Recensione : Mclusky – I sure am getting sick of this bowling alley

L'anno scorso scrivevamo del ritorno discografico dei gallesi Mclusky e salutavamo con entusiasmo "The world is still here and so are we", quarto lavoro complessivo, arrivato a ben ventuno anni di distanza dal penultimo studio album, nonché disco che aveva suggellato il comeback concretizzatosi tra 2014 e 2020, dopo lo scioglimento avvenuto nel 2005.

Mclusky, copertina I Sure Am Getting Sick Of This Bowling Alley

L’anno scorso scrivevamo del ritorno discografico dei gallesi Mclusky e salutavamo con entusiasmo “The world is still here and so are we“, quarto lavoro complessivo, arrivato a ben ventuno anni di distanza dal penultimo studio album, nonché disco che aveva suggellato il comeback concretizzatosi tra 2014 e 2020, dopo lo scioglimento avvenuto nel 2005.

Quest’anno, l’ensemble alternative/noise/post-hardcore britannico, fondato nel 1996 (e che quindi taglia il considerevole traguardo dei trenta anni di esistenza, seppur frammentata) dal chitarrista e frontman Andrew Falkous – coadiuvato da Damien Sayell al basso e voce e Jack Egglestone alla batteria – ha rilasciato un mini-album, “I sure am getting sick of this bowling alley“, pubblicato il mese scorso su Ipecac Recordings.

Il terzetto di Cardiff condensa in sei pezzi, e in meno di un quarto d’ora, il sarcasmo acido à la Mark E. Smith e la rabbia proletaria a cui ci hanno sempre abituati, recuperando due brani rimasti fuori dalle session di registrazione del precedente Lp “The world…”, “Spock culture” (col suo piglio al contempo beffardo e battagliero a metà strada tra Jello Biafra e Billy Childish, una critica al culto ossessivo della nostalgia che, nell’ultimo decennio, si è insinuato nella cultura occidentale come un mezzo per attenuare gli orrori del capitalismo selvaggio) e “Hi! We’re on strike” (martellante e canzonatoria, che rimanda alle atmosfere punitive dei Jesus Lizard) i quali si affiancano a quattro canzoni nuove di zecca, la serrata opener “I know computer” che oscilla tra toni burloni e vocals a rotta di collo; “As a dad” (sardonica riflessione sulla figura paterna) la tellurica e AlbinianaFan learning difficulties” e la conclusiva “That was my brain on elves“,una ballad che mostra un lato pressoché inusuale per la band.

Surrealisticamente affiatati e goliardicamente sovversivi.

Recensione. Mclusky The world is till here and so are we

Mclusky trasmesso sulla nostra trasmissione radiofonica

TRACKLIST

1. I Know Computer
2. As a Dad
3. Spock Culture
4. Hi! We’re on Strike
5. Fan Learning Difficulties
6. That Was My Brain on Elves

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

CANALE TELEGRAM

RIMANI IN CONTATTO

GRUPPO WHATSUP

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

Fleshtones, in autunno sette date in Italia

I Fleshtones, veterani garage rockers newyorchesi, da sempre capitanati dal frontman Peter Zaremba e dall’infuocata chitarra di Keith Streng, quest’anno festeggiano il cinquantesimo anno del

Butthole Surfers After the astronaut

“After the Astronaut” poteva suonare come un disco sci-fi, una parodia della spiritualità americana e un invito alla “weirdness” in un periodo in cui i ragazzi erano stati assorbiti e “cooptati” dall’industria musicale, infognati in dispute con una major e battaglie legali…

E’ morto Jeff Conolly

In un panorama dei necrologi musicali che, da almeno un decennio a questa parte, somiglia sempre più a una valle di lacrime, un altro triste

Fugazi, copertina Albini Sessions

Fugazi – Albini sessions

I Fugazi, per i pochissimi (si spera) che ancora non li conoscono, sono (stati) un fondamentale combo post-hardcore statunitense che ha fatto dell’etica indie(pendente) e