Un lavoro complesso nel senso di grande ricchezza musicale e narrativa, un disco molto ben riuscito e che piacerà molto a chi cerca musica e testi che sviluppino concetti non banali. Inoltre i diversi stili musicali qui presenti pongono il disco all’attenzione di differenti platee.
Un lavoro che esprime un grandissimo amore per il metal, per la sua forza espressiva e per il raccontare grandi storie.
SCATTER
Thrash metal e crossover vecchia scuola in quantità industriali per questo debutto degli Scatter, band divisa fra l’Alaska e il Texas. “Tech hell cyber thrash” esce in digitale e in 50 cassette per Immortal Jaw Recordings, e fin dal titolo traspare l’amore del gruppo per le atmosfere cyberpunk anni novanta e la cultura hacker delle origini, atmosfere che sono al centro dell’immaginario che muove la loro musica. Riffs a cascata, ritmica incalzante, thrash metal di alta qualià con intarsi death metal, passaggi che scateneranno il mosh pit, un ep molto ben riuscito.
Il trio fa un thrash metal molto lanciato, con momenti che si avvicinano al death metal e allo speed metal, sempre in maniera intensa, l’ascoltatore si deve muovere per forza ascoltando questo ep. Il materiale pubblicato qui nasce dai momenti di chiusura durante la pandemia, e da lì prende il via la collaborazione fra Spenser Hodge, mente e anima del gruppo, Justin Rodda e Trevor Cantu. Il risultato è un debutto davvero interessante, un suono che viene dal passato ma che è molto attuale e soprattutto molto piacevole, gli Scatter si differenziano da molti altri gruppi dello stesso genere per la profondità e vivacità che imprimono al loro suono.
“Tech Hell Cyber Thrash” è stato registrato, mixato e prodotto da Greg Wilkinson agli Earhammer Studios in Oakland, California (Autopsy, Vastum, Necrot) al’arte è di Matt Stikker (Metallica, Power Trip, Billy Strings). Thrash, cyberpunk ed hacker, qualcosa che per fortuna non passerà mai.










