I Vanessa Van Basten sono tornati con la formazione originaria per produrre “Yes”, un disco che abbiamo recensito qui, e che ha sancito il ritorno dei bellissimi suoni del gruppo genovese. Grazie a Marco Gargiulo di Metaversus PR abbiamo avuto la fortuna di fare due chiacchiere con Morgan e Stefano, per approfondire alcuni aspetti della loro musica, e questa intervista speriamo sia piacevole anche un solo decimo di quanto è bello “Yes”.
Grazie a Marco, Morgan e Stefano.
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Ciao Morgan e Stefano, innanzitutto grazie a te e al sempre gentilissimo Marco di Metaversus Pr. Siete tornati, e ascoltando il disco si sente che siete stra felici di essere tornati assieme, come è successo ?-
Morgan – Io sono felicissimo e credo anche gli altri. Quando suoniamo noi tre assieme si crea in una magia sonora particolare, che adoriamo, e siamo riusciti a trasmetterla anche in registrazione. E’ stato incredibile. Riguardo la lunga assenza… semplicemente ci sono stati dei problemi a lunghissimo termine che si sono risolti solo un paio d’anni fa, indipendenti dalla nostra voglia di suonare, e tra mille vicissitudini alla fine siamo riusciti a ribeccarci. Per essere più specifico, viviamo a 500km di distanza e la mia salute non era tra le migliori.
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“Yes” è un disco meraviglioso, pieno di dolcezza, come agrodolce in certi momenti, quali sono state le vostre ispirazioni ? –
Stefano – Post rock / kraut e dintorni.
Morgan – Di base noi stessi. Sono passati molti anni dai nostri esordi, e nel tempo siamo riusciti a scorgere qual era l’essenza più profonda dei Vanessa, e questa volta l’abbiamo isolata dal resto e da eccessive tentazioni sperimentali. A livello di suoni, in fase di produzione, ho però utilizzato riverberi e ambienti più moderni. Pur essendo un ascoltatore di dream pop e shoegaze da sempre, sono rimasto affascinato da molte produzioni più recenti. Per citare qualche band, ti dico Drab Majesty, Them Are Us Too e Life On Venus, che hanno estremizzato gli ambienti ariosi e profondi di cose più vecchie come Cocteau Twins o Dead Can Dance. Comunque queste influenze si limitano solo all’aspetto tecnico, noi volevamo fare un disco Vanessa 100% ed è stato così.
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Il vostro suono è un insieme di tante cose, codici musicali fusi assieme nella massima libertà, come si svolge il vostro processo compositivo e poi in studio ?-
Morgan – In questa occasione non avevamo nulla di pronto e in tutto la scrittura dei brani e la registrazione della sezione ritmica ha impiegato solo dieci giorni. Siamo stati in due studi diversi ma il grosso lo abbiamo fatto allo Studio K da Berna (ex Meganoidi, ora Yalda), che aveva registrato “Psygnosis Ep”, ed essendo un protagonista della scena genovese di quegli anni, comprende appieno quello che facciamo. Siamo partiti da un giro, di basso o di chitarra, che funzionasse soprattutto a livello di atmosfera e abbiamo sviluppato i pezzi come sempre facciamo, cioè come se fossero delle storie, dei percorsi. Una volta registrati basso e batteria è iniziata la fase di arrangiamento da parte mia, e ho quindi iniziato a dare pennellate di chitarre e suoni vari nel mio home studio, a Trieste. Dopo un lungo lavoro tra registrazione e missaggio, ho consegnato tutto a James che ha tirato fuori questo ottimo master per vinile.
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Nella vostra musica e anche nei testi, come in certi spezzoni estratti da vari films, è presente spesso la morte, in varie forme, e ciò succede a partire da “La stanza di Swedenborg” che fin dal titolo parla di queste tematiche, ce ne puoi parlare ? –
Morgan – Il disco “Yes” è molto solare, a partire dal titolo, ma si sa, la luce funziona solo se c’è oscurità e viceversa. Mi interesso molto e da molto di esperienze di premorte, inconscio e del concetto di temporalità in generale. Quando rifletto sull’esistenza, anche se il cinismo prende quasi sempre il sopravvento, scaturiscono emozioni dolci, che sanno di assolutezza, di unità, di amore universale. Ai tempi questa emotività ci fece allontanare quasi subito da certo giro post metal e post hc che era in voga, diciamo, già prima del nostro secondo lp, facendoci rinunciare alla fetta più grossa di pubblico e da una carriera classica di live/social network/corna alzate al cielo incompatibile con una libertà espressiva estrema, se sei un progetto tendenzialmente incatalogabile. Niente contro le band che suonano live (ci mancherebbe altro…) ma avevo notato che la gran parte della scena “post” virava già verso il metal intorno al 2010, perché il metal ha un tipo di pubblico molto fidelizzato, che va ai concerti, ma è anche un genere che aveva bisogno di nuove influenze.
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Tornare con un disco così era nei vostri pensieri o lo ritenevate irrealizzabile ? –
Stefano – Credo che fosse nei pensieri il voler tornare a suonare, senza particolari aspettative. Poi, lasciando fluire le idee, anche istintivamente, ha preso forma quel che sarebbe diventato il disco nonostante i pochi giorni a disposizione.
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Avete un tocco particolarissimo nel vostro suono, ascoltandovi sembra di essere in un luogo caldo ed accogliente, anche voi vi arriva così la vostra musica ? –
Morgan – Assolutamente sì.
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Tantissima musica presente sulle piattaforme di streaming è generata dall’intelligenza artificiale, il vostro disco è esattamente all’opposto di questo, cosa ne pensate della musica diciamo artificiale ? –
Morgan – Credo che fare le cose sia meglio di farle fare a qualcosa. Poi ovvio che magari fra cent’anni sarà normale usare massicciamente l’AI, però io credo che sarà un momento basso dell’umanità. Arte e AI non vanno d’accordo, dalle fondamenta. Che poi ci possa essere un’arte dell’AI è un altro discorso, è legittimo esprimere se stessi nell’ambito delle nuove rivoluzioni umane, specialmente ora. Ma noi non siamo quel tipo di artisti, non ci interessano le contingenze del momento.
Stefano – Non so darti un’opinione perché ancora non ho ascoltato un disco o qualcosa di simile fatto con l’AI. La vedo comunque come un ulteriore strumento espressivo che può creare opportunità in ogni ambito artistico e professionale ma non riesco a paragonarla alla pura e unica intenzione espressiva di cui è capace un umano.
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Arrivati a questo punto cosa c’è nel vostro futuro ? –
Morgan – Ci rivedremo in estate, come quasi sempre, per un po’ di giorni. Non so cosa faremo, se prepareremo una scaletta live o se registreremo “No”. Nel frattempo sono felice di questo traguardo.
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Se dovessi abbinare, so che è limitativo, un libro e un film a questo disco, cosa sceglieresti ? –
Morgan – In effetti un riferimento letterario c’è già: il mio amico e scrittore Riccardo Redivo ha rivisitato una poesia di Rudyard Kipling per poi reintitolarla “La porta dei cento dolori” e dedicarmela. Uno scritto fantastico, che inizialmente volevo includere nel packaging. Da lì ho preso il titolo “La vita è la droga della morte”, che poi sono le ultime parole del testo.
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Ultima domanda, cosa avete provato quando avete sentito per la prima volta tutti assieme questo disco ? –
Morgan – Tutti insieme non è ancora accaduto. Ma per quanto mi riguarda, sentirlo per la prima volta è stato un mix di grande soddisfazione e di incredulità.
Stefano – Una bella sensazione che non so descrivere in altro modo…ma personalmente ho sempre difficoltà a riascoltare il materiale registrato se non in rare occasioni.
Grazie mille !
Morgan – Grazie a voi anche per la strepitosa recensione, leggerla è stato appagante.
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