Dopo ben 23 anni di silenzio discografico (fatta eccezione per la colonna sonora realizzata per il documentario “Strictly Sacred: The Story Of Girl Trouble” del 2014, l’ultimo studio album risaliva infatti al 2003 con “The illusion of excitement“) tornano a pubblicare nuovo materiale i redivivi Girl Trouble, veterani della scena rock ‘n’ roll indipendente dello stato di Washington, garage rock band formata oltre quattro decenni fa in quel Nord-Ovest statunitense che, negli Eighties e agli inizi dei Nineties, tra Tacoma (luogo di nascita del gruppo) Olympia, Aberdeen, Ellensburg e Seattle, tanto ha dato allo sviluppo e all’esplosione dell’indie rock su scala mondiale, coi nostri oggi riconosciuti dalla storiografia musicale alternativa come prime mover e precursori (insieme a U-Men, Fastbacks, Skin Yard/Jack Endino, Young Fresh Fellows, i primi Soundgarden, i Malfunkshun, i Melvins, gli Screaming Trees, i Beat Happening e la K Records, i TAD e i Green River, dalla cui dissoluzione nacquero i Mudhoney, più altri ensemble meno noti, e senza dimenticare i Sonics e i Wailers, progenitori di tutto il movimento) del famigerato “Seattle sound” che straripò globalmente a livello mediatico agli albori degli anni Novanta col boom commerciale di Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains e Soundgarden, e che sarebbe stato etichettato dal mainstream come “grunge”, sebbene i Girl Trouble non abbiano mai beneficiato del “successo” di massa, restando fieramente indipendenti e legati alla loro etica DIY non incline a compromessi, che li ha resi una delle gemme nascoste più intriganti dell’underground rock ‘n’ roll americano, con dischi oggi ritenuti seminali come l’esordio sulla lunga distanza “Hit it or quit it” (senza contare la partecipazione alla compilation “Sub Pop 200“).
Il quartetto di Tacoma, da sempre capitanato da Bon Von Wheelie (alla batteria), e Big Kahuna (alla chitarra) – fratello e sorella – coadiuvati da Dale Phillips (al basso) e K.P. Kendall (alla voce) quest’anno ha pubblicato il suo sesto Lp complessivo, “As is“, una co-release uscita grazie alla sinergia tra la K Records di Calvin Johnson e la Wig Out! Records, label gestita dagli stessi Girl Trouble.
Il disco arriva a coronare un percorso di tre lustri, nei quali il combo ha inciso decine di nuovi brani,con l’obiettivo di ricavarne un sound più sanguigno e ruvido, cercando di conciliare sia momenti e brani più elaborati e sovraincisi in studio, sia l’energia grezza di quelli registrati “dal vivo in studio” (presenti nei formati demo della versione espansa dell’opera) in presa diretta e senza fronzoli.
La voce profonda e cavernosa di K.P. Kendall (una sorta di bizzarro incrocio tra Calvin Johnson e il compianto Lux Interior dei Cramps) imprime un tono deciso al solido garage rock di brani come l’opener “Make it mine“, “Can you DIG it“, “Freedom rock“, “You don’t mean it“, “Don’t forget it“, “Argue” e “Naming names“, con intermezzi (“Back on track“, “Everybody’s free“, “Until we meet again“) e momenti più melodici (come nel caso del jangle pop di “Time comes to your rescue“) a fare da contraltare. E quando “The ballad of blowly” chiude il cerchio, si avverte forte il desiderio di riprendere il disco e farlo risuonare dall’inizio, perché lascia nei timpani e nelle menti la sensazione di non essere di fronte alla fine di una parabola musicale, ma un altro capitolo per una band che ha sempre fatto le cose a modo suo e non ha tempo per “operazioni nostalgia”, guardando avanti invece di ricreare una versione fuori tempo massimo della propria gioventù anagrafica e sonora, pur essendo rimasta fedele a se stessa e ai suoi princìpi. Semplicemente, loro non hanno smesso di essere ciò che sono sempre stati e suonare ciò che vogliono, lontani da logiche e imposizioni del marketing dell’industria discografica.
Questi/e giovanotti/e sono in giro dal lontano 1983 e, per la gioia delle nostre orecchie, continuano a trovare ispirazione e coerenza nella formula “no more than three chords” che zampillano fuori da chitarre mezze scassate e costate pochi bucks, collegate a un amplificatore a tutto volume e in un ritmo in 4/4 suonato in economia – nei garage casalinghi stracolmi di roba ammassata – con potenza ed entusiasmo, senza inseguire le mode e rifuggendo i lustrini del music business: qui risiede l’essenza e lo spirito del rock ‘n’ roll più autentico, in perfetta antitesi col circo patinato multimiliardario che era diventato il giro musicale di Seattle dal 1991 in avanti, dopo il botto di vendite fatto da “Nevermind“. E i Girl Trouble confermano di essere uno dei tesori meglio custoditi del panorama indie-alternative mondiale.
TRACKLIST
1. Make It Mine
2. Back on Track
3. Can You Dig It
4. Freedom Rock
5. Time Comes to Your Rescue
6. You Don’t Mean It
7. Everybody’s Free
8. Don’t Forget It
9. Argue
10. Only Kind You Keep
11. Naming Names
12. Until We Meet Again
13. The Ballad of Blowfly










