Recensione : Jack White – Frozen Charlotte

La recente calata italica frontman/polistrumentista/producer Jack White (uno che nel nostro Paese ci ha suonato pochissimo, e mancava da quasi vent’anni) per addirittura due concerti, è stata salutata con grande entusiasmo da parte di tantissimi suoi fan ed estimatori (compreso chi vi scrive, che ha avuto la possibilità di vederlo in azione al festival “La prima estate” in Toscana) entusiasmo ampiamente ripagato dalle prestazioni infuocate da parte del menestrello statunitense, che non si è risparmiato e ci ha regalato un’esibizione partecipata e sanguigna, giostrando tra il passato di White Stripes e Raconteurs e il suo percorso solista, sciorinando un muro sonoro garage/blues/heavy rock a forti tinte Zeppeliniane (ma anche Hendrixiane e Sabbathiane) di una potenza incredibile, che ci ha spettinati.

Premessa migliore non poteva esserci per presentare il suo nuovo album, “Frozen Charlotte“, il settimo lavoro in proprio di White (fresco di cinquantunesimo compleanno) pubblicato venerdì scorso attraverso la sua label Third Man Records, e che arriva a due anni di distanza dal suo comeback a sorpresa “No name“, che aveva segnato il ritorno del nostro a sonorità più grezze e ruspanti, dopo alcuni dischi più sperimentali.

E “Frozen Charlotte” – prodotto dallo stesso Jack White e registrato al “Third Man Studio” di Nashville con i compagni di band di lunga data Dominic Davis al basso, Bobby Emmett alle tastiere e Patrick Keeler alla batteria – sembra voler essere una continuazione sonora di “No name“, proseguendo nel solco heavy garage/hard blues (a questo giro, messo meglio a fuoco) suonato con attitudine punk.

Il funambolo di Detroit (talento poliedrico che, alla musica e alla scrittura, affianca l’amore per la scultura e la pittura, scegliendo il titolo del disco dal nome di una celebre bambola vittoriana rivisitata in un suo lavoro artistico) sorretto da una line up oliata e affiatata, ama sguazzare nell’hard ‘n’ heavy blues nervoso e sguaiato di matrice Led Zeppelin e ne offre ampia dimostrazione anche in quest’opera, disseminando lungo i solchi dell’Lp tanti brani figli dell’influenza dell’amico Jimmy Page (“There’s nobody there“, ” Nobody knows“, “All alone again” e i singoli di lancio “G.O.D. and the broken ribs“, “Derecho demonico” e “Dollar Bill“) a volte sbrodolando in un hard rock tamarro e caciarone quanto basta (“You’ll never fix me“) a volte riallacciando i legami col passato WhiteStripiano (in “She’s in a frenzy“, “Making conctact” e nella scatenata “Thick as thieves“) a volte un po’ troppo autoindulgenti (“I can’t believe what I’m hearing“, forse il pezzo meno convincente del lotto) il tutto corredato da una ispirata sezione testi che non risparmiano stilettate allegoriche – anche attraverso il simbolismo religioso – alla società statunitense (e al suo attuale e, speriamo ancora per poco, presidente, di cui White è uno dei suoi più fieri oppositori nel mondo della musica) e al culto del denaro venerato come una divinità, alla critica sociale verso la disinformazione, l’incomunicabilità e lo scellerato esibizionismo da quarto d’ora di celebrità Warholiano che ha contagiato una larga fetta di genere umano con l’avvento invasivo dei social network che hanno sdoganato definitivamente il narcisismo tossico e il vuoto voyeurismo (esemplificati nella copertina del full length dalla vicenda di Charlotte che, secondo una leggenda popolare, morì di freddo per la vanità di esibire un suo vestito, congelandosi) e il delirio di un Potere (impersonato nella figura metaforica dei vicini di casa nel finale di “Neighbors blues“) ossessionato dal desiderio di controllo, del sorvegliare e punire i suoi sottoposti.

Frozen Charlotte” cattura su disco tutto il feeling e la rozza energia delle performance concertistiche live di Jack White, con un sound da registrazione in presa diretta, ruvido e primordiale, che suona eccitante per il “qui e ora”, senza risultare passatista o “nostalgico” nella rielaborazione del blues/rock che ha superato il mezzo secolo dalla sua esplosione, e che il buon Giacomino si impegna nel renderlo ancora attuale e magari appetibile per platee di nuovi giovani ascoltatori ed estimatori.

TRACKLIST

1. G.O.D. And The Broken Ribs
2. Derecho Demonico
3. There’s Nobody There
4. Raising The Grain
5. You’ll Never Fix Me
6. Nobody Knows
7. Dollar Bill
8. I Can’t Believe What I’m Hearing
9. Thick As Thieves
10. All Alone Again
11. She’s In A Frenzy
12. Making Contact
13. Neighbors Blues

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

CANALE TELEGRAM

RIMANI IN CONTATTO

GRUPPO WHATSUP

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE

Bloody Riot – Rivoltiamo

Qui Italia, anno 2026 d.C., ma sembra di essere tornati al Medioevo: la (mala)politica e il clero si arrogano ancora il diritto di intromettersi nelle

Lupe Velez – 21st century sucks

Viviamo nel Paese dei balocchi, l’Italia, in cui si celebra il “gigantismo” in ambito musicale e vengono incensate le magnifiche sorti e progressive della musica

Telescopes – Static charge

Fluttuando rumorosamente, da quasi quattro decenni a questa parte, tra noise rock, garage rock, neopsichedelia, dream pop, space/drone rock e musica sperimentale, gli inglesi Telescopes