Stavolta non ci sono margini di errore. Il caldo è arrivato per davvero. Eravamo pronti, ma forse non abbastanza. L’unica strada che ci resta per provare ad arginarlo è trovare un disco che possa creare il gelo. Questa volta ci proviamo con gli ultimi album di Bong Ra, Eihwar, Hiraki & Meejah, No Terror In The Bang e The Holeum.
Bong-Ra :: Esoterik
Jason Köhnen appartiene a quella ristretta cerchia di musicisti che, negli anni, hanno saputo dimostrare il proprio valore artistico, attraverso un approccio volto a pensare la musica (e alla musica) in un modo che riesce ad essere tanto costruttivo, quanto decostruttivo al tempo stesso. La sua capacità di riuscire a generare dinamiche sonore realmente aliene rispetto a quello che lo circonda è un qualcosa che lo ha caratterizzato per tutta la sua carriera, sin dagli esordi coi Celestial Season, passando poi ai The Lovecraft Sextet, The Answer Lies in the Black Void, The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble e The Mount Fuji Doomjazz Corporation, solo per citare alcuni dei progetti che ha creato.
Esoterik, che arriva a distanza di un anno dal predecessore, può immediatamente essere inquadrato come un album dal piglio fortemente occulto, grazie ad un carattere deciso che possiamo pensare come una mediazione tra le sue due anime, quella più estrema e brutale, e quella che guarda alla sperimentazione vicina alla psichedelia. È proprio questa ultima che, alla lunga, pare prendere il sopravvento però, portando l’ascolto verso un qualcosa che spinge in direzione di un accesso molto più ostico, ma, decisamente più intrigante, rispetto al passato recente di Bong-Ra. Siamo alle prese con un progetto che pare incanalato verso un percorso che, anche se sembra assumere un tono di fondo sempre più pesante ad ogni sua release, riesce a risultare interessante proprio perché pone le dissonanze di cui si nutre al servizio di un processo di ricerca della bellezza.
Se Esoterik continua in quella direzione sperimentale che ha caratterizzato i momenti migliori della discografia di Bong-Ra, è auspicabile attendersi un ulteriore passo verso l’abisso nel futuro più prossimo, in grado di farci davvero scendere agli inferi, in cerca di quei ritualismi sonori che crediamo necessari per andare a scardinare tutti quegli ostacoli che ci separano dalla catarsi introspettiva definitiva. Oggi, forse, non siamo in grado di far nostro il reale potenziale di un disco come questo, presi dalla fretta di andare ad ascoltare altro accecati dalla nostra bulimia sonora.
Ma siamo certi, che, un domani, a mentre fredda, capiremo davvero tutto il suo potenziale, e lo eleveremo ad uno dei momenti decisivi della carriera del progetto di Köhnen.
Eihwar :: Hugrheim
Hugrheim è il terzo album degli Eihwar in tre anni. Segue l’acclamato Viking War Trance del 2024, che li ha consacrati mediaticamente, dopo un esordio non del tutto a fuoco come Ragnarok. Terzo album che non fa altro che metterci ancor più in difficoltà. Confessiamo infatti di essere ancora incapaci di farci un’idea netta sul progetto del duo francese. In altre parole, ad oggi, dopo tre dischi, non abbiamo ancora capito se siamo alle prese con un qualcosa di artefatto, di costruito “a tavolino”, o se dobbiamo guardare agli Eihwar come a un progetto nato, e cresciuto, in modo del tutto spontaneo.
L’album infatti, proprio grazie al suo riuscire ad essere immediatamente accattivante (in certi casi, persino troppo), sembra assumere la forma di un qualcosa di inconciliabile con l’aspetto pagano del progetto, che, stando a quanto affermano i due, pare essere fondante. Forse non siamo in grado di capirne l’essenza, ma siamo portati maliziosamente a pensare che si tratti di una strategia che mescola il trend del folk nordico pagano con le sonorità da dancefloor, in modo da creare un ibrido che possa accontentare quanta più gente possibile.
Il disco, da parte suo, fa il proprio lavoro in modo egregio, facendosi apprezzare grazie ad una fluidità di ascolto notevole, scivolando via senza difficoltà. E questo è un punto a suo favore, senza ombra di dubbio. Segno che gli Eihwar sono un duo consapevole dei propri mezzi, e in grado di proseguire in quel percorso di crescita che li sta portando a modellare il proprio suono, disco dopo disco. Non è quindi un caso che Hugrheim rappresenti oggi il loro album meglio costruito, ma è proprio su questo “costruito” che i nostri pensieri si sono arenati.
In ogni caso, al netto delle nostre perplessità “etiche”, l’album merita attenzione. Sarete voi, poi, a farvi un’idea di cosa state ascoltando, e come di come inquadrare il tutto. Noi chiudiamo con la convinzione che se Hugrheim fosse stato un pò meno ridondante e carico da un punto di vista di mastering, avrebbe forse meglio rappresentato il legame con quel mondo pagano arcaico a cui dice di ispirarsi. L’avremmo pensato (e gradito) forse un pò più sporco, magari impreciso e imperfetto. Perché è proprio questa sua perfezione estetica e sonora che a nostro avviso stona. Se il folk nordico è tradizione, tutta la modernità di cui si compone un album come questo è decisamente fuori luogo. Torniamo alla scintilla che innesca l’istinto e lasciamo la plastica alla contemporaneità.
Hiraki & Meejah :: Interwoven
Mettiamo subito in chiaro le cose. Interwoven non è uno split album tra Hiraki e Meejah. È un EP collaborativo, in cui ognuno ha inserito la propria idea, al servizio di una visione di insieme, che esula dalle sue due componenti. Ci piace pensarlo come un intreccio sonoro fatto di emozioni che vanno oltre la semplice collaborazione, procedendo verso una comunione di intenti che cerca la simbiosi. Il disco è stato registrato nella propaggine più estrema dello Jutland, in Danimarca, dove la terra divide il Mare del Nord dal Mar Baltico.
Location ideale per cercare di catturare al massimo l’energia rilasciata dalla natura incontaminata. Una scelta spiegata anche dal fatto che si tratta di due band locali (gli Hiraki sono danesi, mentre i Meejah sono invece per metà coreani, ma risiedono in loco) che hanno un legame strettissimo con l’ambiente circostante, ma che, soprattutto cercano di interagire con l’innovazione, il futuro, la sperimentazione, attraverso l’abbattimento dei limiti e dei confini, ma sempre con un occhio di riguardo per il pianeta.
Dall’unione dei loro mondi, che, in apparenza – da un punto di vista strettamente sonoro – sembrerebbero lontanissimi, quasi ai limiti del conciliabile, è invece uscito un EP che riunisce due approcci (di base) sperimentali, fondendoli in un qualcosa di estremamente struggente ed atmosferico, come risultante di un processo che guarda a mantenere tutta la propria rudezza, lasciandola filtrare poco alla volta, in maniera intelligentemente dosata.
Interwoven è quindi da inquadrare come un disco che riesce a mandare in trance l’ascoltatore, attraverso tutta una serie di cambi di prospettiva, e di sonorità (sia tra i singoli episodi, che all’interno di uno stesso brano) che mantengono alta la tensione e il pathos per tutta sua durata. Quattro episodi che sublimano un’idea andando a costruire paesaggi sonori suggestivi appartenenti ad un universo sonoro atipico ma proprio per questo seducente.
Al momento non sappiamo se Interwoven rappresenti un episodio a sé o se debba essere visto come il primo di una collaborazione ripetibile. Noi crediamo (al contrario di molti) o meglio speriamo, che possa essere un qualcosa di autoconclusivo, una sorta di esperimento irripetibile, in grado di lasciare un’istantanea che fermi il tempo, prima che possa divenire invece una routinarietà. Prima che si perdano il calore, l’impeto, l’impatto e la spontaneità, fermiamoci qui, e godiamoci l’estasi di un’istante.
No Terror In The Bang :: Existence
Non abbiamo idea di quello che sarà il suono del domani. O forse sì, ma non vogliamo sbilanciarci, rischiando di finire fuori tema. Di certo sappiamo che quello odierno, quello più legato alla contemporaneità sia da ricercare in progetti come questi No Terror In The Bang.
Il quintetto arriva dalla Normandia, e si richiama, stilisticamente a tutto quel metalcore di impatto con voce femminile che da anni sta imperversando in tutto il continente. La loro è una collocazione che riprende i cliché sia sonori che estetici di un movimento che guarda ad una post produzione che spesso rende gli album sovrapponibili a livello di suoni. Existence – che arriva dopo due album, usciti nell’arco a cavallo tra il 2021 (Eclosion) e il 2024 (Heal) – è EP che suona in modo impeccabile, questo è evidente sin dai primissimi istanti.
Ma il problema, per noi nostalgici dei suoni analogici, della sporcizia sonora, degli amplificatori che fischiano, è un ostacolo difficilmente aggirabile. Suona tutto troppo perfetto per essere visto come un qualcosa che arriva dalle viscere di chi lo ha composto. O per lo meno questa è la nostra visione, e altri, al nostro posto lo troveranno sublime nel suo essere accattivante e moderno, e per il suo essere in grado di risultare pulito anche nelle sue parti più sporche.
Quello che è certo, al netto di tutto questo, è che i No Terror In The Bang sono una realtà tecnicamente dotata di grande intelligenza sonora in grado di costruire un sound potente e deciso, che non disdegna apertura dissonanti che sfociano verso lidi in cui la melodia tiene tutti sotto scacco. Existence è un disco malinconico, e questo ci basta per prenderlo in considerazione, e per consigliarvelo, indipendentemente da quelle che possano essere le idee di cui sopra. Un disco che si regge sostanzialmente sui contrasti all’interno dei singoli brani di cui s compone, in un crescendo calibrato (e mai troppo cacofonico) che lascia spazio alla riflessione, e che racconta un mondo (inquadrabile come il nostro odierno) incanalato verso una caduta continua e inarrestabile, lanciato verso la rovina totale. Un disco caratterizzato da brani graffianti e ben eseguiti.
Forse troppo poco schizofrenici per attirare tutte le nostre attenzioni. Avremmo sperato in una frenesia esasperante, in cui la componente ragionata fosse limitata al minimo indispensabile. Da un punto di vista massmediale (sfruttando – ahinoi – anche e soprattutto la figura carismatica della cantante Sofia Bortoluzzi) si tratta di una band che crediamo orientata verso una campagna mediatica volta a consacrarli a livello internazionale. Del resto, guardando alla band con razionalità e distacco, non possiamo negare che si tratti di una realtà prontissima per questo tipo di salto.
The Holeum :: Ensis
The Holeum è un quintetto spagnolo che arriva oggi, a distanza di dodici anni dal proprio debutto a pubblicare il proprio terzo album. Arrivano dalla costa, nei pressi di Alicante, nella Comunità Valenciana, e raccontano di aver scelto il proprio nome in seguito alla scoperta di alcune teorie astrofisiche sulla materia oscura e i buchi neri. Una scelta che – a loro dire – potesse andare a spingere il loro suono verso i confini del cosmo, intensificandone al massimo l’impatto emotivo.
E più nello specifico sottolineano che “The Holeum è legato alla materia oscura che forma i buchi neri nell’universo. The Holeum non è un buco nero, ma i buchi neri sono formati da The Holeum. Questa è l’idea da cui traiamo il nostro concetto: siamo una visione sonora e cosmica del sublime.” Al netto di tutto questo, la certezza che ci lascia addosso Ensis è quella di avere a che fare con un universo sonoro indirizzato verso un approccio sperimentale, che flirta in modo abbastanza evidente con elementi prog e post metal. Un album che necessita di più di un approfondimento per essere capito a dovere, in ogni suo dettaglio, in ogni sua declinazione e sfumatura.
Un disco sicuramente molto ricercato, che non disdegna soluzioni eleganti e raffinate, in un continuo confronto / scontro tra delicatezza e durezza, in cui non esiste un momento dominante, ma tutta una serie di soluzioni che uniscono tutti i brani dell’album come in una ipotetica unica suite, anche se, poi – alla lunga – le distanze tra un brano e l’altro finiscono per evidenziarsi. Ad oggi The Holeum è un nome che sembra molto ben indirizzato per il futuro, che collochiamo all’inizio di un percorso che ben lontano dall’esser visto come compiuto, e che siamo certi possa portarli, negli anni a venire, verso vette espressive di grandissima bellezza.
È altrettanto chiaro, dal nostro punto di vista, che tutto questo non possa però prescindere, da una pulizia che possa permettere di liberarsi di tutti quei cliché che ancora li legano al metal. Dovrebbero cioè andare a snellire i brani, sfrondandoli di quegli orpelli inutili che rischiano di appesantirli (oltre che di collocarli in un contesto esclusivamente metal, in cui sono totalmente fuori luogo) per guardare ad una crescita che possa garantire loro l’appartenenza a quelle élite qualitativamente più elevate.










