Confermiamo quanto detto nell’episodio precedente. La cappa di calore è inarrestabile. E finora a nulla, o quasi, sono serviti i nostri tentativi di attenuarne gli effetti. Ci riproviamo oggi, con le più recenti uscite di Feversea, Killing Pace, Rosa Faenskap, No/Mas e Salos.
Feversea :: Wormwood in the Veins of the World
Dopo il debutto dello scorso anno con l’ottimo Man Under Erasure, ritroviamo i Feversea, con Wormwood in the Veins of the World, il loro nuovo EP, realizzato ancora una volta con la label norvegese Dark Essence Records. Quattro brani, per poco meno di venti minuti, con cui il quintetto di Bergen “celebra” l’uomo contemporaneo, individuandolo come il principale elemento negativo del moderno creato. Unico responsabile della devastazione del pianeta oggi in atto, che, con il suo agire indiscriminato, ha danneggiato in modo irreversibile l’ambiente, portandoci in una posizione da cui non è più possibile provare a tornare indietro. Se siamo davvero “vicini alla fine”, secondo i Feversea, la colpa è solo nostra.
Per farlo, la band norvegese ha modellato il proprio sound, portandolo versa una maggiore varietà, in grado di guardare ad una pluralità di soluzioni, senza lasciare grossi punti di riferimento. Ne è uscito un disco che cambia continuamente prospettiva, pur mantenendosi saldo all’idea di base, mostrandoci una realtà qualitativamente di primissimo piano, che già avevamo notato (e fatto nostra) al tempo del loro interessantissimo debutto, e che oggi, sancisce un ulteriore salto di qualità garantito da una maturità compositiva di ottimo livello. Stando a quanto si legge nelle note allegate al disco, pare che i quattro brani facciano parte delle tracce escluse da Man Under Erasure, il loro debut album.
Non fatichiamo a crederci, riascoltandolo, conveniamo con loro che si tratta di un qualcosa difficilmente inquadrabile e inseribile nel concept dello scorso anno. Una divergenza che mostra ancora una volta la maturità di un progetto che pare avere le idee chiarissime su quella che vuole essere la strada da percorrere.
Di certo c’è che Wormwood in the Veins of the World è un disco intensissimo, a tratti travolgente, in cui emerge un’espressività maestosa e aggressiva, anche nei momenti in cui pare che il tutto stia volgendo verso un approccio più ragionato. Sono, come detto, quasi venti minuti di musica, ma sono venti minuti ricchissimi di continui cambi di scenario, che ci portano all’interno di un vortice sonoro, in cui si susseguono momenti e sfumature che ci dilaniano l’anima in modo irreparabile. Un disco frenetico, a tratti impressionante, che ci stuzzica la curiosità per quelle che saranno le uscite che ci attendono in futuro.
Dopo due album estremamente differenti non sappiamo davvero che cosa aspettarci. Se non la certezza che i Feversea sapranno cantare al meglio quel domani post apocalittico che forse è già alle porte.
Killing Pace :: HCPM
Disco di debutto per la band di Richmond, Virginia, East Cost USA, da tempo on the road, ma capace solo adesso di dare forma concreta ai propri incubi, grazie alla Triple-B Records (Boston, USA). Li avevamo scoperti quasi cinque anni fa, grazie al loro EP di debutto (omonimo) su Raven Records. È tutto nel titolo.
I riferimenti. Le idee. Gli intendimenti. Quatto lettere che spiegano meglio di tante parole il progetto. Un acronimo quasi immediato, tanto semplice quanto paradossalmente imprevedibile, che sancisce e sdogana una lettura quasi elementare. Hard Core Punk Metal. HCPM. Stop. Niente di più chiaro. Proprio perché nel disco ritroviamo tutto quanto, declinato – ovviamente – al massimo della propria forza espressiva, in un mix che, alla lunga, lascia emergere però, come dominante, quella Hard Core.
E con essa, guardando oltre all’idea sonora, quella più concettuale, che spinge verso tutta una serie di temi che esaltano la rivolta sociale, anticapitalistica, antifascista. Il tutto con la doverosa presa di distanza da tutte quelle moderne (iper)tecnologie che annientano il pensiero dell’essere umano.
Questo dei Killing Pace è quindi un disco energico, travolgente, e intelligente, che suona in modo coerente, e ragionato, anche nei momenti più lanciati verso la follia estremistica in cui sarebbe facile deragliare. Un disco frenetico, che sublima una sorta di caos organizzato, attraverso brani isterici e veloci che vanno a colpire duro in modo immediato. Merito di una band organizzatissima, che mostra una capacità esecutiva di prim’ordine, a suo agio non solo sull’ipervelocità, ma anche in grado di saper dire la propria nei momenti più riflessivi, in cui la velocità si mantiene costante, permettendo di rifiatare, senza però smarrire l’intensità di insieme di un disco che sta condizionando le nostre giornate più recenti, riportando la gioia della violenza applicata in musica tra le mura disadorne delle nostre stanze.
HCPM è un album che urla la propria rabbia con grande ferocia e incisività, grazie ad un approccio coerentemente integro da un punto di vista sia sonoro che concettuale. Non conoscevamo, se non di nome, per sentito dire, i Killing Pace, abbiamo rimediato oggi, con la promessa di tenerli d’occhio per il futuro. Siamo certi che, se riusciranno a mantenere questa purezza ideologica, potranno regalarci grandissime soddisfazioni.
Pochi fronzoli e tanta sostanza, what else?
Rosa Faenskap :: Ingenting Forblir
Dopo due anni di lavoro è finalmente pronto Igenting forblir, il secondo album della “patricidal black metal band” norvegese Rosa Faenskap, che abbiamo conosciuto, ed apprezzato, ai tempi del loro debutto Jeg blir til deg, e che ritroviamo oggi, a metà duemilaventicinque, con un ritorno che ci permette di scoprire il lato più oscuro della band di Oslo. Il mondo intorno a noi sta scomparendo, lasciando spazio ad una desolazione emotiva dove è solo l’odio l’unica cosa che regna, fuori e dentro ognuno di noi.
È questo lo scenario in cui collocare da un punto di vista concettuale il nuovo disco del terzetto norvegese, uscito, come il precedente per Fysisk Format Records, mai come oggi consapevole della propria indole ribelle, esaltata da un album nichilisticamente orientato verso un assalto che non lascia respiro né punti di riferimento. In ambito nordico estremo quello di Rosa Faenskap è un nome che si colloca difficilmente.
La loro infatti è una proposta che esula da tutto quello che, finora, abbiamo associato al black metal norvegese. Sono loro stessi a spiegare infatti come i Rosa Faenskap vanno a “sostituire il corpse paint e l’odore di sudore del black metal con l’eyeliner e le bandiere arcobaleno”. Il trio guarda infatti a tematiche “aliene” da quelle parti, come l’inclusività, l’antifascismo, le minacce esistenziali in genere, nel tentativo di sradicare gli stereotipi legati al metal estremo, quali quelli razzisti, spostando il genere verso una nuova forma di Resistenza.
Impresa tutt’altro che semplice, ma che, da un punto di vista strettamente sonoro, finora sta dando i risultati sperati. Ingenting Forblir infatti, oltre a combattere in favore di ambientalismo, diritti LGBTQ+ e liberazione palestinese, mostra un grandissimo potenziale, con cui la band riesce ad abbattere (musicalmente) le distanze tra i generi. Brutale, ma assolutamente gradevole, l’album sublima la radicalità di una band integralista con un disco altrettanto radicale, fatto di un black metal che mostra con orgoglio il proprio approccio anarcopunk. Il disco è un ulteriore passo avanti in direzione di un domani che non conosce davvero limiti, per una realtà audace, e intransigente, che sa come incanalare la propria rabbia nella giusta direzione.
Un album assolutamente velenoso, per una band giovanissima, ma in grado di mostrare una notevole maturità artistica, che rappresenta una sorpresa gradita in un ambiente sonoro solitamente oscurantista. Una band che riesce a esibire con naturalezza una varietà di suoni di primissimo piano, con cui ci mette in guardia da tutto quello che sta accadendo e che rischia di accadere nei prossimi anni, con il ritorno di un populismo di destra mai così forte e radicato come oggi. Diamo loro retta, sanno quello che dicono.
No/Más :: No Peace
I No/Más arrivano da Washington DC, dove hanno iniziato a farsi conoscere una decina di anni fa, con la pubblicazione di uno split con i Deadtooth, quartetto deathgrind texano. Da allora hanno inanellato due EP, un full length (Consume / Deny / Repent del 2022 uscito per Closed Casket Activities) e questo No Peace, stampato nella prima parte dell’anno insieme a Redefining Darkness Records. Il disco è il manifesto attuale della band statunitense, e coniuga i paradigmi del movimento grindcore delle origini, quello strettamente legato alle urgenze sociopolitiche, e che ancora non era stato contaminato dalla deriva splattergore, ma si proponeva come il punk degli anni ottanta, in contrapposizione e in sequenza di quello inglese del decennio precedente.
No Peace è quindi da vedere non solo come il titolo dell’album ma come una dichiarazione di intenti. 22 minuti suddivisi in 12 tracce che, alla lunga, inseriscono anche momenti meno intransigenti, in modo da poter rifiatare, pur sempre restando, però, perfettamente adesi all’idea di base. L’album ci riporta indietro nel tempo, quando tutto era davvero a portata di mano, e l’entusiasmo per il movimento fino a quel momento più estremo da un punto di vista sonoro, era al massimo del suo splendore, e della sua fama. Al tempo stesso se ne distacca però per un sound che, inevitabilmente, grazie alle lungimiranti e infinite possibilità della tecnologia odierna, suona molto distante da quel caos caldissimo di allora.
Come detto, la band arriva da Washington DC, oggi capitale del grindcore statunitense, ma un tempo punto di riferimento continentale per la scena hardcore, in particolare da quella straight edge. Segno che, oggi come allora, da quelle parti il germe della rivolta sociale attecchisce molto ma molto bene, anche a distanza di decenni. Sapere che anche adesso il malcontento della working class nordamericana, e dei giovani studenti, trova nella musica intransigente il proprio sfogo naturale, è un qualcosa che ci fa guardare agli States con meno distacco, e che ci lascia sperare che qualcosa prima o poi, possa cambiare anche per loro.
Provando a sintetizzare No Peace, non possiamo che partire inquadrandolo come un album dalla forte connotazione hardcore, di quelli che ci hanno fatto innamorare di un genere, e credere in un progetto politico ed etico.
Purtroppo però rimasto solo un sogno, per tutta una serie di dinamiche di cui non ha senso parlare ora. Nel momento in cui, oggi, la stragrande maggioranza sembra allontanarsi da un certo tipo di pensare la musica, trovare qualcuno che ancora ci crede, e che mette la rabbia al primo posto, ci fa ben sperare per il futuro. Un disco che non si perde in fronzoli inutili ma va diretto al sodo, e che possiamo inquadrare come la naturale evoluzione di un percorso sonoro, che ancora probabilmente non ha raggiunto lo status definitivo (speriamo…).
Salos :: A Slaughter for the Empire
I Salos sono un duo greco che arriva al debutto con A Slaughter for the Empire, album totalmente autoprodotto che ci permette di inquadrarli come un tentativo (peraltro pienamente riuscito) di coniugare il post metal con il prog, attraverso tutta una serie di soluzioni armoniche e atmosferiche di grande calore emotivo. Il loro è un approccio che sa essere forte e deciso ma anche calibrato ed attento ad ogni sfumatura che sfocia verso la sperimentazione.
Sette brani mediamente lunghi, attraverso sui i Salos riescono a mettere in luce tutta la qualità di cui dispongono, esaltata da una capacità di scrittura davvero notevole, che, però per tutti coloro che, abitualmente non si cimentano con il genere, rischia però di rivelarsi controproducente, soprattutto quando si va a perdere l’immediatezza.
Per contro bisogna però sottolineare come l’album, alla lunga, sappia mostrare una varietà esecutiva che, in partenza, non avremmo pensato possibile, e che, quindi, sul finire, permette di guardare all’ascolto con un piglio diverso. Non a caso il disco si conclude con una deriva ambient, che ci piace pensare come all’elemento di contatto con quello che sarà (o potrà essere) il futuro della band.
A Slaughter for the Empire è un album che spazia, mostrando classe cristallina, ma che – come detto – pecca di attrattiva per tutti coloro che non hanno tempo e voglia di aspettare i crescendo e le digressioni dei brani, e non subiscono quindi il fascino di un progetto che invita a perdersi nello spazio, attraverso trame sonore sognanti, orientate verso una ricerca della melodia che si eleva al di sopra di tutto il resto. Guardandolo al netto di quanto detto finora, non possiamo non inquadrarlo come un album che per certi versi potremmo pensare quasi monumentale, soprattutto se guardato nel suo insieme. Un disco che sa infatti essere compattamente omogeneo, anche in quei momenti in cui quel senso di tensione immanente sembra scemare.
Un disco austero, ma dinamico e fantasioso, a cui è necessario dedicare molto più di un semplice ascolto, per potersi dire in grado di averlo capito ed assimilato. Alla fine di tutto questo, è facile affermare come i Salos non abbiano creato un album che rappresenta il sound del futuro, ma un album che permette loro di entrare a pieno titolo in quel novero di realtà che sanno stare al passo coi tempi senza troppe forzature.










