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Recensione : :: ACUFENI :: FASTIDI AURICOLARI CONTEMPORANEI #50

Cinque dischi per l'episodio Cinquanta. Cinque, come "il numero naturale intero che segue il quattro e precede il sei." Emily Rach Beisel, Manali, Organ, Palmar De Troya e Urluk.

Emily Rach Beisel, Manali, Organ, Palmar De Troya e Urluk

Cinque dischi per l’episodio Cinquanta. Cinque, come “il numero naturale intero che segue il quattro e precede il sei.” Emily Rach Beisel, Manali, Organ, Palmar De Troya e Urluk. Cinque strade diverse per arrivare alla medesima destinazione. E, come in ogni episodio che si rispetti, uno di questi cinque album l’ho comprato, ma non saprete mai quale, a meno che non me lo chiediate.

Emily Rach Beisel :: Sumptuous Branching

Sumptuous Branching è il secondo album solista di Emily Rach Beisel, musicista statunitense che abbiamo ( purtroppo per noi ) scoperto solo di recente, ma che abbiamo immediatamente inserito in quel novero di figure a cui guardare con la massima attenzione, anche solo per il fatto di voler rimediare alla nostra ignoranza culturale. Anche in questa sua più recente creazione Emily si occupa praticamente di tutti gli strumenti, sia di quelli a fiato, a lei più congeniali, che delle partiture elettroniche.

E il risultato parla di un album che crediamo di poter senza alcun dubbio collocare in quel contesto che fa dell’avanguardia il proprio credo. Un album caratterizzato da una grande armonia di insieme, e che, come tutti i dischi “di un certo spessore” risulta affascinante e libero, proprio perché a sfuggire a tutte quelle ( troppo facili, e troppo superficiali ) classificazioni immediate, che spesso, anche noi, inevitabilmente poniamo in essere. Il suo più grande pregio è quello di riuscire a porci delle domande anziché provare a darci ( presuntuosamente ) delle risposte.

Da un punto di vista concettuale l’album trae ispirazione da una straordinaria varietà di fonti: la traduzione dell’Iliade di Omero a cura di Emily Wilson, La Messe de Nostre Dame di Guillaume de Machaut e i romanzi di architettura di Mark Z. Danielewski. Sumptuous Branching è un album che la stessa Beisel confida e rivela di essere stato concepito in tour, durante le sperimentazioni live, e che solo dopo, ha trovato la sua collocazione in studio. Un album complesso ( almeno apparentemente ) che non cade mai nella noia, e non diventa ridondante, anche nei suoi momenti più ostici, laddove mostra un’evoluzione disturbante e dissonante, assimilabile alla sensazione ipnotica di ritrovarsi catapultati all’interno di un labirinto, non necessariamente esclusivamente sonoro. La Biesel di regala trentacinque minuti di improvvisazione e sperimentazione che ci portano in uno spazio temporale alieno, estremamente distante dalla nostra amena quotidianità. Un luogo dove abbiamo a portata di mano tutto quello che ci serve, perché non ci serve assolutamente nulla, se non la voglia di porci dei quesiti e di metterci alla prova (con noi stessi).

Un disco che quindi pensiamo quanto mai introspettivo, in grado di (ri)portare a galla portando a galla tutto quello che – forse – nemmeno la stessa Biesel sapeva di avere dentro. Partita come jazzista d’avanguardia, e quindi (pre)destinata a rompere gil schemi, la Beisel arriva oggi con il suo secondo album a ritagliarsi uno spazio tra coloro che esulano dal concetto di musica per come siamo abituati a concepirlo, grazie ad un disco che stravolge tutto quanto, e che disintegra i confini del suono. Un disco in cui il jazz è la partenza, ma in cui non è ancora chiaro quale sarà il punto di arrivo.

Manali :: Manali

I Manali sono quartetto danese di Kolding, cittadina dislocata nel sud della penisola, nella zona dei fiordi. È lì che è nato quel sound devastante, ma, al tempo stesso carichissimo di elementi atmosferici, che abbiamo imparato a conoscere grazie al loro debutto omonimo, uscito questa primavera.

Pesante, ma mai troppo vicino agli eccessi, organizzato ed elegante anche quando il climax dei brani viaggia intensamente, il sound dei Manali riesce a caratterizzarsi per una spiccata personalità che lo pone al di fuori di tutta quella serie di cliché che potevamo, inizialmente, associare alla band danese. L’album sancisce la qualità di una proposta che guarda con decisione all’idea di riuscire ad essere quanto più diretta e dinamica possibile, grazie ad un’immediatezza che non scende mai a compromessi. Forti di un sound essenziale e crudo, e proprio per questo vincente, perché privo di tutto quello che, stando alla loro idea di musica, non serve, è superfluo, se non dannoso, i Manali provano a rappresentare la realtà in modo autentico e diretto. Il loro è un album che canta il disagio dell’esistenza, e tutto ciò che ne consegue, soprattutto a livello di conflitti interiori, attraverso 3 brani per un totale di 35 minuti complessivi, con cui la band riesce a rimodellare, per poi vomitare sotto altra forma, tutti quegli elementi che costituiscono il proprio background culturale alternativo.

Il tutto attraverso un assalto sonoro che inquadra l’elemento vocale come un corollario secondario, limitato al minimo indispensabile, in modo da non interrompere il flusso dinamico dei brani, orientati verso una trance intensa, ed emotivamente coinvolgente, che a tratti sa essere quasi delicata, e che esalta l’ascolto di un album che, alla resa dei conti, finisce per apparire molto meno cupo e deprimente, di quanto non avessimo pensato in partenza. Per essere un debut album non possiamo che essere soddisfatti. Il meglio, a nostro avviso, deve ancora arrivare. A patto però che la band danese riesca a mantenere questa sua intransigenza che la pone in una posizione di libertà assoluta in fase compositiva.

Organ :: Immobilism

Gli Organ arrivano da Belluno, dove si sono formati del 2013, e questo è il loro terzo album. Ogni attento conoscitore della scena italiana estrema dovrebbe poter essere in grado di affermare di averli incontrati nel proprio percorso di ricerca sonora. Quello che, negli anni, ci ha conquistato, e che, oggi, ritroviamo con piacere, è la loro attitudine che li ha portati, e li porta, verso un approccio strumentale di grandissima atmosfera, che rincorre l’eco di una malinconica visione incanalata verso un pessimismo nerissimo.

Immobilism è un album energico, carico di un senso di oppressione soffocante, ai limiti del parossismo, creato grazie ad un approccio che paradossalmente possiamo pensare come lento e doloroso. Un disco, a tratti, quasi ipnotico, ma – come detto – sempre e comunque ricchissimo di energia, intriso di un senso di immanente catarsi, che sfocia in direzione di una latenza cupa e drammatica che riesce a colmare il silenzio e la distanza di otto anni di assenza per una delle realtà più interessanti a livello continentale in questo ambito.

Immobilism è un qualcosa che ti entra dentro, e che ti trascina in uno spazio in cui aleggia un senso di mistero che apre ad una catastrofe percepita come imminente, che non svanisce nemmeno quando la puntina del disco torna al suo posto, e il silenzio torna a regnare intorno ( ma non dentro ) a noi. Siamo dunque rimasti intrappolati in una prigione dove le dissonanze chiudono gli spazi esterni, e dove un suono densissimo satura l’ambiente circostante. Possiamo, anzi, dobbiamo quindi considerarlo come un disco che bada all’essenzialità di un assalto sonoro, senza curare la forma canzone, ma lasciandosi andare a sperimentazioni atmosferiche dal carattere inquietante.

Se Eterno era un disco che promuovemmo con entusiasmo, oggi che abbiamo tra le mani Immobilism, non possiamo che sentire il dovere di esaltarci maggiormente, proprio per il fatto di essere certi di avere a disposizione un album che sancisce un cambio di passo notevole a livello soprattutto qualitativo. Un disco tormentato per una realtà che ci auguriamo possa infastidirci i sensi ancora a lungo.

Palmar De Troya :: III

III è il terzo album dei Palmar De Troya, punk band di Granada. Di loro avevamo giù parlato in passato, e, se torniamo a farlo, è perché siamo stati conquistati ancora una volta dalla loro proposta. Ad un titolo decisamente scarno, corrisponde un’altrettanto scarna attitudine estetica da un punto di vista sonoro.

Il quintetto spagnolo infatti, non fa mistero, nemmeno questa volta, di badare essenzialmente al sodo, senza perdersi per strada. La loro è una scelta che lascia parlare il cuore, e che sposa un’idea basata su una pulizia di tutto ciò che non viene percepito come indispensabile, e utile alla causa. Sette episodi intensissimi, pubblicati da quella Reptilians Records che già in passato avevamo individuato come una delle realtà più attente al mondo sonoro più intransigente. Sette episodi che gravitano in quella zona grigia a metà tra post punk e new wave, in grado di sfoderare tutta la forza dirompente che arriva direttamente dagli insegnamenti del passato, e che rifugge la tecnologia moderna e il suo infinito potenziale.

I Palmar De Troya sono una band giovane che ha scelto di radicalizzare il proprio sound andando incontro ad un approccio essenziale, magari imperfetto, ma sempre decisamente intenso, anche nei suoi passaggi più sporchi, dove emerge tutta la carica di isterismo che fornisce ulteriore spinta.

Una realtà che ci sentiamo ( con entusiasmo, e quindi consapevoli di poter anche sbagliare ) di annoverare tra quelle più autentiche tra le più recenti che abbiamo incontrato. Non possiamo infatti non gradire la scelta di non rincorrere la melodia a tutti i costi, abbandonata in favore di un approccio abrasivo e incisivo che ha permesso ai Palmar De Troya di realizzare un disco esplosivo, che crediamo possa essere ancor più, e ancor meglio apprezzato in fase live, dove il quintetto probabilmente riesce a scatenare tutta l’adrenalina che si porta dentro.

Urluk :: Memories in Fade

Dopo essersi guardati dentro, con i loro lavori precedenti ( e in particolare con il loro debut album More del 2023 ), gli Urluk oggi mostrano con orgoglio tutto quello che avevano ( tenuto ) nascosto, e che sentono il bisogno di vomitare. Memories in Fade è infatti un album che possiamo senza fatica collocare in quell’immaginario che facciamo coincidere con quello che finora la band milanese ha saputo creare, ma, al tempo stesso, registriamo un cambio di registro, anche se parziale, con cui il duo ha scelto di inserire elementi finora alieni al loro universo sonoro.

Un disco che non disdegna quindi la melodia, pur restando fedele ad una genesi oscura e distruttiva che lo caratterizza come un qualcosa di intrigante, e cupo, che, però, lascia filtrare uno spiraglio di speranza che lo rende un pò più accessibile del precedente. Accessibilità che si esalta attraverso un approccio più variegato ( e quindi meno inquadrabile in fase di assimilazione primaria ) che a tratti può, per taluni, risultare anche disorientante, soprattutto per tutti coloro che hanno un disperato bisogno di certezze, e che non amano sperimentare. Per tutti gli altri – noi compresi – invece è un qualcosa che, proprio per quello di cui sopra, risulta graditissimo.

Memories in Fade è dunque un album fortemente malinconico, carico di una tristezza spiazzante che ( si ) racconta attraverso tutte quelle difficoltà che facciamo coincidere con la lotta quotidiana per non soccombere. Un album che amplia le soluzioni a disposizione di una band che non ha paura di variare il proprio canto attraverso tutta una serie di variazioni che si adattano alla perfezione all’idea di spostare l’approccio laddove le necessità intimistiche lo richiedono, dove è il suono a doversi modellare sulle parole, sulla narrazione, e non il contrario.

Sono dunque elementi come la perdita, la malinconia, il dolore, la vulnerabilità umana, la depressione, l’abbandono, e la tristezza, i cardini di un album ossessivo e decadente che limita al minimo le incursioni avventurose in un ambito fatto di eccessi, che non possiamo che inquadrare come decisamente fuori luogo. Una scelta che premia un sound meno aggressivo a favore di un approccio più riflessivo e più costruttivo, che si consuma lentamente fino all’ ( inevitabile ) estinzione.

 

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