Recensione : The Queen Is Dead Volume 219 – Sons Of Ghidorah, Mandy Manala, Maneating Orchid

Da New York alla Finlandia fino a Bangalore: Sons Of Ghidorah, Mandy Manala e Maneating Orchid travolgono doom, occult rock e mathcore senza alcuna tregua.

Sons Of Ghidorah, Mandy Manala, Maneating Orchid

Heavy rock e doom da New York, doom rock occulto dalla Finlandia e chiudiamo con un caos math noise hardcore dall’India. 

SONS OF GHIDORAH

Con “Raining Fire” su Argonauta Records, i Sons Of Ghidorah da New York non solo raggiungono le aspettative, ma le superano di gran lunga, presentando un lavoro maturo, tecnicamente solido e travolgente che segna un passo significativo nella loro carriera. I newyorchesi fanno heavy rock, doom con un’attitudine punk, con giri e continue rivoluzioni sonore, per un suono classico e magmatico al contempo. «Raining Fire» è un disco che dimostra come il doom metal americano continui a produrre lavori di altissima fattura.

C’è una sensazione di elettricità statica nelle tracce, quasi che ogni riff voglia sprigionare scintille che producono magie, il groove costruisce mura sonore imponenti, e quando arriva quella chitarra solista tecnica e vibrante, penso soprattutto nell parti più esplosive di “Thin Red Line”e “Devil In The Dark”, il disco compie quel salto nella miglior terra del doom con tinte psichedeliche, il tutto fatto benissimo. Questo suono è in continua evoluzione e i Sons Of Ghidorah si sono costituiti proprio per portate avanti un’esplorazione sonora dai confini davvero molto ampi, partendo dalla tradizione doom metal del nord america per arrivare a qualcosa di nuovo e differente rispetto al punto di partenza.

Questo album è molto maturo, prodotto da un gruppo che sa dove andare e cosa vuole fare, e lo fa molto bene, trovando sempre molti ottimi spunti sonori, dando tantissime soddisfazioni all’ascoltatore, e si rivolge agli amanti di vari generi musicali, dal doom allo psych, dallo stoner al rock. Un disco che suona profondo, ritmi che rimbombano e innalzano l’ascoltatore verso l’alto.


MANDY MANALA

I finlandesi Mandy Manala tornano con “Something Wicked”, un disco uscito il 29 maggio 2026 per Argonauta Records e che, sin dalle prime note, ti fa capire che non stai per ascoltare un semplice album, ma un viaggio in un territorio sonoro dove il dark heavy rock, lo stoner e l’occulto si fondono in un abbraccio mortale. Se il loro esordio aveva già fatto parlare di sé, qui i finlandesi alzano l’asticella: più pesante, più oscuro, più cinematografico, senza mai perdere di vista la melodia che li ha resi unici.

I riff sono pesanti come macigni, ma mai grezzi per caso: c’è una precisione chirurgica nel modo in cui i Mandy Manala intrecciano le loro influenze, che vanno dal doom più cupo al rock gotico più melodico.

I Mandy Manala non si limitano a suonare oscuro: lo vivono. I testi di “Something Wicked” sono un viaggio tra le ombre, dove la darkness non è solo un suono, ma un concetto. Christa Nedergård, con la sua voce ipnotica e magnetica, ci porta in un mondo dove il male non è solo una forza esterna, ma una parte di noi. Non ci sono demoni con le corna e la forca, ma il male quotidiano, quello che si nasconde nelle pieghe dell’animo umano.

La produzione di “Something Wicked” è grezza, ma non per caso. Non è un suono pulito, levigato, da studio asettico: suona vivo, suona reale. Le voci sono sepolte sotto strati di riverbero, ma non per nasconderle, per farle sembrare più autentiche. È come se il disco fosse stato registrato in una chiesa abbandonata, con i muri che sudano e il pavimento che scricchiola.

Eppure, ogni elemento è al suo posto: le chitarre sono potenti ma mai caotiche, il basso profondo e avvolgente, la batteria precise come un orologio svizzero. I Mandy Manala hanno trovato il perfetto equilibrio tra vintage e moderno, creando un suono che ricorda i Ghost, la dramaticità dei Lucifer, l’oscurità dei Chelsea Wolfe, ma con una identità propria. Un disco oscuro che suona benissimo, un gruppo che cresce sempre tantissimo dentro le nostre orecchie e dentro il nostro cuore.


MANEATING ORCHID

“Cold logic” su Subcontinental Records è il terzo disco degli indiani Maneating Orchid, un gruppo che fa un devastante mathcore, progcore, fiammate di chaoscore, diluvio di note quasi come in un impianto sonoro jazzistico. I Maneating Orchid, precedentemente conosciuti come Orchid, sono un gruppo proveniente da Bangalore, una metropoli di circa dodici milioni di abitanti, e sono una formazione che ha fatto la storia dell’underground indiano, sia con i primi due dischi che con i loro concerti che infiammano le platee.

La scena underground punk e metal in India è forse poco conosciuta in Europa, ma è di assoluto valore, e gruppi come questo ne sono una grande testimonianza. Il gruppo di Bangalore fa canzoni che hanno tre o quattro strati di strumenti, di composizione, di melodie e di rumori, ad ogni ascolto si coglie qualcosa di nuovo, una scala armonica, un giro di chitarra o di basso.

La musica di questi indiani crea un’atmosfera cyborg ed accelerata, una fusione matematica di sangue e schede madre, un futuro che si schianta su di noi ad una velocità vertiginosa, una morte che apre un’altra vita che muore per poi rinascere. Il suono dei Maneating Orchid ha qualcosa dei primi Converge, un pò di Botch, e tantissimi Voivod, che sono il nume tutelare di questi gruppi per la libertà e per la varietà di stili, in una parola progressive.

Dentro il loro suono si può anche sentire un pizzico di death metal dissonante, e tantissima urgenza punk, una potenza di fuoco notevole e veloce. “Cold logic”, con una splendida copertina da parte di Acid Toad, è un disco che è davvero fredda logica, ma una fredda logica che nasconde un cuore immenso che pompa sangue all’impazzata, un lascito di un’umanità che si è fusa per le macchine per elevarsi ma che in realtà soffre ancora di più mentre cerca di dare una risposta definitiva alle antiche domande.

Un disco devastante, tecnico, veloce, chirurgico e molto piacevole di un gruppo che ha davvero tanto da dire e da suonare con un lavoro che piacerà ai punks, ai metallari e a chi ama l’hardcore ed il mathcore più aperti.

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