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Recensione : The Queen Is Dead Volume 209 – Atlantic Ridge, Rashco, Gli Alberi

Atlantic Ridge, Rashco, Gli Alberi: dai mari del sud del mondo, passando per il garage punk rock foggiano per arrivare ai deserti alla fine del mondo.

Atlantic Ridge, Rashco, Gli Alberi

Dai mari del sud del mondo, passando per il garage punk rock foggiano per arrivare ai deserti alla fine del mondo.

ATLANTIC RIDGE

Come gli esploratori di secoli fa i due musicisti Giuseppe Emanuele Frisone dei Thecodontion, e Clactonian e Jacopo Gianmaria Pepe  militante nei Bedsore si mettono in viaggio e con la loro nuova formazione Atlantic Ridge esordiscono su Dusktone con un disco omonimo.

I due si prendono la massima libertà di vagare per il mondo e di essere totalmente liberi nella formazione della loro musica, con un disco che mette assieme tantissime istanze musicali e crea qualcosa di nuovo. Fra mito e realtà gli Atlantic Ridge esplorano luoghi estremi che sono molto più che una mera destinazione geografica, come le isole Sandwich del sud, isole dimenticate ed inabitate perse nell’Oceano Atlantico del sud, possedimento ancora oggi della Corona Britannica e vero luogo remoto, O come il deserto dei Gobi in Mongolia, teatro della conclusiva “Contemplating the vastness of the universe”.

Gli Atlantic Ridge usano molti registri musicali per portarci verso l’abisso e verso l’ignoto, in un bellissimo viaggio senza ritorno, ossatura del black metal, che poi vira verso il doom metal o momenti rarefatti e atmospheric, in una miscela molto originale e particolare. Questo lavoro ha la forza rara di essere originale e profondo, esoterico e particolare, facendo rinascere in noi la nozione di sconosciuto, un qualcosa di talmente grande che chiede di essere esplorato o di morire per esso.

Ascoltando il disco si ha la chiara percezione che l’uomo è fuori scala sulla Terra, e sebbene l’abbia colonizzata essa si ribella sempre e ah degli angoli che non sono calpestabili o meglio, luoghi impossibili da umanizzare semplicemente perché non siamo contemplati in essi. La forza di “Atlantic ridge” è la sua grandissima libertà musicale si spazia in tantissimi suoni, sempre con il black metal alla base, musica estrema per luoghi e concetti estremi, il tutto fatto da due grandi musicisti esploratori del rumore.

RASHCO

“Disperato Erotico Noise” è il disco di debutto dei Rashco, uscito il 18 aprile 2026 per Ciqala Records, e porta con garage, punk, velocità, distorsione e tanta tanta confusione per questo trio da Foggia. Nove brani, meno di mezz’ora di durata, un titolo che è già un manifesto.

Il riferimento a Lucio Dalla, non è casuale né ornamentale: c’è in questo disco una tensione simile, una voglia di stare nel corpo della musica in modo sporco e vitale, senza pose E poi il noise, il rumore, il vero protagonista di questo disco, rumoroso, sporco, vero e vivissimo. Il suono dei Rashco è garage punk rock che ha ascoltato i Cramps, i The Jesus and Mary Chain, forse certi Mudhoney e certi Jon Spencer Blues Explosion, ma che poi ha fatto quello che vuole. C’è una ruvidezza che non è ignoranza tecnica ma è una scelta precisa, uno sporco cercato e trovato, una saturazione del suono che ha il suo senso preciso.

Quello che colpisce di “Disperato Erotico Noise” è la sua assoluta mancanza di pretese verso gli ascolti o le famose visualizzazioni, i Rashco non stanno cercando di sembrare colti o sofisticati: stanno cercando di fare rumore bello, musica viscerale, qualcosa che funzioni nella stanza in cui suona, e ci riescono benissimo. In un’epoca in cui anche il garage rock rischia di diventare un’estetica da indossare, questi ragazzi di Foggia sembrano davvero sporcarsi le mani, e ne esce un qualcosa di molto bello, vivo e piacevole, dal forte retrogusto di blues altro. Alzare il volume.

GLI ALBERI

Dopo ‘Reinhold’ del 2022 ispirato dalla tragica scalata del Nanga Parbat dei fratelli Messner, “Maturafine”è il nuovo concept album de Gli Alberi su Masked Dead Records.

Questa volta Gli Alberi ci portano in mezzo al deserto, uno dei luoghi più strani del pianeta Terra e non solo, e con questo lavoro esplorano tutti i deserti, il concetto di deserto e ciò che porta con sé. Come dicevano gli arabi della penisola arabica il deserto è il quarto vuoto, o come dicono altri un mare, è ciò che non sembra, appare solo quello che vuole apparire, il resto rimane nascosto.

Gli Alberi ci portano un disco fiabesco, con molti registri musicali diversi, dallo sheogaze al black metal misto al post metal, dal prog alla musica sacra, con la meravigliosa voce di Arianna Prette che come una moderna sacerdotessa ci porta in questo rito che abbraccia tantissimi luoghi, tantissime genti e immagini incredibili. I testi sono un qualcosa di sognante ed epico nel vero senso della parola, e la musica si fonde con il parlato per portarci lontano, in posti che solo l’arte riesce a sbloccare. Luce, ombre lunghe sulla sabbia, animali che ci guardano e noi rapiti dalla bellezza di questo lavoro, che è unico. Gli Alberi hanno quel passo prog che li fa avvicinare ai dischi prog italiani degli anni settanta, dove la musica era talmente peculiare che ti metteva in connessione profonda con ciò che narrava, in un continuum che non si spezzava, facendo nascere la meraviglia.

E qui è proprio così, la meraviglia sgorga sincera in mezzo a questa bellezza, a questo sogno messo in musica, questo viaggio mistico e desertico. Il terzo album rappresenta, come i due precedenti, un unicum nel senso che il gruppo continua la sua particolarissima evoluzione ma i tre lavori sono tre cose differenti e uniche nel loro approccio sonoro e nella materia narrata.

Qui Gli Alberi dimostrano alla loro maniera che qualcosa di magico in musica è ancora possibile, bisogna solo allontanarsi dalle rotte già tracciate ed esplorare, e il deserto è il luogo perfetto, per vedere oltre. Un album drammaticamente bellissimo.

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