E’ morto Cheetah Chrome

Un altro orrendo avvenimento ha colpito la comunità mondiale del rock ‘n’ roll. Nella giornata di ieri, a 71 anni, ci ha infatti lasciati anche Cheetah Chrome, chitarrista statunitense, nonché uno dei principali protagonisti e fautori della nascita e dello sviluppo del punk rock.

Nato il 18 febbraio 1955 come Eugene Richard O’Connor, e originario di Cleveland (Ohio) nel 1974 si unì alla band proto-punk dei Rocket from the Tombs, che nella line up “classica”, oltre a O’Connor, annoverava anche David Thomas (in seguito frontman e mente creativa dei Pere Ubu) Peter Laughner e Johnny Madanski, che in seguito avrebbe ritrovato O’Connor in altre avventure musicali con lo stage nameJohnny Blitz“.

Dopo lo scioglimento dei RFTT (avvenuto nel 1975, senza registrare materiale in studio) O’Connor, insieme a Madanski, iniziò a suonare con il vulcanico frontman Stiv Bators, col quale formarono un gruppo chiamato inizialmente Frankenstein, che successivamente cambiò il moniker in Dead Boys, combo che inasprì e velocizzò ulteriormente il proprio sound, rendendolo tecnicamente spartano, ma incendiario a livello emotivo, gettando le basi per un ritorno del rock ‘n’ roll a una dimensione più umana, verace e stradaiola, in un nuovo e frenetico movimento underground di idee e attitudine aggressiva e senza compromessi che sarebbe stato ribattezzato “punk rock”.

Iniziando a frequentare New York e bazzicare un piccolo club sulla Bowery, il CBGB, Eugene, ribattezzatosi “Cheetah Chrome”, con la sua chitarra infuocata (e insieme ad altri gruppi dalla visione sonica affine come Ramones, Wayne/Jayne County and the Electric Chairs, Dictators, Richard Hell and the Voidoids e Johnny Thunders and the Heartbreakers) nella prima metà dei Seventies tenne musicalmente a battesimo un terremoto sonoro/etico/concettuale, quello del punk, che di lì a breve esploso su scala mondiale, trovando terreno fertilissimo soprattutto in Inghilterra e in UK.

Coi Dead Boys, Chrome registrò, nel 1977, il seminale album di debutto “Young, loud and snotty”, uno di quei dischi che ha definito l’essenza del punk rock (col trascinante anthemSonic reducer” assurto a brano più rappresentativo del gruppo e uno degli inni generazionali più energici e noti del punk tutto) costruendo la reputazione dell’ensemble come live act esplosivo, nichilista e provocatorio (contraddistinto dalla carismatica presenza di un animale da palcoscenico come Bators e dai suoni abrasivi e scoppiettanti della chitarra di Cheetah, personaggio magnetico anche fuori dal palco) e settando gli standard più caratteristici del genere: brani di brevissima durata, tre accordi, niente assoli né virtuosismi tecnici, semplicità sonora (nella visione democratica e paritaria secondo cui chiunque potesse aspirare a suonare e fare musica, senza dover necessariamente studiare in conservatorio o concepire la musica come esclusivo vezzo riservato a gente benestante e altolocata) non risparmiarsi e suonare con energia dirompente anche di fronte a un pubblico di pochissime persone, look riconoscibile, presenza scenica, recupero dell’energia primordiale del rock ‘n’ roll e di una percezione più umile e terrena della figura del musicista, l’agire per sottrazione eliminando tutto il superfluo e i barocchismi dall’impalcatura del rock mainstream istituzionalizzato, troppo incline al divismo e allo star system che aveva reso le “superstar” musicali assimilabili a icone patinate divinizzate.

Dopo l’uscita di un secondo long playing nel 1978, “We have come for your children“, realizzato dopo un travagliato processo di registrazione e tensioni, il gruppo si sciolse, per poi riformarsi a più riprese nel nuovo millennio (senza Stiv Bators, prematuramente scomparso nel 1990) arrivando a re-incidere il disco d’esordio nel 2017, “Still Snotty: Young, Loud and Snotty at 40” per celebrarne il suo quarantennale.

Dopo varie collaborazioni (Nico, Ronnie Spector, GG Allin, Jeff Dahl, Shotgun Rationale, Sonny Vincent, Batusis) un Ep omonimo coi suoi Ghetto Dogs, nel 2003 riformò i Rocket from the Tombs dopo l’uscita della compilation dal vivo “The Day the Earth Met the Rocket from the Tombs“, suonando per alcuni anni in tour, registrando nel 2004, i pezzi dei Seventies riarrangiati e confluiti in “Rocket redux“, e nel 2011 il disco di inediti “Barfly“.

Nel 2010 era uscita la sua autobiografia, “Cheetah Chrome: A Dead Boy’s Tale from the Front Lines of Punk Rock“, e nel 2013 prese parte, con un cameo, al biographical dramaCBGB“. Nel 2014 pubblicò un full length solista intitolato “Solo“. Coi Dead Boys stava pianificando il tour per il cinquantennale di “Young, loud and snotty”.

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