Recensione : Thee Headcoats – The Sherlock Holmes rhythm ‘n’ beat vernacular

Thee Headcoats - The Sherlock Holmes rhythm 'n' beat vernacular - Recensioni Rock

Ci eravamo lasciati, pochi mesi fa, trattando l’Ep commemorativo “Got Sect if you want it!” fatto uscire sotto il moniker Headcoats Sect. Poteva mai fermarsi a una sola uscita in un anno solare, il buon Billy Childish? Certo che no! E allora ecco che il menestrello inglese prima rispolvera il progetto Guy Humper Trio (una delle tante avventure della sua pressoché sterminata produzione musicale, da solista o coi suoi numerosi alias) per rilasciare nuovo materiale, e ora ha riattivato gli Headcoats per pubblicare un nuovo album, “The Sherlock Holmes rhythm ‘n’ beat vernacular“, dato alle stampe tramite Damaged Good Records il mese scorso.

A due anni di distanza dal precedente Lp di reunion “Irregularis (The Great Hiatus)“, l’infaticabile Steven John Hamper ha riunito i fidi sodali Johnny Tub Johnson (al basso) e Bruce Brand (alla batteria) presso i Ranscombe Studios di Rochester per registrare dodici nuovi brani all’insegna della consueta, sfavillante formula a base di garage rock intriso di ruvido rhythm ‘n’ blues di scuola Sixties (avendo in Kinks, Stones, Pretty Things, Who e Downliners Sect le principali stelle polari) il tutto imbastardito con l’asprezza e l’urgenza espressiva del punk rock, rinverdendo un percorso che va avanti da quasi quarant’anni.

L’approccio alla materia è, come sempre, diretto, grintoso e senza fronzoli, nessun pezzo supera i quattro minuti di durata, nessun assolo, tanto cuore e sostanza, due cover (una trascinante versione di “Dearest Darling” di Bo Diddley e “Got love if you want it” di Slim Harpo, tra l’altro già presente anche sul succitato Ep degli Headcoats Sect) a dare manforte alle composizioni originali, che si incendiano con la rovente opener “And the band played Johnny B. Goode“, con l’aggressiva “If people don’t like it (it must be good)“, la sarcastica ironia Kinskiana di “The Friends of the Buff Medways Fanciers Association“, il Sixties groove alla Animals/Pretty Things di “The goddess tree“, l’esuberanza di “Sally sensation” (che ha la struttura reiterata di “Wild Thing” dei Troggs, ma idealmente con James Brown alla voce) il Bob Dylan on steroids di “Modern terms of abuse” (“prestata” anche alla band gemella degli Headcoats, le Headcoatees, per il loro comeback album) e il garage rock sanguigno di “100 yards of crash barrier“, “The Devil and God entwined” e “The baby who mutilated everybody’s heart“.

Il nostro (anti)eroe stacanovista del rock ‘n’ roll albionico “Wild” Billy Childish continua, imperterrito, ad andare avanti lungo i senteri dell’underground che lo vedono protagonista, da quasi mezzo secolo, di una incredibile parabola artistica costruita con coerenza, integrità e fedeltà alle proprie origini DIY e radici indipendenti, orgogliosamente “sfigati”, senza mai svendersi al mainstream delle multinazionali musicali (che, con lo stesso meccanismo capitalistico delle catene alimentari dei fast food, produce, fagocita e sputa band e musicisti in serie come fossero cibo spazzatura, mandandoli poi al macero quando non generano più profitti, quando sono stati consumati e spremuti fino all’ultima goccia e non sono più funzionali al sistema). E noi lo amiamo proprio per questo. Uno dei migliori figli partoriti dal ciclone del punk settantasettino inglese, sempre celebrato meno di quanto meriterebbe.

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